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Il regime cambierà per pressioni dall’esterno?

Vicenza – L’uomo è un piccolo naufrago su un oceano di bugiardi, in fondo a una piccola isola con una croce al centro. Charles De Gaulle, nel 1952, disse: «Le regime ne se transformera pas de lui-même, cela n’est  jamais arrivé dans notre histoire. Il faut un pression de l’éxtérieur.»  (Il regime non cambierà da solo, questo non è mai accaduto nella nostra storia. Quando cambiò fu per pressioni dall’esterno.) Infatti, la Quinta repubblica resse anche al “putsch dei generali” che nella notte tra il 21 ed il 22 aprile 1961 presero possesso con le loro truppe dell’aeroporto, del municipio e del governatorato generale ad Algeri. 

Il putsch trovava la sua origine dal fatto che De Gaulle aveva voltato le spalle ai coloni: i Pieds-Noirs, e l’esercito avendo perso prestigio, aveva mantenuto un profilo politico basso; ma nemmeno la minaccia dell’occupazione di Parigi, per mezzo di un lancio dei paracadutisti del 1° reggimento della Legione Straniera lo aveva scalzato. Né l’OAS (Organisation de l’armée secrète) formazione paramilitare clandestina francese, creata il 20 gennaio 1961 fu risolutiva.  La sigla OAS, il cui slogan era “L’Algérie française”, comparve la prima volta sui muri di Algeri il 16 marzo 1961. Tra il maggio 1961 ed il settembre 1962 l’OAS uccise 2.700 persone, di cui 2.400 algerini. Ma la Quinta Repubblica voluta da de Gaulle sopravvisse.

Senza farne il lungo elenco, altri esempi di regimi che non sono crollati se non per pressioni dall’esterno li possiamo ravvisare nella secessione del Katanga, che esistette tra il luglio 1960 (anno della secessione dalla Repubblica Democratica del Congo) e il gennaio 1963. Si estendeva sull’intero territorio dell’attuale provincia del Katanga. Il sanguinoso conflitto ebbe termine con la rinuncia all’indipendenza del Katanga da parte di Tshombe, dopo la caduta della capitale Elisabethville (odierna Lubumbashi, capitale dello Zaire) nelle mani delle truppe ONU, anche se focolai di ribellione si protrassero durante il regime di Mobutu (1965-97). 

30 maggio 1967 è la data della secessione del Biafra. Il colonnello Chukwuemeka Odumegwu Ojukwu proclama l’indipendenza della regione orientale della Nigeria, di cui era governatore. La secessione degli Igbo trova appoggio in alcuni Paesi africani nonché della Francia e soprattutto del Portogallo. La vicenda si concluderà nel gennaio 1970 con la resa dell’esercito biafrano e almeno un milione di morti (altre stime triplicano il dato). Scriverà C.O. Ojukwu, nel 2003: «Nessuno dei problemi che hanno portato alla guerra del Biafra oggi è stato ancora risolto. Anzi, tutti i problemi di una volta sono ancora qui. Viviamo una situazione che sta tornando pericolosamente vicina agli anni della guerra.» 

Il Portogallo, invece, chiude la storia del colonialismo vecchia maniera. Del nuovo colonialismo parleremo in altra occasione. Il castello colonialista crollò del giro di vent’anni. Iniziò con la sconfitta francese di Diem Bien Phu (nel  Vietnam del nord) il 7 maggio 1954, e si conclude con la rivoluzione dei garofani (in portoghese Revolução dos Cravos). Fu un colpo di Stato incruento attuato nel 1974 da militari dell’ala progressista delle forze armate che pose fine al lungo regime autoritario fondato da António Salazar, e che portò al ripristino della democrazia nel paese dopo due anni di transizione tormentati da aspre lotte politiche.

Le pressioni dall’esterno che il Portogallo subì furono in conseguenza del fatto che Angola, Mozambico, Guinea-Bissau e Capo Verde ottennero l’indipendenza in un breve lasso di tempo, e dopo lunghi anni di guerriglie, in seguito ad accordi tra i movimenti di liberazione nazionale e il governo portoghese. La colonia di Timor dichiarò l’indipendenza, ma venne invasa cinque giorni dopo dall’Indonesia. Macao, invece, restò territorio portoghese, in vista di un futuro accordo con la Cina per il passaggio di sovranità, stipulato nel 1984 e attuato nel 1999. Il colpo di Stato portoghese fu anomalo, in quanto i militari ebbero immediatamente l’appoggio della popolazione; nonostante i comunicati dell’MFA chiedessero ai civili di restare in casa.

