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“Vinca il peggiore, e nemici come prima”

Vicenza – Dissero che era stato concepito così apposta, in maniera provocatoria (io difatti non lo capii, e forse caddi nella provocazione, poi me la spiegarono), ma a me il popolarissimo video che parla del razzismo, interpretato dal bravo Andrea Pennacchi e diretto da Francesco Imperato su un testo spensierato di Marco Giacosa, puzza di autocompiacimento. “Quando i neri erano i meridionali” mi lascia ancora perplesso.

Il racconto di Pennacchi, davanti a casa sua si presume (nella foto sopra) – un quadretto sinistro da “l’impero delle luci” di Magritte -, si snocciola con un triste e amaro “io mi ricordo”, più simile alla canzone per Nina di Gualtiero Bertelli, che a un’epopea inversa del “Noi credevamo” di Mario Martone. Un racconto sintetico del testo originale, a tratti solo una traduzione umorale che svela una sfilza di presunzioni fino all’inattesa delusione finale per i terroni che oggi votano Salvini. E non spiega, mai, se e come “l’idem sentire” del nord leghista sia diverso da quello del nord unitarista, in che cosa cioè sono diversi un polentone leghista e un polentone tricolore.

La storia delle due Italie è stata una storia di violenza e di menzogna, di un rapporto di forza sbilanciato che ha lasciato il Sud perdente: ha visto la fine della sua autonomia economica e politica, e l’inizio della sua sottomissione culturale. Questo processo ha il culmine con l’emigrazione in ogni parte del mondo, e col dopoguerra nel nord della penisola. Qui, nel Nord, le due popolazioni si sono costrette alla scomoda coabitazione che, per assicurare il vantaggio di una sola, ha generato il razzismo. Cioè lo strumento reale per alterare i meccanismi della competizione.

I Di Gangi, i Romeo, i Russo, i Caruso e gli Esposito sono stati sfavoriti nel mercato del lavoro, in quello del gradimento civile e politico, persino nel mercato del coniugio. Quello che è accaduto non è stato l’incontro difficile di due culture sospettose l’una dell’altra perché non identiche, ma la denigrazione costante di una delle due con la derisione, la maldicenza, la calunnia. I Di Gangi non vogliono lavorare, i Romeo sono violenti, i Russo sono sporchi, i Caruso sono chiacchieroni, gli Esposito sono disonesti. E’ meglio che facciano lavori spiacevoli, che stiano nei quartieri poveri, lontani dalle buone retribuzioni, dalle belle dimore, e dalle nostre donne.

“Noi dopo il lavoro andiamo nei campi, loro a giocare le carte”. Già! I Di Gangi non hanno i nonni di Abbiategrasso e non hanno neanche campi di proprietà. I loro li hanno lasciati a fiorire di spine sulle Madonie per venire a fare ricco il vostro Nord. I Caruso non sono asini silenti, e se chiedono diritti e giusta retribuzione allora di certo non hanno voglia di lavorare, giacché il vostro profitto non tollera il cianciare di garanzie.

Il miracolo italiano s’è fatto sui Russo e sugli Esposito che prendevano i treni dal Sud per venire a farsi insultare da voi. E se spesso hanno scelto di lavorare nella Pubblica Amministrazione è perché li avete tenuti lontani dalle ricche retribuzioni private. Poi, quando anche il lavoro pubblico vi ha fatto comodo, vi siete costituiti in partito per occuparlo a scapito dei terroni. “Paròni a casa nostra!”

“Qui vengono i peggiori, quelli buoni restano al Sud”. Le categorie sociali del nobile palermitano o del giurista napoletano sono categorie di metà ‘800, cioè proprio di quando c’è stato l’abbraccio ipocrita e mortale tra le due Italie. E il nobile e il giurista nella vostra fantasia ora non sono pericolosi, perché non vi prenderebbero niente, non avrebbero bisogno delle quattro carabattole vostre. Invece i Romeo e i Caruso, che traslocando hanno bisogno di tutto, sono le energie migliori: giovani, fiduciosi, che fanno finta di niente mentre voi ogni giorno li educate a considerarsi cittadini di second’ordine.

Li mettete l’uno contro l’altro, provocate le loro reazioni, allestite tranelli e giudizi iniqui, che mettano in mostra le vostre qualità e accrescano il vostro valore. Li sfruttate, li malpagate, li schernite, li svalutate, ne sparlate anche quando li sposate.  Ma una nomina meritata, un commercio di successo, un acquisto prestigioso di un Esposito, vi scatenano tutto l’astio e la malignità. L’invidia vi avvelena il sangue, lo sconcerto vi assale: Paròni a casa nostra! Certo, magari padroni ladri, ma che siano vostri.

