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Senza la garanzia dello Stato le mafie proliferano

Vicenza – Venendo meno, nello stato moderno, la garanzia della spontaneità del processo decisionale che coinvolge i cittadini nella deliberazione della legge, i rappresentanti politici e la burocrazia non riescono ad assumere il ruolo di garanti della libertà, della giusta ripartizione della ricchezza e della giustizia eguale per tutti, mentre divengono progressivamente i tutori delle fonti di spreco, di inefficienza, di privilegio, di ingiustizia e di corruzione del governo e della pubblica amministrazione.

In questo quadro le mafie, che oramai controllano ampie aree dello Stato italiano, e s’infiltrano sempre più nel territorio rimanente vanificano la funzione di garante che è alla base dello Stato moderno. Si legga a tal proposito l’opera di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato: Il ritorno del principe (Chiarelettere, Milano, 2017) dove si legge della corruzione e della mafia che sembrano essere costitutive del potere in Italia, a parte poche eccezioni.

Il libro è questo: racconta il fuori scena del potere, quello che non si vede e non è mai stato raccontato ma che decide, fa politica e piega le leggi ai propri interessi. Ci avviamo verso una democrazia mafiosa? Gli italiani possono reagire? E come? A dimostrazione di questo assunto ecco l’esposizione – senza un preciso ordine d’importanza – di alcuni aspetti:

La tassazione persecutoria e compulsiva

Confrontare i Paesi su scala mondiale in base al livello di tassazione fiscale non è semplice per diversi motivi. Le leggi fiscali variano infatti in base alle giurisdizioni nazionali, e inoltre le aliquote fiscali non sono ugualmente applicate tra i membri della popolazione. Nel 2016 (vedi qui) il cuneo fiscale che grava su un lavoratore medio in Italia è stato pari al 47,8% contro una media del 36% registrata dai paesi OCSE. 

In sintesi, secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre: “tra Irap, Imu/Tasi e addizionali Irpef, famiglie e imprese versano a Regioni ed Enti Locali oltre 60 miliardi di euro all’anno. L’incidenza di questo importo, sul totale delle entrate tributarie, è pari al 12% e, purtroppo, è destinato ad aumentare. Dal 2019, infatti, rischiamo di pagare almeno 1 miliardo in più, a seguito della rimozione del blocco delle aliquote dei tributi locali introdotta nella manovra del Bilancio approvata a fine anno.

Gli atti normativi in vigore, al 18 giugno 2018, sono circa 111 mila (qui), come dichiara il Poligrafico di Stato. L’archivio, però, va a ritroso fin solo al 1916, tralasciando ancora la quantità di regi decreti nati a partire dal 1861. Ancora presenti, poi, 21 atti firmati da Mussolini. Niente di scandaloso, verrebbe da dire, se non fosse che alcuni sono ancora pienamente attivi o solo in attesa di essere cancellati. Qualche esempio: a) disciplina per produrre i rigenerati di cuoio (giugno 1943), b) accordo per produzione, collocamento e vendita del baco da seta (1943), c) accordo economico per la coltivazione e compravendita del pomodoro (settembre 1940). Inoltre si tratta solo di quanto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, quindi materiale che ha sola valenza nazionale. Nel conto, per dirne una, manca la legislazione regionale. Per la Burocrazia, nel suo mondo illusorio, solo le funzioni e le finzioni hanno valore. E difatti per il burocrate anche la realtà esterna esiste solo se essa è riconosciuta, approvata, autorizzata da lui o da un altro membro della sua corporazione. Ma è soprattutto nel rapporto tra lavoro e guadagno che emerge l’assurdità della condizione burocratica.

L’unità culturale

È stata artatamente creata una società basata su un sistema fallimentare perché, come diceva don Luigi Sturzo, poteva andar bene l’unità culturale, ma non certo quella economica, com’è invece poi accaduto.  La condizione dovrebbe essere che le persone precedono lo Stato, e pertanto il rispetto della loro Sovranità è un loro bisogno inalienabile, inviolabile, illimitabile ed imprescrivibile. La Costituzione è un insieme di regole che stabilisce il ruolo che lo Stato deve avere nei confronti della vita di ogni associato (cittadino, persona, individuo).

Una Costituzione, se definita “democratica” (art. 1 ad esempio) può essere fondata in due diversi modi: 1) tenendo in considerazione i “diritti” ed i “valori“; oppure 2) i “bisogni” ed i “fatti“. Diritti e valori lasciano la porta aperta a diverse e talvolta contrapposte interpretazioni. I Valori del M5S, ad esempio, sono molto differenti dai Valori di Berlusconi o della Lega salviniana, ed i Diritti dell’uomo e del cittadino stabiliti sessanta anni fa nella famosa Carta, sono ben diversi dai Bisogni dell’uomo e del cittadino. La fame non può essere soddisfatta dai “diritti” come dimostra la realtà dell’Africa, ma dalla soddisfazione dei “bisogni”. Valori e diritti, infatti, sono concetti filosofici, che ognuno interpreta a modo suo. Fatti e bisogni, in quanto misurabili e verificabili, si avvicinano ai concetti scientifici. 

Ciò considerato dobbiamo scegliere, per prima cosa, quale dei due tipi di Costituzione si dimostra conveniente ed utile per garantire alle persone stesse ed alle future generazioni, la pace, la sicurezza, la giustizia, la giusta libertà, la giusta autorità, il controllo del potere che discende dalla politica, una certa eguaglianza ed il benessere. Possiamo considerare la domanda osservando due esempi concreti di forma di Stato e di Governo: da una parte la Costituzione italiana, fondata sui concetti filosofici dei diritti e dei valori dei cittadini; dall’altra la Costituzione Svizzera, fondata sui “fatti” e sui “bisogni” delle persone.

Chi conosce bene i due Paesi, può fare un confronto: da una parte (l’Italia) la produzione di una grande quantità di ricchezza prodotta per le incredibili capacità di iniziativa e di lavoro di una parte considerevole del popolo italiano, dalla varietà e bellezza dell’ambiente naturale, dall’arte, dalla storia e dalle risorse naturali, ma nessuna possibilità del popolo di esercitare la sovranità sui fatti, e di conseguenza mancanza di controllo del potere che discende dalla politica, e chiacchiere, menzogne ed enormi perdite di tempo per parlare di valori e di diritti che spesso si trasformano in truffe di Democrazia. 

L’istruzione

L’Italia è all’ultimo posto, nell’Ue, per la spesa in cultura e scuola. È quanto emerge da uno studio pubblicato da Eurostat che compara la spesa pubblica nel 2011: abbiamo speso l’1,1% del Pil contro una media del 2,2%, peggio anche della Grecia che investe l’1,2% della propria economia. Nella classifica delle università, la prima ad apparire è quella di Bologna. In Europa appare al 24° e nel mondo, al 157° posto.

La ricerca

L’Italia è al 27° posto tra i paesi che spendono di più nella ricerca in percentuale sul Pil al netto delle spese per la difesa, al di sotto della media dei paesi dell’Ocse, e al di sotto della media dei paesi della Ue a 28. Lontani dall’obiettivo europeo del 2020, che punta al 3% in tutta l’Ue, e lontanissimi dal podio di Israele (4,3%), Corea del Sud (4,2) e Svizzera (3,4). L’Italia scivola ancora più giù nelle classifiche quando si conta il numero di ricercatori per mille occupati (34° posto), non brilla per parità di genere e affonda in ultima posizione se si considerano i docenti universitari sotto i 40 anni. Numeri che vengono dal nuovo rapporto dell’Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione, e che sono stati  presentati alla stampa. 

L’economia 

È pericolosamente in declino: perso circa il 25% del tessuto produttivo. Si va poi contro la regola aurea che ognuno deve vivere con ciò che produce. Vedasi l’Istat 2018. Circa il residuo fiscale, esso significa che dall’intera tassazione si tolgono quei beni e servizi erogati dallo Stato. Tale residuo per la Lombardia ammonta a 54 miliardi di euro, nel Veneto 15,4 miliardi di euro, nell’Emilia-Romagna 18,8 miliardi di euro. In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln). Pare che non ci si debba rendere conto che con questo trend tutti continueremo ad essere schiavi. 

La sanità e il welfare

La sanità la paghiamo più volte: a) con le tasse, b) con il ticket sulle ricette e su certi esami, e c) quando sorgono determinate urgenze con il ricorso alla spesa per i liberi professionisti. Esiste poi un sistema di welfare generalizzato e radicato, poggiato sull’assistenzialismo, che però sta per esplodere e questo rappresenterà sicuramente un grosso problema sociale dalle nostre parti, soprattutto nell’immediato futuro. 

