Breaking News
Indipendentisti catalani e veneti assieme
Indipendentisti catalani e veneti assieme

L’indipendentismo veneto fa sempre le stesse cose

Vicenza – Recentemente, ovvero dalla prima riunione dell’Asenblèa Veneta, l’indipendentismo autoctono ama guardare a se stesso come a un mosaico dove le varie tessere, sfumature, e colori, contribuiscono a formare un’immagine complessiva di ciò che dovrebbe essere il nuovo soggetto che nascerà dalla secessione dallo Stato italiano. È noto, infatti, che in Veneto (e per questo non necessariamente s’intende la sola Regione amministrativa italiana, bensì i più ampi territori della fu Serenissima Repubblica di San Marco) c’è una diffusa insofferenza per la mala gestio del Parlamento della penisola, come per la maggior parte delle amministrazioni da esso discendenti. Tuttavia, al momento in cui scriviamo, nessuna di queste tessere è ancora riuscita a spiegare compiutamente al pubblico come, senza l’appoggio di altri Stati e dell’Unione Europea, faranno a cambiare il governo con il consenso del governo. Oppure – il che è la stessa cosa – come faranno a mozzare, recidere o amputare questo Stato (ovvero rendere indipendente il Veneto) con il consenso di questo Stato? 

La questione, antropologicamente, ci appassiona. Per meglio capire, si sa, il meccanismo dell’identificazione, dell’introspezione è quello che funziona meglio. Per fortuna noi, da irriverenti, abbiamo un’alta dose di anticorpi, che ci consentono speculazioni intellettuali più descrittive che denigrative. Del resto fino a qualche decina di anni fa la cultura dell’informazione era comunque sinonimo di pacatezza, pensiero, riflessione, ragionamento. Più quest’ultima è diventata di maggiore portata, più la cultura si è diffusa. Un bene. Ma tutte le novità portano con sé anche i contro. Neuroni in libertà; potrebbe essere questo il fenomeno biologico a cui stiamo assistendo osservando come l’indipendentismo veneto sia considerato il più effervescente, il più ricco di soggetti impegnati nei più disparati ambiti: politico, storico, culturale, folkloristico, sportivo. 

Oggi esso, semplicisticamente, può essere diviso un due “filosofie”: la prima che non vuole partecipare ad alcun “rito” dello Stato italiano; la seconda che, guardano ai propri interessi elettorali piuttosto che ai bisogni del popolo, persegue l’elezione alla Regione Veneto come condizione al raggiungimento dell’autonomia transitiva all’indipendenza vera e propria. È chiamata anche la via catalana. Una definizione impropria, perché le circostanze sono diverse. Infatti, alla Catalogna non è servita l’autonomia, peraltro inimmaginabile per il Veneto. E se ai catalani è mancata sinora la maggioranza, figuriamoci i veneti che ne sono lontani anni luce.

Questa “parte elettoralistica” teorizza il candidarsi per continuare a dare un segnale politico. Sono consci del fatto che gli indipendentisti da soli non attraggono, perché stando alle convenzioni generali l’elettorato cerca il voto utile, quindi a volte si alleano con la partitocrazia che vorrebbero sostituire. Anche preferendo chiudere di occhi sul fatto che, da sempre, il potere emana leggi irte di ostacoli per i nuovi soggetti che vogliono “entrare”. Si cullano nell’idea e nella speranza che il bluff elettorale della Lega sia smascherato. Così fosse, sostengono, sarebbe possibile una coscienza condivisa, e una massa critica. Continuano ad alimentare la strategia di portare un indipendentista a sedere nelle istituzioni per avere un microfono istituzionale, non disdegnando i contributi pubblici che potrebbero gestire.

Ma ignorano, o non tengono nella dovuta attenzione, che nel tempo gli autonomisti, federalisti, oggi indipendentisti, hanno eletto le più svariate cariche istituzionali: parlamentari europei e nazionali (con tanto di viceministri), consiglieri regionali, provinciali, comunali. Senza però che l’idea autonomista, federalista (chi parla più di federalismo?) e oggi indipendentista, attragga l’elettorato in maniera determinante. Hanno appoggiato il referendum per l’autonomia del 2017, specificando a destra e manca che sarebbe stato ovvio che l’autonomia sbandierata da Zaia era una chimera, ma la forte spinta di un risultato utile avrebbe potuto risvegliare le coscienze dei Veneti. 

Allo stato attuale, però, con le competenze ai costi “storici” non cambierà nulla, mentre la vera autonomia dovrebbe consistere nel mantenimento in loco delle risorse economiche prodotte dal Veneto, salvo un contributo di solidarietà. Oggi sono quindi costretti ad ammettere che i Veneti sono ammaliati dal potere taumaturgico del “cazzuto” Salvini e del suo vassallo: il pifferaio magico Zaia. E, malgrado ciò, c’è chi sollecita il “Governatore” a scendere in piazza e ad assumere la veste di  alfiere dell’indipendentismo veneto.

