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Falsi politici e compulsivi “caregari” 

Vicenza – La fine del ventesimo secolo ha fortunatamente registrato il crollo delle dottrine, e i partiti post-ideologici sono diventati “illegittimi” nel modo più radicale. Negli ultimi decenni la res publica è stata retta da falsi uomini politici, nonché da compulsivi e furiosi “caregari” divenuti pubblici amministratori. Essi hanno trasformato in peggio (quando non ne hanno favorito la dissoluzione) il comparto imprenditoriale, e il ceto produttivo è stato messo in ginocchio: -25% dalla crisi del 2008. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Devono lavorare tutti. Soprattutto i cittadini per pagare la “casta”.

Questa, attraverso il voto di scambio e il clientelismo ha privilegiato i dipendenti mediocri, depressi e persino pigri, che si accontentano di briciole ed elemosine. Di persone con princìpi,  valori morali, e con buone abitudini, non ne hanno bisogno. Al contrario, hanno invitato i giovani più preparati a lasciare il paese.

Il 19 dicembre 2016 il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (del Pd, dal 2007, in precedenza del Pci, fino al 1991, Pds, 1991-1998, Ds, 1998-2007,) dichiarò alla stampa: «100 mila giovani in fuga? Alcuni meglio non averli tra i piedi […] Conosco gente che se n’è andata e il Paese non soffrirà». 

IL 19 giugno 2018 il “Sole24ore” scrive che secondo i dati del Poligrafico dello Stato (che gestisce la banca dati sulla legislazione Normattiva), le leggi in vigore sono circa 111 mila sulle 187 mila emanate in totale dalla nascita dello Stato unitario a oggi. Come riferisce Antonello Cerchi a pagina 2, dal 1932 al 2016, il periodo preso in considerazione dallo studio, a fare la parte del leone sono i decreti del Presidente della Repubblica (46 mila) e le leggi (13 mila).

Questa ordalia di leggi è costruita, inoltre, secondo uno schema “a piramide”: ognuna di esse ha bisogno di un certo numero di decreti attuativi, perché sono pochissime nel nostro ordinamento le leggi auto-applicative. Per fare un esempio: in poco più di due anni, dal suo insediamento nel febbraio 2014 a maggio del 2016, il governo Renzi ha approvato più di 300 provvedimenti legislativi, che hanno determinato la necessità di emanare più di 800 decreti attuativi. Fatti di ulteriori prescrizioni, approfondimenti tecnici, necessità di coordinamento con la normativa preesistente. E di incredibili ritardi nell’emanazione.

Una domanda fondamentale è poi piuttosto semplice, così come crediamo che la risposta sia altrettanto agevole: se la Francia si autogoverna con settemila leggi, se per la Germania sono sufficienti 5.500 leggi, se, infine, la Gran Bretagna si accontenta di tremila leggi, perché mai in Italia ne occorrono 111 mila per governarci?

Come è possibile che ci siano così tante norme, tanti passaggi, firme e permessi per ogni argomento del nostro vivere civile? I motivi possono essere tanti, ma si possono ridurre a uno solo: la gestione personalistica del potere tramite la corruzione. Più leggi ci sono più è difficile muoversi nel meandri della legalità e più aumenta la corruzione. È una situazione che tutti i legislatori e i liberi pensatori conoscono fin dall’antichità. Fu lo storico romano Tacito a metterla per iscritto per la prima volta nei suoi Annales: il suo “corruptissima res publica plurimae leges“, ossia “moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto“, diventa la sintesi perfetta dell’attuale stato delle cose in Italia, dove solo alla data del 18 giugno 2018 è stato possibile avere il numero certo di leggi in vigore.

Ma torniamo ai rappresentanti politici per osservare che essi non mostrano alcun obbligo verso chi li vota. Eleggerli quindi equivale a legittimarli. Se, come suggeriva il filosofo della politica John Rawls, la qualità di una democrazia si misura dalle condizioni di chi sta peggio (in Italia oggi sono cinque milioni i cittadini in povertà assoluta), e dai privilegi che si auto-elargisce la classe dominante, davvero possiamo dirci soddisfatti del nostro modello democratico? Conseguentemente come non giustificare quella parte della popolazione che aspira a un diverso modello istituzionale da ottenersi attraverso l’autodeterminazione? Ma nell’attuale panorama politico indipendentista non sembra esserci nulla di entusiasmante. Esso rimanda alla mente il famoso esperimento mentale di Chuck.

Chuck, un anziano signore di ottant’anni, si trova in ospedale per un banale controllo medico. Nello stesso tempo, cinque giovani ventenni sono ricoverati con urgenza a causa di un incidente stradale. Ben presto sarà chiaro che moriranno tutti, se non riceveranno gli organi necessari alla sopravvivenza: uno ha bisogno di un polmone, uno del cuore, l’altro un rene, uno l’altro polmone, l’ultimo l’altro rene. Grazie al controllo medico si nota che gli organi di Chuck sono miracolosamente compatibili con quelli dei ragazzi. È giusto che i medici prendano Chuck e ne asportino gli organi, lasciandolo morire, perché la vita di cinque giovani vale più di quella di un uomo anziano?

