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Calcio al razzismo. Oliveira racconta i suoi problemi

Ancora forte la polemica per quanto accaduto al difensore del Napoli Koulibaly, sempre più giocatori stanno testimoniando la loro difficile esperienza con il calcio italiano, e gli episodi razzisti di cui sono stati spesso vittime più o meno celebri.

Negli ultimi giorni, come ci ricorda il sito internet www.calcionapoli24.it, su una radio locale è intervenuto sull’argomento l’ex attaccante ed allenatore Lulù Oliveira, che ha rammentato come simili scene si siano purtroppo replicate anche a Vicenza, dove durante un match fu bersagliato da versi poco gratificanti. Oltre a Vicenza, Oliveira racconta le sue non certo eccellenti memorie a Sassari, quando fu oggetto di un lancio di banane.

Ma quale deve essere il comportamento di un calciatore professionista? L’indifferenza nei confronti di quanto accade sugli spalti può essere un’arma vincente?

In realtà, condivide ancora Oliveira che ci fornisce la sua testimonianza da ex calciatore di livello, nemmeno i professionisti riescono a far finta di niente (“ti tolgono tutta la concentrazione” – ha dichiarato). In questo senso, ha concluso l’ex attaccante che ha vestito soprattutto le maglie di Cagliari e Fiorentina, e che è oggi allenatore del Floriana, una società calcistica di Malta, “il campionato italiano è peggiorato molto (…) bisogna fare qualcosa e fermare le partite”.

Proprio il fermare o meno una partita di calcio diviene dunque non solo strumento di ipotetica ribellione contro il deterioramento qualitativo dello spettacolo, inficiato da episodi razzisti, quanto anche leva con la quale fare la giusta chiarezza.

Contrariamente a quanto si è più volte letto sui quotidiani, non è l’arbitro che può scegliere in autonomia di sospendere una partita in presenza di cori razzisti o discriminatori. A poter sospendere la partita è infatti solo il responsabile dell’ordine pubblico dello stadio, con l’art. 62 delle norme Noif Figc che precisa come il responsabile che dovesse rilevare la presenza di uno o più striscioni esposti dai tifosi, cori, grida e ogni altra manifestazione discriminatoria che possa costituire un fatto grave “ordina all’arbitro, anche per tramite del quarto ufficiale o dell’assistente di non iniziare o sospendere la gara”. 

Ora, è ben probabile che in occasione dei recenti episodi il responsabile abbia effettivamente intercettato la cosa, considerato che ha – come previsto dalle regole attuali – dato la massima pubblicità di quanto stava accadendo mediante un invito a interrompere i cori e le altre manifestazioni discriminatorie. Fin qui, però, ci si è spinti: è “mancato” l’ultimo tassello, ovvero quello della sospensione.

Peraltro, lo stesso art. 62 precisa anche cosa accade in caso di sospensione: i calciatori dovranno rimanere al centro del campo insieme agli ufficiali di gara e, nell’ipotesi di prolungamento della sospensione, in considerazione delle condizioni climatiche e ambientali, l’arbitro potrebbe ordinare alle squadre di rientrare negli spogliatoi.

Insomma, la decisione sulla sospensione – e anche sulla ripresa del gioco – non è dell’arbitro, ma è del responsabile dell’ordine pubblico, con la precisazione esplicita, nelle norme, che l’arbitro riprenderà o darà inizio alla gara solo su ordine del responsabile, e che la sospensione o il ritardo non potranno durare più di 45 minuti.

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