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Luca Zaia, globetrotter e smarrito presidente

Vicenza – Dagli uomini di Neandertal agli Egizi e agli Inca, tutti credevano nella continuazione della vita dopo la morte. Non nella reincarnazione, sia chiaro, bensì nella vita come la vivevano sulla terra. Perciò facevano mettere nella tomba quanto avevano di più prezioso. Molti re e imperatori portavano con loro anche le mogli preferite, i funzionari, i soldati, i servitori e gli animali, oltre ai tesori. Per questo il furto nelle tombe è antico quanto la prostituzione. È un peccato che in Italia (ma anche in buona parte d’Europa) non si segua il loro esempio. Pensate! Quando muore un Presidente, potrebbe ordinare di essere sepolto con tutto il Parlamento e metà dei burocrati. Stando agli umori dell’opinione pubblica, la maggioranza dei cittadini approverebbe un rituale del genere.

Tuttavia – mi si passi il banale ossimoro – c’è un’eccezione che conferma la regola: Luca Zaia, presidente della Regione Veneto. Il personaggio mi è simpatico, e più avanti spiegherò il perché. Per il momento mi si passi una precisazione: la democrazia può avere governi socialdemocratici, popolari, neo-liberali, conservatori etc; il concetto di democrazia non è cristallizzato in una sola versione o in un’unica concreta traduzione; può trovare e ha trovato la sua espressione storica in diverse espressioni e applicazioni, tutte caratterizzate per altro dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare. 

La Riforma del Titolo V della Costituzione attuata nel 2001 dal governo D’Alema, con Giuliano Amato ministro per le Riforme, aprì una autostrada verso l’attribuzione di poteri legislativi dallo Stato alle Regioni e verso l’attribuzione di funzioni amministrative ulteriori ai Comuni: in altre parole per conferire alle Regioni richiedenti maggiore autonomia. Con diverse “tinte”, al momento, si sono fatte avanti in modo convinto Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, poggiando sull’articolo 116 della Costituzione. Al sud però si sono “rivoltati” minacciando ricorsi alla Corte Costituzionale e altrove.

A quelle latitudini, non sono assolutamente interessati (non conviene loro) ad approfondire l’opera di Allen Buchanan “Secessione – Quando e perché un paese ha il diritto di dividersi” (© 1994 Arnoldo Mondadori Editore. Con la presentazione di Gianfranco Miglio) dove, nel capitolo II, l’autore dimostra che un gruppo può lecitamente opporsi allo Stato con la forza qualora si trovi a essere vittima di una ridistribuzione discriminatoria – ossia, qualora le politiche economiche o fiscali dello Stato operino sistematicamente a detrimento di quel gruppo e a beneficio di altri, in assenza di una valida giustificazione morale per questa difformità di trattamento.

Inoltre, ritiene che, a certe condizioni, un gruppo sia legittimato a secedere quando ciò risulti necessario alla tutela della sua particolare cultura o forma di vita comunitaria. Ciascuna di queste conclusioni rappresenta una brusca dipartita rispetto a quella che spesso viene ritenuta una fondamentale caratteristica dell’individualismo liberale: l’esclusiva preoccupazione per i diritti individuali e il conseguente insuccesso nel valutare l’importanza della comunità o dell’appartenenza al gruppo per il benessere e per la stessa identità dell’individuo.

Ciò premesso, riprendo con Luca Zaia, giacché anch’egli sembra ignorare o non prendere in considerazione quanto sopra. Eppure, in una delle manifestazioni più partecipate dagli indipendentisti veneti accorsi a migliaia a Bassano del Grappa. il primo dicembre 2014, con la foga di un vero “indy Campeador” concionava dell’indispensabilità di un Veneto indipendente. Ma quasi nessuno dei plaudenti all’autodeterminazione aveva il mente il fatto che il  successivo 31 maggio 2015 si sarebbero tenute le elezioni regionali dove fu riconfermato presidente. Ed è chiaro che ogni voto andava racimolato.

Il 6 settembre 2016 il quotidiano Libero ne fa un ritratto dal titolo: «Luca Zaia, la vita tumultuosa di un politico senza freni» che me lo rende ancora più simpatico, perché il giovane Luca inizia a smanettare nell’officina di papà già dai tempi delle elementari, che ancora oggi giudica una scuola di vita. Poi, ai tempi dell’università, Zaia s’inventa un lavoro. Quello del pr. Non balla, non canta, non si ubriaca, non si droga. Riempie le discoteche. Incrocia animatori della notte che all’epoca sono illustri sconosciuti: Fiorello, Amadeus, Monella, Jovanotti, Pieraccioni.