Chiaramente qualcosa non va: la soluzione è troppo estrema e, diremmo, ingiusta. Sembrerebbe quindi che uccidere un uomo, anche se per consentire ad altri cinque di continuare a vivere, sia sbagliato in sé. Eppure neanche le etiche deontologiche se la passano meglio: un pazzo assassino vi chiede dove vive il vostro migliore amico, perché vuole ucciderlo. Siete forse tenuti a dire la verità, dal momento che mentire è sbagliato in sé? Anche qui l’esempio è estremo e il risultato decisamente non auspicabile.

Analogamente potremmo sostenere: è giusto legittimare con il voto dei sedicenti indipendentisti, quando costoro si ripromettono di sedere nelle istituzioni, e giurando sulla Costituzione s’impegnano solennemente d’esserle fedele? Ed è corretto fare affidamento su di loro quando questi non sanno nemmeno produrre e proporre un quadro istituzionale alternativo? Come dice la Regina Rossa ad Alice in “Attraverso lo specchio”, di Lewis Carroll: «Ora, qui, vedi, per quanto si corra, si rimane sempre nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno al doppio della velocità!» 

Ecco, per non rimanere sempre nello stesso posto, ovvero un consenso elettorale sinora insignificante e non determinante, i sedicenti indipendentisti dovrebbero procedere al doppio della loro velocità: da un lato contrastare le istituzioni su cui hanno giurato (battendosi, per esempio, per l’introduzione della democrazia diretta) e che dicono non più adeguate tanto da chiedere l’autodeterminazione; dall’altro spiegare a priori chi sarà il soggetto istituzionale che subentrerà, e come dovrebbe essere amministrato.

Allo stato attuale il problema è strutturale ed è insito nel sistema rappresentativo. Funziona così: il cittadino vota un rappresentante e, così facendo, delega a lui ogni potere decisionale. Risultato: votando, il cittadino si autoesclude da ogni possibilità di decidere. L’assurdo è che lo stesso cittadino che vota spesso si lamenta perché è escluso dal potere decisionale. Non capisce che è proprio lui ad escludersi da quel potere nel momento in cui decide di votare. Se davvero vuole decidere, si deve semplicemente preparare un sistema politico alternativo, che consenta ai cittadini di partecipare al potere decisionale. 

Contestualmente mettere in atto uno o più dei 198 metodi di azione nonviolenta per opporsi a questa democrazia deficitaria. Tra queste azioni le più banali sono: Pressioni sui singoli («Colpire» i funzionari del regime, dileggio dei funzionari, organizzazione e creazione di comuni, organizzazione di veglie). Assemblee pubbliche. Ritiri e rinunce. Ostracismo rivolto alle persone. Fuoriuscita dal sistema sociale. Azioni da parte dei consumatori. Azioni da parte di lavoratori e produttori. Azioni da parte di proprietari e dirigenti. Azioni da parte dei possessori di risorse finanziarie. Scioperi simbolici, e 25 altre tipologie di sciopero come quello fiscale, e del voto. Oltre a decine di altra natura. Rifiuto dell’autorità. Non collaborazione dei cittadini con il governo. Alternative dei cittadini all’obbedienza. Intervento psicologico. Intervento sociale. Intervento economico. Intervento politico (non elettorale).

Tutte queste azioni o parte di esse combinate tra loro hanno ispirato movimenti di opposizione in diverse parti del mondo. In Birmania (oggi Myanmar), per esempio, s’è visto Aung San Suu Kyi, una politica birmana, attiva da molti anni nella difesa dei diritti umani sulla scena del suo Paese oppresso da una rigida dittatura militare, imporsi come capo del movimento non-violento, tanto da meritare i premi Rafto e Sakharov, prima di essere insignita del Premio Nobel per la pace nel 1991. Nel 2007 l’ex Premier inglese Gordon Brown ne ha tratteggiato il ritratto nel suo volume “Eight Portraits” come modello di coraggio civico per la libertà. Aung San Suu Kyi è attualmente Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente. Questa donna minuta quanto determinata non ha mai chiesto, per dirla con le parole di Leo Longanesi, di: «Fare la rivoluzione con il permesso dei carabinieri», come, per esempio, farsi eleggere alla Regione Veneto et similia per rivoluzionare lo Stato italiano e ottenere l’indipendenza.

Enzo Trentin

Un commento

  1. Troppi politici, troppa burocrazia, una tassazione esagerata, troppi favoritismi nelle assegnazioni di appalti o lavori pubblici; nei concorsi pubblici entrano intere famiglie ed amici e parenti delle stesse (alla faccia dei concorsi). L’Italia galleggia nella merda in merito al quale dovrebbero assegnarci un riconoscimento

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