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La protesta dei gilets jaunes, a Parigi, l'8 dicembre - Foto di Olivier Ortelpa(CC BY 2.0)
La protesta dei gilets jaunes, a Parigi, l'8 dicembre - Foto di Olivier Ortelpa (CC BY 2.0)

Movimento dei gilets jaunes, come è iniziato?

Vicenza – Come è iniziato e cosa vuole il movimento dei gilets jaunes? È partito da una Petizione lanciata il 29 maggio 2018 da Priscillia Ludosky per denunciare l’aumento dei prezzi dei carburanti che, secondo il governo, è necessario per la transizione ecologica, ma soprattutto per denunciare la falsa argomentazione ecologica avanzata per giustificare l’ennesima sovra-tassazione. Inizialmente, tramite un video pubblicato su Facebook, si invitava a manifestare mettendo tutti il gilet giallo sul cruscotto del veicolo come segno di supporto per il movimento.  

Oggi le rivendicazioni vanno ben oltre e l’urgenza della situazione è evidente. Gli sviluppi si possono seguire tramite il sito ufficiale dei gilets jaunes. Le rivendicazioni e le proposte investono la stessa democrazia occidentale. E mentre il governo francese lancia accuse (peraltro subito smentite) al Cremlino retto da Vladimir Putin o dalla Casa Bianca retta da Donald Trump, a Parigi le autorità cercano di gettare acqua sul fuoco, soprattutto per evitare la realizzazione di nuove manifestazioni che sono state già indette. L’attenzione è concentrata verso il presidente Emmanul Macron. Tutti sperano che le misure in questione diano un nuovo impulso, alla riconciliazione nazionale, per porre fine alla crisi che prosegue nelle strade da circa un mese. Macron ha fatto qualche concessione, ma i gilets jaunes non appaiono soddisfatti.

Tuttavia la questione sembra essersi allargata, e può essere sinteticamente così riassunta:

  • Non si tratta più di mettere al suo posto di Emmanul Macron un altro oligarca, a che pro – dicono i gilets jaunessbattersi sull’asfalto, intirizziti e sotto la pioggia? Quando una maggioranza di cittadini non vuole più pagare le tasse ed esprime la sua diffidenza verso le strutture intermedie (partiti, sindacati, associazioni …) che li turlupinano da anni, quando l’astensione diventa il partito di maggioranza, quando centinaia di migliaia di francesi bloccano il paese per domandare le dimissioni del capo dello Stato, ciò significa che l’attuale “democrazia rappresentativa” (che non ha più di democratico che il nome) è fallita. 
  • Dobbiamo ricostituire la nostra sovranità inventando altre forme di organizzazione.
  • La grande forza del nostro movimento che inquieta le élites, è di aver saputo resistere a ogni forma di recupero politico, sindacale o da parte di portavoce autoproclamati in cerca della luce della ribalta. 
  • Perché questo duri, dobbiamo fare in modo che i nostri rappresentanti ci rappresentino davvero. 
  • Noi non vogliamo più un mondo senza contatto, e diffidiamo della moda delle nuove tecnologie di comunicazione che ci rendono dipendenti e quindi vulnerabili, e che gonfiano la spaventosa fattura energetica, e ambientale del digitale. 
  • Niente può sostituire il contatto umano diretto. Se si devono istituire dei delegati a livello di ogni comitato popolare locale, si invitano le centinaia di gruppi di Gilets jaunes a dotarsi di una capanna come nel Comune di Commercy o di una “casa del popolo” come nel Comune di St. Nazaire. Insomma di un luogo di riunione e organizzazione. Che si coordinino tra loro, a livello locale e dipartimentale in assoluta uguaglianza. È così che vinceremo perché è qualcosa che lassù non sono abituati a gestire! E incute loro una paura boia (un tema da noi affrontato qui).
  • Vorremmo ricordare alcune modalità della democrazia diretta che dovrebbero soddisfare l’organizzazione del nostro movimento e per estensione quello della nostra democrazia futura. [altro tema che abbiamo trattato qui. Non sono idee nuove perché sono state pensate e messe in atto ad Atene più di 2500 anni fa e applicate in forme diverse da varie popolazioni del medioevo in Europa, durante la rivoluzione francese, inglese o americana, la Comune di Parigi, i soviet russi del 1905, la rivoluzione spagnola del 1936, l’insurrezione ungherese del 1956 e oggi in Chiapas e nel Rojava. 
  • L’assemblea generale: al livello locale, quello del quartiere o del comune; tocca al popolo riunito in assemblea e non a qualche eletto, dibattere e decidere degli affari che lo riguardano ed eleggere i cittadini che lo rappresenteranno a livello regionale e nazionale.
  • L’estrazione a sorte: i candidati alle elezioni regionali o nazionali, come i consiglieri municipali sono sorteggiati tra i cittadini per assicurare una giusta rappresentazione di tutte le categorie sociali e l’esclusione di tutti gli assetati di potere (tema affrontato anche qui).
  • Il mandato unico: la rappresentanza del popolo non è una carriera, e i nostri rappresentanti devono essere concentrati sui loro compiti piuttosto che sulla loro rielezione.
  • Il mandato imperativo: un eletto può eseguire unicamente le decisioni per le quali è stato espressamente incaricato dalle assemblee di cittadinanza e nient’altro.
  • La revocabilità: ogni rappresentante deve poter essere dimesso dalle sue funzioni in ogni momento, tramite il voto di quelli che rappresenta, se tradisce il mandato per il quale è stato eletto. Vedasi il Recall qui.
  • La rotazione dei compiti: dai più ingrati ai più gratificanti tutti vi partecipano.