È il Veneto dove i capannoni iniziano a moltiplicarsi, gli schei girano, impazzano nuovi generi musicali e nascono associazioni singolari come «i genitori anti-rock». In inverno il pr Zaia imperversa nel Trevigiano, d’estate si trasferisce a Caorle. È qui che inizia a presentarsi con i capelli all’indietro: lui giura che usa solo l’acqua, ma a Roma, quando dall’8 maggio 2008 al 16 aprile 2010 assume la carica di ministro per le Politiche agricole, gli irriverenti capitolini non gli credono e lo chiameranno Er Pomata.

Un passo importante per la sua carriera politica è quello del 29 marzo 2010, con l’elezione a presidente della Regione Veneto; così il 16 aprile 2010 consegna le dimissioni dalla carica di ministro. Un bel cursus honorum se si considera che la sua carriera politica inizia nel novembre 1992. Nel suo paese la Liga Veneta voleva presentarsi alla elezioni per la prima volta, ma non trovava candidati. Zaia si fece avanti. Viene eletto.

La sua attività di pubblico amministratore diviene una ossessione, tanto che circolano barzellette. Eccone una: Zaia incontra due signore con un cane e domanda: che razza è? La proprietaria non risponde, e quando resta sola con l’amica confessa: non gli ho detto che è un incrocio, altrimenti Zaia me lo trasforma in una rotonda! Tuttavia i morti al volante diminuiscono: da circa 200 all’anno crollano a una cinquantina. Di lì sarà tutta un’ascesa. 

Nel 2006 assiste in diretta alla morte dell’imprenditore Giorgio Panto, con cui aveva appena pranzato nella laguna veneziana sull’isola di Crevan. Zaia e altre persone salgono su una barca mentre Panto usa l’elicottero che pilota lui stesso. Precipita in laguna a seguito d’una manovra acrobatica non ben calcolata. Inutili i soccorsi. C’è chi in questo episodio ravvede la conferma che Zaia rappresenta un certo tipo d’imprenditorialità veneta. I paciolósi (maldicenti) chiamano Zaia el torero, per il suo modo di pettinarsi all’indietro) e lo considerano un lumbard dai modi democristiani: fa politica da una vita, altro che allergia alla notorietà! Uno che qualche volta ci azzecca, ebbe a dire Umberto Bossi, che lo considera il candidato premier ideale. 

Non c’è dubbio: Luca Zaia è un leghista atipico perché misura le parole. Evita le tv nazionali, dribbla i quotidiani, preferisce i media locali e il Tg Veneto Rai. Praticamente non c’è sera che non vi sia presente. Ma anche lì, con moderazione. Suscitando simpatia ed avendo un buon eloquio, sforna puntualmente ad ogni occasione un conciso discorsetto di circostanza. Segno evidente di un ufficio stampa molto efficiente che lo aggiorna puntualmente.

Dove non si contiene, però, è nella quotidiana peregrinazione per il territorio regionale, vuoi per inaugurare questo o quel tratto stradale o rotonda, questa o quella opera pubblica, questa o quella fiera o sagra paesana. È una notizia che non ho ancora avuto modo di controllare, ma sembra che negli ambienti dei saltatori con la pertica, siano convinti d’avere la presenza dello Zaia in occasione delle finali rionali di Cresole di Caldogno. Insomma è un compulsivo tagliatore di tricoloriti nastri inaugurali. Lui che non esita a definirsi indipendentista. Mi ispira una rinnovata simpatia da quando ho notato che non si attiene più alla regola scaramantica dei tagliatori di nastri che ne intascano un pezzettino per sé. Chissà, forse non sa più dove mettere quegli scampoli.