Vogliamo dirci la verità? Oggi, almeno in Occidente, nessuno desidera più imbarcarsi in avventurismi. Tuttavia lo Stato italiano non sa più quello che fa. Per vedere come governano ‘in modo scellerato’ l’Italia, e chi è causa del dissesto economico di alcuni importanti Comuni, si veda l’inchiesta di Rai-Report. Ciò nonostante c’è chi continua imperterrito a calcare la scena politica locale e nazionale, dove il voto di scambio è la norma unitamente all’inefficienza del metodo elettorale.

Carlo Bertani, in un intervento dal titolo: «L’Europa ha ragione: non è finita la pacchia», descrive con semplicità ed efficacia come si materializza la corruzione nello Stato italiano. Di più, Rosanna Spadini scrive: «i demoni del nostro tempo sono diversi, meno eccezionali e più umani, meno prodigiosi e più feroci, ci governano attraverso l’ipocrisia e ci comandano tramite l’inganno, dato che l’unico loro intento non è liberarci dalla gabbia liberista, quanto cavalcare i disagi, al fine di disinnescarne solo il botto e continuare così inesorabilmente ad alimentare il sistema. […] Il carosello dei vampiri non finisce qui, perché marcano il territorio. A Torino arriva la carica dei 3.000 imprenditori Sì-Tav, artigiani, commercianti, cooperative, industriali, aderenti a 12 associazioni di categoria, si sono dati appuntamento alle Ogr di Torino per l’incontro dal titolo “Infrastrutture per lo sviluppo. Tav, l’Italia in Europa”. Obiettivo del convegno quello di chiedere al governo “una riflessione seria e libera da pregiudizi ideologici sulle scelte che riguardano grandi opere e sviluppo”. Col presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, erano presenti tutti i vertici di Casartigiani, Ance, Confapi, Confesercenti, Confagricoltura, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative, Confcommercio e Cna.»

Per la Tav evocano il famoso corridoio 5 che partendo da Lisbona doveva arrivare a Kiev. Ma non dicono che i portoghesi – che hanno più di sale in zucca di noi -, vi hanno rinunciato per gli alti costi (vedi qui). In Spagna altra sorpresa: non è in programma nessuna nuova linea, bensì un ammodernamento di quella esistente, e solo comunque per trasportare passeggeri e non merci. Così come pure è dedicata ai passeggeri la linea già esistente Madrid – Siviglia. In Slovenia, l’alta velocità, intesa come collegamento con l’Italia, è stata archiviata definitivamente. Entrando in Ungheria, ci si accorge che si vuole puntare sulle autostrade e non sulla ferrovia. Infine, in Ucraina, la linea c’è già.

Da Leopoli a Kiev: 541 chilometri che vengono percorsi alla media di 108,2 km/h, e tralasciamo i problemi di Kiev: l’Ucraina è impegnata in un confronto bellico con le sue minoranze interne appoggiate dalla Russia di Putin. Di tutto ciò – a Vicenza per esempio – Boccia & Co. fanno gli gnorri e Sindaco e Giunta studiano come completare i lavori. I grandi “prenditori” sembrano piuttosto incazzati, perché hanno perso i numeri di telefono dei loro referenti al governo, mentre sarebbero ansiosi di rincorrere nuovi appalti, grandi opere, concessioni, progresso. Il loro naturalmente. Eppure, se volessero lavorare (senza “incidenti” come il MOSE?), ci sarebbe tutto il territorio dissestato da mettere in ordine. 

A Bolzano si chiedono: e questa si chiama democrazia rappresentativa? Vogliamo essere governati da una rappresentanza politica che non rappresenta più del 35,5% degli aventi diritto al voto? L’Iniziativa per più democrazia (un’organizzazione single issue) ancora una volta pone in rilievo che in base all’attuale sistema elettorale e la conseguente prassi di formazione del governo, è sempre solo una chiara minoranza degli aventi diritto al voto ad essere formalmente rappresentata dalla Giunta provinciale che ne consegue. L’esito del voto viene di regola presentato come se avesse votato il 100% degli aventi diritto. Di fatto però alle ultime elezioni è stato solo il 67% ad aver votato in modo valido.

