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Elezioni, a che serve dire “L’avevo detto?”

Vicenza – L’altra notte, al seggio, non c’erano dubbi: il monte delle schede con la croce sulla Lega era più della metà del totale. Quando sono tornato a casa il modem era spirato, così piombai di botto nell’età della pietra, agli anni della televisione, dove i commentatori, riuniti in assemblea plenaria, le sparavano di tutti i colori. Intanto la frittata era fatta. Il giorno dopo, a tarda sera, cominciarono ad aprire bocca anche i pentastellati.

Purtroppo, dal suo fondatore in appresso, la debolezza ideologica del M5S è sempre più evidente, ed essersi nascosto dietro il dito del “post-ideologico” non lo salva e non convince più nessuno. La rivoluzione culturale che i grillini hanno propugnato ha confidato ciecamente in una supposta missione del popolo, nella fiducia per le istituzioni democratiche, nel valore assoluto della magistratura. Perciò l’establishment italico, oltre a vederli come pericolosi nemici, li considera in fondo dei poveri sprovveduti, anche se loro, al grido: “l’onestà andrà di moda”, starebbero partecipando a tutt’altro concorso.

E andiamo a ritroso. La magistratura è la guardiana dell’esito della lotta di classe; questa estrema vigilanza procura ai suoi membri gli stipendi più alti della repubblica. Le istituzioni democratiche sono espressione degli interessi privati, e ogni tentativo di condurle a rappresentare il bene comune è sempre considerata ribellione. E il popolo? Beh, il 10% del popolo non sa qual è la capitale d’Italia, il 30% non sa che il parlamento è formato da due camere, il 50% che c’è stata una rivoluzione francese, e l’80% non ha letto mai la Costituzione. E sono generoso. Mò, che questa massa di “furboni” collettivi debba avere una missione politica è un’idea quanto mai avventata.

L’ideologia che il popolo pratica si avvale di categorie deboli, strutturate secondo le posizioni spaziali. Il sopra e il sotto, anche detto “noi e loro”, per intendere la struttura sociale o il diverso grado d’autorità; l’avanti e il dietro, o anche “prima e dopo”, in cui confluiscono strane idee di storia e di progresso; il di fianco e il di lato, che chiamano anche destra e sinistra. Con questo equipaggiamento concettuale è sempre un miracolo che uno sia riuscito a farsi l’idea che Berlusconi sia un mentitore.

Ad un popolo così, puoi raccontare tutto quello che vuoi, ma devi mantenerti su argomenti che possano eccitarlo, che rientrino nella sua comprensione. I social sono pieni di cose fatte dal M5S in questo anno di governo e di due soli decreti promossi dalla Lega. Ma, mentre i decreti del Movimento sono fatti che la gente non capisce nemmeno quando è il destinatario di quei provvedimenti, i due di Salvini, invece, riguardano la sicurezza e l’immigrazione, cioè il “mio e il tuo” o anche il “noi e loro”, cose che la gente sente immediatamente. I decreti del Movimento al contrario: la lotta alla corruzione, la prescrizione, i vitalizi, i truffati delle banche, persino il reddito di cittadinanza, hanno bisogno di un grado di astrazione troppo alto per convincere qualcuno. Insomma, mio e tuo, noi e loro, sono quello che si dice temi identitari molto più di quanto sia la giustizia sociale.

Allo stesso modo pare anche che il M5S abbia dimenticato i motivi della sua ascesa. La vittoria del 4 marzo era stata l’apice di un processo di contrapposizione del Movimento contro tutti, appunto un “noi contro loro”, a cui “loro”, tutti gli altri, non si erano sottratti. Tant’è vero che FI, PD e anche la Lega votarono insieme la legge Rosato, che avrebbe impedito il governo in solitaria dei 5 stelle. Poi, pare che i grillini abbiano dimenticato anche l’immediato dopo voto, dove ogni partito li trattò come appestati, rifiutando di mischiarsi con loro nel governo. Pure la Lega, che solo quando scoprì che il suo elettorato era ben disposto al matrimonio con il M5S, capì che non solo poteva asciugare i voti di Berlusconi, ma anche quelli di Di Maio, trattandosi spesso dell’identico bacino di consenso.

E’ stato il M5S che ha preparato la vittoria della Lega, sono state le lodi di Di Maio e di Grillo all’avversario leghista, alla sua correttezza alla sua sincerità, che hanno promosso Salvini e che l’hanno fatto partecipe dell’onestà pentastellata e dell’istante aureo del Movimento. E’ stata la testardaggine di Di Maio a fare un governo, che ha regalato alla Lega la totale irresponsabilità nelle cose da fare e l’inizio della campagna elettorale di Salvini da un luogo di sicuro prestigio. Eh già!, me lo ricordo Salvini cinque anni fa quando, nel giudicare la manovra elettorale degli 80 euro di Renzi, fece: “Chapeau!”

Nessuno ora si meravigli che sia stato capace di tirare fuori tutti gli argomenti strappavoto agli italiani, dal libro sulla sua vita alla coroncina del rosario. Salvini non ha dimenticato la DC crociata, né Berlusconi prima maniera e anticomunista. Non ha dimenticato di tracciare una linea tra noi e loro, tra il mondo cattolico e “l’altro mondo”, preparandosi, da Lega Nord, a diventare Lega Europa, con gli stessi argomenti identitari.

Persino il Pd, traditore di fatto di ogni progetto di equità sociale, non ha dimenticato di esasperare il di qua e il di là, la linea tra destra e sinistra, tra buoni e cattivi, con gli argomenti del volemose bene: eterna accusa all’egoismo dei popoli per nascondere le truffe dei singoli. Ha polarizzato lo scontro con la destra di Salvini lasciando il M5S nel suo fuori gioco post-ideologico, schiacciato come vaso di coccio tra i vasi di ferro, alle prese con le cose da fare, cose neutre, fatti senza colorazione e senza rancore.

Purtroppo, sia il sogno del “sol dell’avvenire”, che quello della democrazia compiuta, sono sogni concepiti dalle élites. Il presupposto fondante del M5S, il popolo cosciente e che partecipa alla democrazia, non esiste. La riqualificazione dell’elettorato, processo a metà strada tra i miti dell’età moderna e la piattaforma Rousseau, è un processo troppo lungo. E in attesa della “patente di cittadinanza”, virata aristocratica per sottrarre la democrazia dagli artigli del populismo a cui è già stato opposto, teoricamente, il “voto ponderale” per invalidarla, bisogna che i veri rappresentanti del popolo imparino a trattare con più ironia il mercato del consenso. Bisogna che restino distinti, ostili a tutti gli altri, e che siano il meno formali possibile. La correttezza istituzionale e la concordia tra le cose fatte e quelle divulgate non possono pagare in un mondo totalmente truccato.

Giuseppe Di Maio

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