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Antonio Albanese nel suo personaggio di Cetto La Qualunque, straordinaria parodia di certa politica italiana
Antonio Albanese nel suo personaggio di Cetto La Qualunque, straordinaria parodia di certa politica italiana

I partiti sono “onesti” rappresentanti del popolo?

Vicenza – L’unico vero potere che le istituzioni democratiche possono esercitare è quello di rappresentanza e servizio. Sui servizi che le istituzioni democratiche italiane offrono ai propri cittadini non crediamo necessario soffermarci. Ognuno può trarre da sé le constatazioni. Per questo vorremmo spostare l’analisi sul dibattito politico relativo al concetto di rappresentanza democratica per constatare che il 20 gennaio 2019 si è votato per le elezioni suppletive nel collegio uninominale di Cagliari dopo le dimissioni di Andrea Mura eletto la scorsa primavera alla Camera dei deputati. Hanno votato 39.131 sardi (il 15,6%) su 251.649 aventi diritto negli 8 comuni interessati. Un’astensione record che ha fatto crollare di quasi 52 punti la percentuale dei votanti. Il nuovo deputato di Cagliari è Andrea Frailis col 42% dei consensi sui 39.131 votanti. Ovvero la materializzazione di un concetto di “rappresentanza” in vero un po’ debole, anemico, esaurito.

E se ciò non bastasse rammentiamo che l’Articolo 67 della Costituzione (quella più bella del mondo, secondo un giullare di regime) che recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.» Insomma parrebbe che i cagliaritani abbiano votato per scegliersi il loro “padrone” anziché per chi rappresenterà le loro istanze al Parlamento romano. E in vero in Europa, se non in tutto il mondo, al di fuori della Svizzera, l’idea di una democrazia della concordanza, una democrazia della cooperazione in cui sia superata la logica nefasta di una maggioranza governativa e una minoranza prestabilita, contraddice persino il principio di rappresentanza. 

Non è poi vero che i rappresentanti passano il tempo a sonnecchiare nelle assemblee. C’è una dicotomia tra una retorica sempre più insopportabile, e una pratica che contraddice i princìpi democratici. Molti partiti sono lo strumento politico di una delegazione verticistica pronta a vendere i propri servigi a chiunque garantisce la sua rielezione. Si comincia con l’aspra lotta per ottenere la candidatura, per poi proseguire con la quotidiana competizione, soprattutto all’interno del proprio partito, per non farsi sorpassare da altri aspiranti al potere. Si continua con l’asprezza e la denigrazione dell’avversario partitico, ma sempre tenendo ben fermo l’interesse privato e l’interesse di corrente per spartire incarichi e prebende. Per il tornaconto personale occupando interamente la democrazia. 

Quando, infine, i rappresentanti sono nel collegio elettorale debbono presenziare alle iniziative istituzionali, a quelle delle associazioni imprenditoriale, culturali, combattentistiche e d’arma etc etc. Bisogna anche curare l’allocazione strategica dei collaboratori fedeli (merce rara) in questo o quell’istituto, fondazione et similia che potranno garantire la rielezione, e in tutto questo “lavoro” l’interesse materiale per i cittadini è inevitabilmente compresso. Si privilegia la “rappresentanza” della lobby, del clan, della consorteria, per questo nella democrazia reale esistono gli strumenti di democrazia diretta.

Per fortuna si è superata l’ortodossia ideologica. Ma oggi i partiti post-ideologici sono “illegittimi” nel modo più radicale. E in tutto questo i cittadini, che sono i contribuenti e gli elettori, c’entrano assai poco. Sotto gli artigli della partitocrazia, lo Stato è diventato uno spazio vuoto, pieno solo del denaro dei contribuenti; una res nullius esposta al saccheggio. Per pensare a un rimedio, bisognerebbe essere capaci di ripensare radicalmente la democrazia. E avere il coraggio di pensare a una democrazia senza partiti. Naturalmente, sentiamo già tutto un insorgere di obiezioni. Democrazia senza partiti? È una contraddizione in termini! Oppure una surrettizia proposta totalitaria. Invece no! 