Questo significa che la Volkspartei rappresenta solo il 28,08% degli aventi diritto al voto e la Lega solo il 7,43%. Ne consegue che solo il 35,5% degli aventi diritto al voto sarebbe rappresentato da una Giunta provinciale formata da SVP e Lega. Questa è una costatazione a dir poco deprimente. Evidentemente il sistema elettorale in vigore e lo sterile meccanismo finora subíto senza analisi critica, basato sulla divisione della rappresentanza in una maggioranza e in un’opposizione, non sono adatti a far sì che Consiglio e Giunta rispecchino la volontà degli elettori secondo principi democratici fondamentali, né tanto meno favoriscono una politica orientata davvero alla risoluzione delle questioni. E se a Bolzano va ancora a votare il 67% degli aventi diritto, altrove si va addirittura al di sotto del 50%. 

Nel 2013 a Roccaforte del Greco ha votato solo l’11,68% degli aventi diritto. Stessa situazione anche a Montefusco, in provincia di Avellino, dove è andato alle urne il 32,36%, e a Futani, in provincia di Salerno, dove la percentuale si è fermata al 44,05%. Oppure, quando alle urne, come a Vicenza (da più legislature), va la metà degli elettori, con le elezioni del 2018 si trova a dover scegliere tra i vecchi marpioni della partitocrazia rimpannucciati da Liste civiche. In quest’ultimo caso, chi governa è una minoranza che rappresenta addirittura un cittadino su quattro. Laddove, invece, ci fosse la formazione di Giunte secondo il modello in vigore in Svizzera, chiamato governo di concordanza, i partiti maggiori che rappresentano gran parte dell’elettorato formano insieme il governo. Sindaco e Giunta rappresenterebbero una maggioranza dell’elettorato, e in più diventerebbero superflue le capriole, e le azioni di facciata che stanno già ora sfiduciando il governo. In tal modo una politica che guarda effettivamente alle questioni incombenti, e cerca la loro soluzione con maggioranze trasversali diventerebbe automaticamente d’obbligo, e soprattutto possibile.

Con questo viene riaffermata, ancora una volta, l’urgente necessità di riformare in modo profondo l’attuale sistema elettorale partendo dalle aspettative dei cittadini. È da tempo che lo Stato italiano, similmente all’UE, barcolla paurosamente. Sarebbe cosa saggia – in particolare per gli indipendentisti – avere  qualcosa di prêt-à-porter (pronto all’uso). Un progetto politico-istituzionale con il quale subentrare tempestivamente. Anche perché, come diceva Martin Luther King: «Dobbiamo convincerci che accettare passivamente un sistema ingiusto significa cooperare con quel sistema e divenire, così, complici del male che è in esso».

Enzo Trentin 

3 Commenti

  1. Giannantonio Zanolli

    ” un progetto politico istituzionale ” ..
    .. non può che essere la trasposizione concreta dei principi che vengono assunti come riferimento comune, ne consegue che il primo lavoro andrebbe fatto proprio per individuare e definire chiaramente appunto quei principi , cominciando con lo stabilire chi è il soggetto politico primario, quale tipo di democrazia si vuole realizzare, la qualità delle relazioni e gli strumenti da porre in essere, quali i diritti e quali i doveri del singolo, della comunità e delle istituzioni.
    Alla fine delineare le possibilità di realizzazione alla luce delle leggi attuali, degli eventi contemporanei e delle forze disponibili.
    Per ora noto un cambiamento epocale: la fiducia nei partiti è ai minimi e molte nuove amministrazioni sono assunte da Liste civiche dove le persone ci mettono la faccia sapendo di non avere strutture alle spalle e alcuna garanzia di carriera.
    Questo mi fa ben sperare.

  2. Comitato Ultimi Veri Venexiani

    errata corrige «nazionali».

  3. Comitato Ultimi Veri Venexiani

    Il prêt-à-porter (pronto all’uso) potrebbe anche esserci, quel che manca all’appello è la coesione tra colonnelli e soprattutto la consapevolezza di allargare necessariamente gli orizzonti politici transnazionali.

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