Ma in assenza di una presa di posizione dello stesso, alcune frange hanno cominciato a definirlo: “Sior Intento” (Signor Tentenna). Si tratta, ovviamente, di reazioni emotive più che di ragionamenti politici. Infatti, non si capisce perché Luca Zaia dovrebbe abbandonare la Lega, che secondo i sondaggi è in forte ascesa elettorale, e che fa baluginare al presidente un possibile incarico d’altro rango nell’Ue, per mettersi alla guida di quella punta di lancia dell’indipendentismo veneto rappresentata dai partiti secessionisti che quando si presentano alle elezioni (da circa 40 anni oramai) non raccolgono i consensi delle urne in maniera determinante.

Si dolgono moltissimo con chi esprime giudizi sul loro modo di fare politica, ovvero sulle loro buone intenzioni, e non si rendono conto che il giudizio politico è implicito in ogni situazione per la quale chiedono il voto. Non bastasse, quando riescono ad eleggere qualche sedicente indipendentista, costui con singolari principi etico-morali, subito li abbandona in maniera ripugnante per “mettersi in proprio”. Si veda qui.

Questo è veramente un episodio degno d’essere periodicamente rivisitato. Infatti, qui ci si trova di fronte ad un politico che sostiene d’aver firmato un accordo elettorale senza averlo letto, e di non considerarlo vincolante. Ovvero i veneti hanno un “rappresentante” regionale irresponsabile. Firma alla circa, benché “sul suo onore”. Non ritiene di dover rispettare i patti sottoscritti, e li considera leonini. È palesemente così poco responsabile che pretende d’avere l’avvallo e la garanzia notarile per riconoscere un preciso impegno politico liberamente assunto. A questo punto se la sua firma in calce ad un accordo spontaneamente sottoscritto non vale nulla (a meno che non sia stato minacciato con un machete), quanto varrà la sua parola di rappresentante politico?

Veniamo così ad Albert Einstein, che è stato anche uno degli scrittori di aforismi tra i più citati, e che tra l’altro diceva: “Se fai sempre le stesse cose, otterrai gli stessi risultati”. Ora questa “parte” che non ha ottenuto un risultato utile con le elezioni regionali del 2015, ha in animo d’insistere, alleata con il personaggio appena descritto, con le amministrative del 2019, e per le regionali del 2020. Avranno lo stesso risultato? Si vedrà!

Sono circa 35 anni che i veneti eleggono alla Regione Tizio e Caio senza alcun costrutto, prima come autonomisti e federalisti, oggi indipendentisti. Ma gli eletti sono stati solo attenti ad incassare i privilegi del rango. Nessuno che abbia prodotto un progetto politico-istituzionale serio e condiviso. Di più: sembrano non tener conto che i partiti oramai non godono più di un grande favore da parte dell’elettorato. A conferma basta osservare le ultime elezioni amministrative, dove c’è stata da parte dei partiti politici una vera corsa a camuffarsi da liste civiche, che però di civico hanno assai poco.

La scarsa affluenza alle urne ne è una conferma. Ed anche ottenessero uno o due o tre consiglieri regionali, dovrebbe essere posta loro la stessa domanda – qui posta al primo capoverso – che finora hanno avuto l’abilità di glissare. Tutto diventa problematico e pericoloso, per la democrazia se non si basa sulla divisione dei poteri e sulla sovranità popolare. E un Veneto indipendente simile allo Stato italiano non è certo una prospettiva alettante.

Questa “parte” oniricamente indipendentista, ma intanto autonomista, è talmente concentrata nella scalata alla Regione, da non riflettere con la necessaria lucidità che lo Stato italiano sta letteralmente crollando su se stesso, e anche l’Ue sta vistosamente vacillando. Che nella storia dello Stato italiano i cambiamenti radicali furono sempre per effetto di eventi esterni. L’importante, per questa “parte”,  è andare in Regione, non importa per quale studio alternativo. Non passa per la loro mente l’utilità di un serio e condiviso programma politico-istituzionale, con il quale persuadere l’elettorato della bontà della loro proposta.

Essi fanno affidamento solamente sull’insoddisfazione per lo Stato italiano che è talmente ampia che qualcuno ha avuto la pazienza di raccogliere qui circa 200 notizie, giusto per capire che non è che uno si sveglia la mattina e odia tutti, ma che la pazienza ha un limite e ogni giorno c’è un campione che contribuisce a metterla a dura prova. Ci vuole poi una spina dorsale da intellettuale, e un pensiero ben strutturato per non soccombere alla “malattia” elettoralistica. La domanda dunque è: per quanto ancora? 

Enzo Trentin 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *