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Reddito di cittadinanza giusto in un paese ingiusto

Vicenza – Stavolta l’indovino lo faccio io. I beneficiari saranno al massimo 500 mila, un decimo, non di più, sull’intera la platea dei cinque milioni di disoccupati. Ma chi è tanto disperato da aver diritto al reddito di cittadinanza? Senza reddito, senza casa, senza risparmi. Una condizione estrema che, sebbene non impossibile, è comune solo a pochi italiani, e non a tutti coloro che sono restati senza lavoro. Perciò, la ragione dichiarata della misura: consentire a chiunque di trovare lavoro, contiene un importante omissis: la maggior parte lo farà con le proprie forze. Anzi, da aprile sarà pure più difficile, se le poche offerte di lavoro saranno riservate a quelli che avranno diritto al reddito.

E poi, non bisogna chiamarlo reddito di cittadinanza, come se la condizione fosse l’essere italiano. Non accedono solo gli italiani, ma i residenti di lungo periodo. Non è nemmeno un assegno di disoccupazione, poiché la condizione non è l’aver perso il lavoro, ma la mancanza di mezzi economici, quindi, anche gli inoccupati ne avrebbero diritto. Perciò è una misura pauperistica che, malgrado sia urgente, disattende tutte le aspettative del Movimento e soddisfa esclusivamente il populismo di Salvini. La cittadinanza è ancora lontana dall’essere conquistata. In Italia pare che non si possa fare nient’altro che l’elemosina, solo che stavolta per poter stare in ginocchio sui gradini della chiesa è stato fatto un concorso a maglie strettissime.

In parecchi paesi del nord Europa, la misura che in Italia ha avuto il primo vagito, è generalmente legata allo stato di disoccupazione; in qualcuno viene presa in considerazione la famiglia e/o la coabitazione, ma in nessuno si calcola la proprietà e il risparmio. Parecchi paesi concedono aiuti per tutta la vita, e in uno, la Finlandia, si sta sperimentando il reddito universale, cioè un diritto senza nessun obbligo. Il fatto è che quando si tratta una materia completamente nuova (come ad esempio il welfare e i diritti in Italia), molte strade prendono lo stesso nome, molti diritti fondamentali disattesi confluiscono nello stesso provvedimento.

L’oppressione dei vincoli economici europei, dentro cui era mascherato il potere della classe dominante, e la partnership della Lega sua galoppina, hanno ridotto la rivoluzione pentastellata a un’Eca (Ente comunale d’assistenza). Ciò che innanzitutto manca al provvedimento è la base teorica, senza la quale è possibile qualsiasi contrazione e deformazione dell’idea originaria. Difatti i pochi denari erogati a favore dei poveri devono superare i filtri di tutte le opposizioni, che per qualche centinaio di euro temono gli ignavi del divano, gli ingordi del lavoro nero, i disonesti delle dichiarazioni mendaci.

Lo stato di disoccupazione non è un effetto accidentale, ma troppo spesso è una delle fasi conclusive di numerose altre forme d’ingiustizia e di sopraffazione. Di conseguenza non è la disoccupazione a causare esclusione sociale, ma piuttosto il contrario. L’ostilità automatica di molti italiani verso un provvedimento misero, se consideriamo lo scarso investimento economico, è causata dalla sua reclamizzata valenza redistributiva.

E gli italiani temono che provvedimenti del genere invalidino la lotta di classe e la conquistata disuguaglianza. Temono che venga meno l’ammirazione per i furbi e che la considerazione sociale diventi un obbligo verso ogni cittadino. Ma non è così. Siamo ancora troppo lontani dal punire i ladri, dal finanziare i disonesti, dal tassare secondo lo spirito della Costituzione, siamo ancora troppo lontani dal considerare la ricchezza privata un prodotto degli sforzi collettivi.

Giuseppe Di Maio

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