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Ci vorrebbe una stampa…

Ci vorrebbe una stampa…

Vicenza – Nelle ultime pagine de “Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia descrisse il metodo per trovare i mafiosi: seguire i soldi. Non l’ho dimenticato. E ogni volta che ho un dubbio su mestieri privati, funzioni pubbliche e filantropi di ogni genere, mi domando: come campa? Quando ci rechiamo in farmacia spesso dobbiamo fare lo slalom tra fastidiosi scaffali da cui sporgono lusinganti rimedi per la salute, che ci impediscono persino di vedere il banco principale. Gli antibiotici, gli ipertensivi, gli antinfiammatori stanno assieme al gestore in fondo da qualche parte, ma noi siamo fermi ad aspettare il nostro turno tra le scarpe anatomiche, le caramelle balsamiche e la pasta integrale.

Allo stesso modo, appena cliccato col mouse sul titolo accattivante di un giornale on line, che ci promette di conoscere tutto su un argomento scientifico, una prassi amministrativa, o sulle malefatte del ladro del momento, si aprono finestre indesiderate con l’ultimo film di successo, s’interpongono altre notizie dello stesso giornale, rettangolini discreti su come inviare fiori nel mondo, e la sedia ergonomica che avevamo cercato su internet qualche giorno prima.

Il pezzo che avremmo voluto leggere è sempre più in basso mentre facciamo scorrere la pagina, continuamente frantumato dall’editore che inserisce propaganda, e i frantumi che ballano sullo schermo tra finestre che si aprono e schermate di videogiochi. E quando siamo arrivati alla fine, la delusione di non aver saputo nulla o quasi di ciò che cercavamo è meno cocente della fatica fatta per scoprirlo.

Questa purtroppo è l’informazione gratuita. Altrimenti c’è quella pagata con sonanti abbonamenti, che dietro il click non riserva propaganda, solo qualche discretissimo quasi inavvertibile libricino di un direttore o di un coredattore. Poi c’è la carta, sempre più rara. E sempre più raramente qualcuno con la testa piegata su un ottavo di pagina, quasi una foto d’epoca a cui mancano ombrello e bombetta e la mano attaccata alla maniglia di un tram.

Invece oggi le teste sono piegate sugli schermi degli smartphone, che hanno a disposizione un diluvio di notizie, in mezzo a cui sarebbe seriamente difficile orientarsi se per ventura fossero davvero notizie. L’Italia è una dittatura mediatica. Le due informazioni da conoscere sono sistematicamente tenute nascoste; quando non si può fare a meno di parlarne si distorcono, e dalle prime reazioni della gente si decide se devono essere utilizzate quali virtù degli amici o infamie dei nemici.

Il compito dell’informazione sarebbe un compito alto e nobilissimo, una funzione indispensabile, senza cui sarebbe impensabile la democrazia e ogni altro aspetto delle aggregazioni sociali complesse come i nostri stati moderni. Chi potrebbe, nel chiuso delle nostre abitazioni, sapere di una conquista della scienza, di una novità letteraria, dell’alluvione nella regione vicina, e sopra ogni cosa, come potremmo sapere chi votare, e che fine ha fatto il nostro voto?

Purtroppo l’informazione non è libera. Essa è finanziata da un padrone che ha spesso interessi in altre attività e immancabilmente usa la sua stampa per proteggerle e promuoverle, usa il suo potere per garantirsi il profitto e confonde la missione di verità con la menzogna conveniente. Dalla “Gazette de France” o dalla “Gazzetta di Mantova” (ancora esistente), la stampa ha accompagnato le società moderne: ha portato fuori dalle corti le notizie della politica, ha reso pubblico ogni aspetto delle conquiste umane, ha sottratto agli aedi e ai cantastorie la loro funzione e l’ha trasferita nelle grandi metropoli.

Ma ragioniamo… Se uno produce un giornale, il suo finanziamento gli dovrebbe venire dalla vendita del pezzo di carta. Ma sempre più spesso i conti delle testate sono in rosso, e i giornali sopravvivono solo con sovvenzioni pubbliche o con l’intervento di un padrone che prende i soldi da altre aziende. Un padrone che finanzia in perdita è pericolosamente di parte, non immagino uno che spenda senza una ragione soldi suoi per tenere informata la collettività.

Poi ci sono i giornali gratuiti che ricevono introiti dalla pubblicità, che spendono poco e non pagano nessuno. E siccome il motore della stampa “libera” è trovare clienti alla propria informazione, il giornale gratuito è perciò schiavo dei click: di un “sentire comune” che amplifica, ma che non può costruire. Nella stampa gratuita e imparziale la missione educativa è accidentale, e paradossalmente solo l’informazione di parte può ambire a questo obiettivo.

Insomma, la stampa, bellezza, o è un’azienda fruttuosa e racconta quel che la gente vuole sentire, oppure è un’azienda in perdita e racconta quello che serve al padrone per tenere schiavo il lettore. In fin dei conti le notizie importanti sono battute da agenzie e i giornali si limitano a commentarle secondo il gusto del direttore. Lo stesso fatto assurge a notizia a seconda del taglio del giornale, ecco come nascono “Lercio”, “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano”, ognuno con la sua interpretazione, a parte poche notizie che soprattutto i grossi giornali scovano da soli.

Certo che le smentite dovrebbero avere lo stesso posto e lo stesso rilievo della notizia falsa, e ci vorrebbe un’agenzia che obbligasse a un giorno di chiusura il giornale che si è macchiato di dieci false notizie consecutive. Ci vorrebbe la pubblicazione dei bilanci di tutti i giornali; fissare le tariffe per i dipendenti, per le collaborazioni costanti, per quelle occasionali. Ci vorrebbe un’informazione pubblica che s’incaricasse di divulgare tutte le notizie dichiaratamente non politiche, e un’informazione privata che si dovrebbe limitare alla sola politica e ai suoi commenti. Ci vorrebbe…

Giuseppe Di Maio

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