La difesa

Da qualche anno si è abbandonato l’obsoleto ed inefficiente sistema della leva. Tuttavia, non per questo un “esercito di Ascari subordinati” appare la soluzione. L’art. 11 della Costituzione appare abbastanza chiaro. Ciò che non convince sono alcuni intellettuali e poteri che argomentano che si tratta, nello specifico, del principio di giustizia universale in ossequio al quale il nostro ordinamento sceglie di condizionare le proprie azioni ad obblighi assunti a livello internazionale e purché ciò sia fatto anche dagli altri Stati, poiché, altrimenti, non si potrebbe garantire una situazione di pace tra i popoli. Se per caso i diritti umani fossero la vera motivazione alla base degli interventi militari degli americani e dei loro alleati europei, tra cui Francia e Italia, per quali motivi non si dovrebbe dichiarare guerra ai Paesi che violano i diritti dell’uomo, come Arabia Saudita, Qatar, Cina, Corea del Nord e tanti altri distintamente citati nei rapporti ufficiali di Amnesty International? 

I realtà è ora di dire basta attaccare, uccidere e bombardare persone in paesi stranieri. Una causa principale, anche se non è affatto l’unica, dell’attuale invasione dei paesi occidentali da parte di orde di immigrati stranieri, sono le guerre avviate e condotte in Medio Oriente e altrove dalle élite al potere. Dovremmo invece chiedere ad alta voce una politica estera di rigoroso non interventismo.

Alle missioni di peacekeeping l’Italia sta partecipando in vari modi: oltre novemila i militari italiani impiegati nelle Forze di pace multilaterali, quali la Sfor in Bosnia-Erzegovina, la Kfor in Kossovo e l’Isaf in Afghanistan, ma anche condotte direttamente dall’Unione Europea (Eupm in Bosnia, Concordia/Proxima in Macedonia). Tutte queste missioni sono autorizzate e poste sotto l’egida del Consiglio di sicurezza Onu. Il costo di tali operazioni supera 1,2 miliardi di Euro l’anno, aggiuntivi rispetto ai contributi al peacekeeping Onu.  

In sovrappiù il capitolo Cimic, l’acronimo che indica nella Civil Military Cooperation, una funzione operativa che presiede all’interazione tra le forze militari e le componenti civili presenti nelle aree di crisi. Ovvero l’accordo con i maggiorenti indigeni per regalare alle scuole quaderni, penne ed altra cancelleria et similia; oppure per concertare la realizzazione di piccole infrastrutture locali.

Volendo banalizzare si tratta dell’equivalente del lancio di tavolette di cioccolato, gomma da masticare, e sigarette che gli Alleati – nel 1943/45 – lanciavano alla folla festante perché  liberata dopo che l’avevano incessantemente e pesantemente bombardata.

In concreto nessuno prospetta una soluzione alla Svizzera dove è il cittadino che si addestra all’autodifesa, portandosi a casa le armi individuali e il relativo munizionamento. Gli svizzeri arrivano persino comprarsi, e detenere legalmente, fucile, pistola e relative pallottole a fine dell’obbligo militare.

Gli pseudo indipendentisti

In questo quadro appena accennato, e limitato per ragioni di spazio a qualche argomento, si capisce come una parte della popolazione cominci ad intravvedere nell’autodeterminazione dei popoli una via d’uscita da questa situazione immodificabile. Tuttavia, i veneti in particolare, non hanno un progetto politico-amministrativo innovativo che offra un’alternativa. 

L’impredicibilità degli effetti inintenzionali delle azioni intenzionali è uno degli “accidenti” della vita. Tuttavia Max Weber ha ben delineato un’etica adeguata alla bisogna: la Verantwortungsethik. Ovvero l’etica della responsabilità che si ha in tutti i casi in cui si bada al rapporto mezzi/fini e alle conseguenze. Senza assumere princìpi assoluti, l’etica della responsabilità agisce tenendo sempre presenti le conseguenza del suo agire: è proprio guardando a tali conseguenze che essa agisce. Ma gli pseudo autodeterministi del nord-est preferiscono presentarsi alle elezioni italiane; ignorando che le centinaia di rappresentanti che negli ultimi trentanni hanno eletto non hanno realizzato nessuna riforma degna di questo nome. 

Enzo Trentin

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