Il razzismo è lotta di classe con strumenti truccati, ridotti all’osso, e a casa vostra vi piace vincere facile. “Mi son veneto, e ti?” Ci vuole un’aggressività sociale non comune per resistere agli attacchi quotidiani: alle ingiustizie sul lavoro, alle mascalzonate dei conoscenti, all’avida prepotenza dei condomini, alla maldicenza dei vicini, ai soprusi e all’insolenza degli indegni – che ti cacciano dalle compagnie, ti tolgono la parola nelle assemblee – all’esclusione civile, politica, alle sentenze sfavorevoli del giure veneto e padano che, come ovunque, è servo delle maggioranze, oltre che dell’autorità e degli sχei. A volte si è sentita materica, la mafiosità dell’idem sentire.

E a chi non gli sta bene, via! Il treno lo prendano in senso contrario, i Caruso e gli Esposito che non sono stati selezionati per servire il Nord. L’invidia e la menzogna hanno vinto. E poi ci sono gli altri, quelli che sono piaciuti a Selvaggia Lucarelli, quelli che ostentano qualche vago senso di vergogna, e dicono di non essere leghisti. Quelli interessati alle cucine regionali, alle vacanze esotiche, persino a un po’ di storia rabberciata, e che conoscono Ravello, Mozia e la Zinzulusa. Quelli del campanilismo politically correct, che usano il dialetto in modo distintivo, che tracciano faceti la linea di confine dei privilegi e dei vantaggi, e che sghignazzano sornioni quando un Romeo spiantato, senza più tribù né Dei, stanco di essere marchiato da terrone, si produce in un “ghe xe” tradito dall’inflessione grecana.

Questi sono peggio di quegli altri. Questi, al pari dei loro sodali d’oltralpe, si destreggiano ottusi tra malafede e vigliaccheria, le due virtù più usate d’Occidente. Dopo Garibaldi, la strada è fatta: al Sud ormai si va ad imbonire i gonzi. Mentre il Sud, fiducioso, risponde con compostezza, quasi con pudore. Voi gli mandate i Berlusconi i Salvini e i Grillo, e altri prima di loro, e loro vi rispondono sempre con due toni sotto, con i Moro i De Mita e i Di Maio, e altri prima di loro.

Sicché, come dice il video, ad un certo punto i terroni son spariti. Si sono mimetizzati, hanno imparato la lezione, vi hanno copiato, e in mancanza di ciarlatani loro prendono a prestito i ciarlatani vostri. Ma come vi permettete dunque, di essere delusi dai meridionali del Sud e della diaspora che votano Salvini? Dite la verità, volevate tenervelo tutto per voi. Siete voi che glielo avete indicato. Provate invidia perché pure i terroni hanno capito il valore della malafede e della vigliaccheria? Siete sconcertati perché anche loro si sono messi a parlare il dialetto? Un dialetto italico distintivo in mezzo alla girandola delle nuove lingue, orientali, subsahariane e sudamericane? Volevate impedire che i terroni s’emancipassero e che diventassero cittadini di prim’ordine a scapito di qualcun altro? Siete preoccupati di aver ridotto la platea del privilegio?

Ecco l’ideologia del Nord, che fa l’Italia e la distrugge, che include ed esclude secondo il suo vantaggio, che fa i conti come il casolin sulla carta oleata, che incolonna e mischia le morali con gli sχei. Ecco la lotta di classe e la sua menzogna. La sirena che canta sullo scoglio le infinite opportunità, e allestisce la tagliola per la voglia di vivere, l’inganno per chi ha ansia di partecipare, che ci prende e ci froda, uno alla volta, tutti. Ecco il vostro Nord che non ci ha convinto, ma che ci ha rovinato la vita. E ora, polenta, adesso i neri te li puoi tenere. Vinca il peggiore, e nemici come prima.