Ad ogni buon conto, quello che a mio modo di vedere rappresenta la sua più efficace manovra politica, è quella su cui ho scritto tre anni fa nell’articolo dal titolo “Zaia, lo zio Tom dell’indipendentismo veneto” (da leggere sono anche i commenti dei lettori):

Il presidente della Regione Veneto si accinge ad avviare le procedure per indire un referendum per l’autonomia del Veneto. Si tratta di un comportamento alla zio Tom che non fa il ribelle, e non capeggia rivolte. Semplicemente si rifiuta di compiere il male che gli viene chiesto. Ed il male nel nostro caso è una chiara e netta presa di posizione sull’indipendenza del Veneto, con annesse concrete azioni.  Per questa operazione sembra che Luca Zaia abbia preso lezioni da Harry Truman, 33° Presidente degli Usa (1945-1953) il quale svelò un vecchio trucco politico: «Se non riesci a convincerli, confondili.» Infatti, se arriverà alla materializzazione di un tale referendum sarà la morte dell’indipendentismo, perché se vincono i Sì la questione si trascinerà per i corridoi dei ministeri romani senza giungere ad una conclusione. Più che mai impensabile un’autonomia sul modello delle Regioni a Statuto speciale, bisogna modificare la Costituzione. Di converso gli indipendentisti autentici verranno tacitati e derisi: «Vedete? I veneti vogliono l’autonomia, non l’indipendenza!». Se al contrario vincessero i No la questione non andrebbe lontano, si tratta in fondo di un referendum consultivo.

E infatti… Quanto ai numerosi annunci sugli accordi per l’autonomia, farne la cronologia sarebbe ingeneroso quanto sparare sulla Croce Rossa. Semmai quello che fa sbellicare dalle risa è che il governo Gentiloni (di parte avversa a Zaia) aveva già firmato un accordo, che invece l’attuale governo giallo-verde, (solo parte del quale è con Zaia) ha indicato l’ennesima data improcastinabile. Infatti, puntuale come una chimera, l’autonomia si palesa nuovamente il 25 marzo 2019 al Veneto Fest di Treviso, per la Lega non più Nord, partito di lotta e adesso soprattutto di governo.

Matteo Salvini e Luca Zaia, lanciano (l’ennesima) quasi sfida ai 5 Stelle: «Andiamo avanti, ci sarà il 3 aprile un’ulteriore audizione al Senato. Se si firma e ci danno l’autonomia bene, sennò a casa tutti», dice Zaia. E ancora: «Siamo stanchi di pagare gli sprechi degli altri. Non è la secessione dei ricchi come dice qualcuno ma è di quelli che son stufi di essere trattati come dei pirla», ha ribadito. Cosa poi possa venire dai sedicenti indipendentisti veneti, il cui unico disinvolto rappresentante in Consiglio Regionale è molto attento a sostenere la giunta Zaia, in vista delle prossime elezioni regionali del 2020, nessuno lo sa. 

Concludo riallacciandomi al titolo di questo articolo: non è necessario che il politico Luca Zaia venga seppellito, perché lui in Consiglio regionale veneto praticamente non c’è mai. Infatti, questi sono i numeri dell’assemblea:

LUCA ZAIA 

Presidente della Regione Veneto, ha presenziato al 26 febbraio 2019

Numero complessivo delle sedute 205
Presenze in aula 24
Congedi 159
Assenze 22
Percentuale delle presenza sul totale delle sedute 11,71

Non sembra quindi determinante la presenza del Presidente Zaia. Ciò che appare è che poche decine di persone reggono la res publica regionale. Esse vanno probabilmente individuate anzitutto nei direttori generali, nei presidenti e consiglieri di amministrazione del Veneto degli enti parastatali, nelle società economiche a partecipazione pubblica, nei capi degli uffici legislativi e nei capi Dipartimento. Sono questi i veri factotum della concreta attività di governo. E costoro sfuggono a qualunque scrutinio pubblico, risultando i veri padroni della politica. In più di un caso appaiono addirittura i veri burattinai. Sarà come diceva lo scrittore statunitense Nathaniel Hawthorne? «Nessuno può mostrare troppo a lungo una faccia a se stesso e un’altra alla gente senza finire col non sapere più quale sia quella vera.» 

Enzo Trentin

28 febbraio 2018 – Il sottosegretario agli Affari Regionali Gianclaudio Bressa e i governatori delle Regioni Emilia Romagna, Bonaccini, Lombardia, Maroni e Veneto, Zaia, firmano a Palazzo Chigi un accordo preliminare sull’autonomia.  Alcuni giornali titoleranno:  Autonomie, firmato accordo Governo – Regioni. Zaia: “Giornata storica, primo documento ufficiale di un lungo percorso. Mi è dispiaciuto che il premier Gentiloni non fosse  a Palazzo Chigi”

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