Simone Weil (Parigi, 1909 – Ashford, 1943) ha scritto un interessante pamphlet dal titolo “Manifesto per la Soppressione dei Partiti Politici”. Il Manifesto fu pubblicato per la prima volta nel numero 26 della rivista «La Table Ronde» del febbraio del 1950. In esso è tra l’altro scritto:

Per apprezzare i partiti politici secondo il criterio della verità, della giustizia, del bene pubblico, conviene cominciare distinguendone i caratteri essenziali. È possibile elencarne tre:

  • Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva.
  • Un partito politico è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte.
  • Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite. 

Per via di questa tripla caratteristica, ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni. Se non lo è nei fatti, questo accade solo perché quelli che lo circondano non lo sono di meno. Queste tre caratteristiche sono verità di fatto, evidenti a chiunque si sia avvicinato alla vita dei partiti.

La terza caratteristica è il caso particolare di un fenomeno che si verifica ovunque la collettività prenda il sopravvento sugli esseri pensanti. È il rovesciamento della relazione tra fine e mezzo. Dappertutto, senza eccezione, tutte le cose generalmente considerate come fini sono per natura, per definizione, per essenza e nel modo più evidente, unicamente mezzi. Sarebbe possibile citare esempi a profusione, in qualunque ambito: denaro, potere, Stato, prestigio nazionale, produzione economica, diplomi universitari, e così via.

Solamente il bene è un fine. Tutto ciò che appartiene all’ambito dei fatti rientra nell’ordine dei mezzi. Ma il pensiero collettivo è incapace di innalzarsi al di sopra dell’ambito dei fatti. È un pensiero animale. Possiede la nozione di bene in quantità appena sufficiente a commettere l’errore di confondere un qualsiasi mezzo con il bene assoluto.

In conclusione si uscirà dalla crisi politica, ma anche da quella economica, allorquando – per riequilibrare lo strapotere dei partiti – verranno ripristinati quegli strumenti di democrazia diretta che ci sono, ma sono stati edulcorati e depotenziati dalla partitocrazia. I Gilet jaunes, malgrado la dizinformacja mondiale dei principali mezzi d’informazione, stanno dimostrando da settimane per questo, ma non un solo quotidiano, non un singolo canale televisivo dà loro modo di esprimersi.

In particolare si dovrebbe ripristinare l’istituto del “recall”. Era previsto dall’articolo 70 della legge 142/1990, ma anche grazie ai sindacati fu eluso e depennato. Invece, l’istituto del “recall” è usato in sei Cantoni svizzeri, nella provincia canadese della Columbia Britannica, soprattutto, in numerosi stati Usa. In Svizzera, paese nel quale si inserisce in una serie di istituti tradizionali di democrazia dal basso, nonostante sia richiesta una quota di firme piuttosto ridotta (dal 2% all’11% degli elettori, a seconda dei Cantoni), il “recall” è stato utilizzato molto raramente e mai nessun politico è stato destituito grazie a questo meccanismo. Lo stesso è accaduto nella Columbia Britannica canadese, dove dal 1995 (anno dell’introduzione nell’ordinamento) 24 proposte di “recall” sono state lanciate ma ben 23 non hanno raggiunto il numero di firme necessario, mentre in un caso il politico in oggetto ha preferito dimettersi prima del voto.

Probabilmente Mario Monti non sarebbe mai diventato premier, se i suoi predecessori fossero stati esposti al deterrente del “recall”. In California è bastata la raccolta delle firme del 12% degli elettori per destituire, mediante una procedura di “recall”, il governatore della California Gray Davis, cacciato nel 2003 perché giudicato responsabile del dissesto finanziario dello Stato più ricco d’America. In Italia, che vanta il terzo debito pubblico del mondo, se fosse operante il “recall” avremmo questo non invidiabile primato?

Enzo Trentin

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