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Decadenza 5 Stelle. Popolo e democrazia compiuta

Vicenza – Mi sono perso tutta la fase costituenda del MoVimento 5 Stelle, i primi discorsi di Grillo, gli strepiti e gli tsunami nelle piazze d’Italia prima delle elezioni del 2013. E sarà che, da osservatore vetero-marxiano, mi sarei aspettato che i nemici di classe fossero nascosti in terribili comitati, e gli amici in seriose avanguardie operaie, che non sono riuscito a riconoscerli, nell’uno e nell’altro caso, tra i comici di mestiere. Come nel ’94, Berlusconi riuscì ad acchiappare una maggioranza che non avevo previsto, così Grillo e i suoi, nel 2013, intercettarono un sentimento da cui ero lontano. Il popolo italiano, invece, interpretava la democrazia in una forma nuova, mentre io ero fermo alle geometrie elettorali del Pentapartito.

Di certo è stato per l’informazione degli ultimi 30 anni, ma molto di più per colpa delle mancate promesse di arricchimento collettivo o di giustizia sociale, cianciate da destra e da sinistra, che si è costruito un popolo sempre più infedele alle formazioni politiche. Alla fine degli anni ’70 si pensava ancora che, nonostante tutto il male che i democristiani facevano agli italiani, questi li avrebbero votati comunque. Ora non è più così.

Prima la Lega, poi Forza Italia e infine il MoVimento 5 Stelle, passando anche per il Pd renziano, tutti hanno ricevuto valanghe di consensi popolari da elettori che continuano a spostare simultaneamente un 20% ora nell’uno ora nell’altro partito. Milioni e milioni di italiani che si sono scollati dal voto invariabile, e non sono più fedeli ad un’idea o a un leader, cambiano bandiera disperatamente alla ricerca di una soluzione ai loro problemi.

L’entusiasmo che si è accumulato intorno ai ragazzi di Grillo, sei anni fa ormai, ha contagiato molti di quelli che come me non avevano più molte speranze nella funzione della democrazia. E, appena siamo venuti in contatto con le idee di Grillo e dei suoi ragazzi, abbiamo anche scoperto, entusiasticamente, il modo della Casaleggio & associati di selezionare la classe dirigente. Abbiamo scoperto l’attivismo fai da te, dove vige la regola e la presunzione de “l’uno vale uno”, e abbiamo scoperto Rousseau, dove una ristretta cerchia di iscritti, tra loro sconosciuti, bastano al Movimento per scegliere i suoi candidati.

Purtroppo i luoghi fisici di incontro sono pressoché inesistenti. Le cellule e le sezioni restano su whatsapp e telegram, dove spesso si svolgono violente espulsioni che precedono gli scontri e le epurazioni preelettorali. Non c’è una linea netta di pensiero. Il M5s è ancora un vasto contenitore dove convergono idee, troppo spesso contrastanti, su svariati problemi, idee che contribuiscono a concentrare in maniera equivoca molte speranze di gente sentimentalmente di destra e di sinistra. Su tutto il vasto bailamme di posizioni c’è stata finora l’autorità del fondatore a mitigare le controversie.

Poi è intervenuto d’imperio quella del capo talentuoso che ha strappato uno statuto dittatoriale dopo un’elezione senza valide alternative. Ma quando finirà il suo vertice romano, e torneranno a casa anche i drappelli periferici, quando cioè sarà esaurita la generazione dei grillini della prima ora, il movimento sarà senza una classe politica. Oppure sarà costretto a prolungare l’attivismo retribuito dei ventenni, dando loro il tempo di diventare quarantenni o cinquantenni, e ammettere che il disdegno della politica di mestiere (uno dei fondamenti del M5s), è uno dei tanti sogni infranti dalla realtà delle cose.

Ciò che la mente di Grillo non ha concepito è che non si può rappresentare il popolo senza essere visionari, senza avere un preciso orizzonte ideale entro cui far nascere leggi e provvedimenti. Così com’è finito il tempo di sedurre il corpo elettorale ed esaltarlo come protagonista maturo. Ciò che resterà sarà la testimonianza della democrazia compiuta, un esperimento della missione civilizzatrice dei 5 stelle, assieme a un’eredità tiranna: chi ha capito una volta, non potrà mai più essere illuso da un nuovo capopopolo.

Purtroppo è sempre più chiaro che la percentuale dei civilizzati della democrazia è troppo bassa per costruire progetti di egemonia. Intanto Rousseau, il luogo della Casaleggio che invita a partecipare in maniera apatica alla vita democratica, continua a fallire gli appuntamenti cruciali delle consultazioni; la selezione è totalmente casuale: impossibile scegliere con coscienza le abilità dei candidati, impossibile selezionare le loro virtù morali e civili. Si chiude la connessione sulla più importante impresa della democrazia.

Sì, è vero, tutti saremmo capaci di rappresentare i nostri concittadini, e potremmo anche essere sorteggiati, giacché ciò che conta non è la velocità dei provvedimenti, ma che la volontà del popolo non sia tradita. Questo è il condivisibile mantra pentastellato. Tuttavia la partecipazione alla politica è ancora scarsa, ed elitaria. E avremmo bisogno di laboratori di democrazia, di scuole in cui si concepiscono i provvedimenti della volontà popolare, di luoghi in cui vengono decifrate le fondamenta del sistema e dove vengono prodotte le strategie per combattere la contraddizione.

Rousseau, un serbatoio “privato” dove affluiscono idee senza programma, nella sua ansia di rappresentare tutto e tutti, non può rappresentare nulla e nessuno se non bara sulle maggioranze. La democrazia on line è solo capace di contare le idee, non di farle nascere. Ed è incapace di testare l’aderenza dei rappresentanti politici agli interessi generali, è incapace di collaudare le loro virtù morali. Che cosa è invece oggi il Movimento? Una temperie sempre più declinante dove affluiscono sentimenti di partecipazione civile che si infrangono di continuo sulla sua disorganizzazione.

Coordinamenti territoriali che, invece di includere le energie politiche spontanee, le escludono con la presunzione di tutelare un’ortodossia che nessuno conosce e nessuno desidera. Asfittici circoli amicali che si contano con cipiglio andreottiano nelle serate a tema. Attivisti che sbraitano denunce civili, ma che servono solo a promuovere loro stessi. Bande che si combattono tra loro per la candidatura nelle primarie on line.

Odî e rancori inconcepibili per gente a cui starebbe a cuore l’interesse della collettività. Cioè disonestà in nuce, o già matura! Che col discredito dell’attivista avversario e l’elogio degli amici prelude alla corruzione e ai suoi reati. La faccenda De Vito non è l’unica, è la prima. E’ il segnale di un malessere, un’incoerenza ideologica che non è stata risolta e che si nasconde dietro il residuo entusiasmo, dietro il sogno vago di una futura “Città del sole”.

Giuseppe Di Maio

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