Giuseppe Di Maio

3 Commenti

  1. Luciano Spiazzi

    Penso che il signor Giuseppe Di Maio dovrebbe acquisire anche questi dati, per sua buona conoscenza:

    I VENETI EMIGRANTI

    Ci sono milioni di Veneti, figli degli emigranti (vocabolo sconosciuto ai Veneti fino al 1866, cosa che fa riflettere….) che hanno lasciato la nostra terra subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia.
    Nei primi 24 anni di emigrazione fuggirono 1.385.000 Veneti su 2.800.000 abitanti (il 50%). Dal 1876 al 1978 bel 4.439.840 di Veneti hanno lasciato la nostra terra con tanta voglia di fare, alla ricerca di fortuna e di speranza, due essenze di vita sempre più difficili da trovare qui anche attualmente.
    Dal 1876 al 1880 la proporzione dell’esodo fu questa:
    35 Veneti contro 1 Siciliano, 41 Veneti contro 1 Pugliese.
    Dal 1881 al 1890:
    12 Veneti contro 1 Siciliano, 25 Veneti contro 1 Pugliese, 125 Veneti contro 1 Umbro.
    Dal 1891 al 1900:
    18 Veneti contro 1 Pugliese, 25 Veneti contro 1 Laziale, 39 Veneti contro 1 Sardo.
    Attualmente ci sono più di 10 milioni di Veneti in giro per il mondo che hanno mantenuto la nostra lingua (chiamata “tałian” e le nostre tradizioni.)
    La loro maggiore concentrazione è nel sud del Brasile, dove in un intero stato, Rio Grande do Sul, è in uso come lingua ufficiale il Veneto.

    Ringrazio il signor Giuseppe Di Maio per l’attenzione.

  2. Luciano Spiazzi

    1) L’autore di questo articolo si rammarica dell’immigrazione dei meridionali per “aricchire” i “polentoni”. Veneti specificatamente compresi.
    Credo dovrebbe leggersi almeno il libro di Bruno Pederoda: “Tra macerie e miserie di una regione sacrificata – Veneto 1916-1924”, © Piazza Editore – Silea (Tv) – Tel. e fax 0422.94555 – Web: http://www.sile.net – e-mail: piazza@sile.net.
    Scoprirebbe che dopo l’unità d’Italia (per i veneti data 1866) ci furono interi paesi che con il parroco e il gonfalone comunale in testa, s’incamminarono ai porti d’imbarco per emigrare all’estero (non immigrare in Italia).
    Quanto al “trattamento” scoprirebbe che, solo per esemplificare con una sola constatazione, la Prima Guerra Mondiale fu combattuta esclusivamente, o quanto meno principalmente, nelle terre venete. A prescindere dal “trattamento” che i burocrati romano-meridionali riservarono al territorio, si pensi al solo fatto che dopo la disfatta di Caporetto (1917) lungo le due sponde del fiume Piave, gli abitanti furono tutti sfollati. Intralciavano sia gli austro-ungarico-tedeschi, sia gli italiani.
    Queste soldataglie, un po’ perché avevano fame (specialmente gli imperiali) un po’ per sovravvivere, spogliarono letteralmente ogni abitazione. Divelsero pure i serramenti per fare legna da ardere con la quale riscaldarsi.
    Già a cavallo di novembre-dicembre 1918, subito dopo l’armistizio, gli autoctoni che non erano inquadrati nell’EI, tornarono tempestivamente alle loro case. Le trovarono quasi tutte diroccate. Non c’erano armenti. Nè c’erano animali da soma o domestici. Non c’era nemmeno la possibilità di coltivare la terra, poiché era tutta gravida di residuati della guerra: mine, proiettili inesplosi, carcasse di animali e di cariaggi, armi e munizioni abbandonate etc. etc.

    (segue)

  3. Luciano Spiazzi

    2) Poiché era inverno l’intendenza militare fece costruire delle baracche. Ma come ai giorni nostri nei confronti di alcuni terremotati, furono ricostruite per ben tre volte tanto erano precarie e fatiscenti. E il loro costo fu più oneroso che non la ricostruzione in muratura degli edifici originari. La corruzione dei funzionari è documentata da atti processuali e da interrogazioni parlamentari. Quindi…
    È incongruo che l’autore si lamenti per la sua posizione (o per la condizione in generale degli immigrati su esposta) con i veneti. Il numero dei veneti emigrati (ce ne sono anche oggi) che sono andati per i quattro angoli del globo sono calcolati tra i 5 e i 14 milioni, a seconda delle stime.
    Luciano Spiazzi

    P.S. Qui c’è una storia che non ho letto per intero, ma che credo corrisponda bene a quanto ho cercato di scrivere più sopra: https://www.facebook.com/notes/max-inturri/quando-gli-emigranti-eravamo-noi/246458801844 Grazie per l’attenzione!

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