I Gilets jaunes non devono diventare un partito o un sindacato in più. La politica non è un lavoro da specialisti ma l’impegno di individui autonomi che formano un popolo: la democrazia diretta presuppone l’elaborazione di un’educazione vera e rigorosa per formare questo tipo d’individuo. Il progetto richiede, per permettere il coinvolgimento di tutti, il tempo libero che ci manca crudelmente per tessere legami sociali: lo si dovrà strappare al quotidiano (lavoro, trasporti, tempo libero che abbrutisce, ecc.). La sfida colossale di elaborare una democrazia diretta sembra più abbordabile se si pensa innanzi tutto al livello locale, prima di federarsi a livelli superiori.

Al diavolo la follia municipalista, dicono i governanti e i loro collaborazionisti. Attenti al disordine, gridano quelli che pensano, spesso a torto, di aver tutto da perdere dal cambiamento. Affermano di capire le recriminazioni dei gilets jaunes. Ma questi ultimi non vogliono i discorsi utopici, i commenti degli intellettuali organici della destra, o le spacconate dell’ultrasinistra, e dei loro compari di sinistra. Cercheranno di far filtrare il messaggio che non è realizzabile, penseranno i più bendisposti, cui l’idea piacerebbe, ma non ci credono. Tutti quanti non riescono ancora a staccarsi dal modo di pensare statalista. I cittadini, invece devono prendere in pugno i propri affari. Sono i soli a poter immaginare e costruire la Comune dei Comuni senza Cesari né tribuni. 

Non è per comprendere meglio la nostra collera e le nostre rivendicazioni – proseguono i gilets jaunes – che il governo vuole dei “rappresentanti”: è per inquadrarci e seppellirci! Come con le direzioni sindacali, cercano degli intermediari, della gente con cui potrà negoziare. Persone sulle quali potrà far pressione per calmare l’eruzione. Il potere vuole gente che potrà in seguito recuperare e spingere a dividere il movimento per sotterrarlo. Se nominiamo dei “rappresentanti” e dei “portavoce”, ciò finirà per renderci passivi. Peggio: avremo in fretta riprodotto il sistema che funziona dall’alto in basso, come le canaglie che ci dirigono. Quei cosiddetti “rappresentanti del popolo” che si riempiono le tasche, che fanno leggi che ci impestano la vita e che servono gli interessi degli ultraricchi!

I sanculotti del 2018 non sopportano più l’alterigia di un potere che vanta la riuscita individuale per giustificare la diseguaglianza, che disprezza quanti non ce la fanno da soli, proteggendo i ricchi e schiacciando gli altri. Se sconfitti, i Gilets jaunes dovranno rientrare nei ranghi, tacere e continuare a gestire come possono la fine del mese. Il loro movimento è condannato a spegnersi per stanchezza e sotto la forza del diritto? No, se decidono di organizzarsi altrimenti riprendendo contatto con la democrazia diretta e con il federalismo dei comuni autonomi. Naturalmente quanti si appellano al popolo a ogni piè sospinto: militanti di sinistra, libertari, sindacalisti, partitanti non staranno a guardare quando questo popolo prenderà in mano i suoi affari. Cercheranno di ristabilire il “loro” ordine, la mercificazione, l’inquinamento e riconquisteranno gli Champs-Elysées. Domani vi sfileranno i militari per celebrare l’Austerlitz macroniana! I piccoli marchesi del Parlamento, ancora grondanti di paura, giubileranno. I burocrati si riaddormenteranno.

Solo a condizione di far rivivere, qui e ora, i principi democratici ereditati dalla storia dei popoli – dicono -, riprenderemo in mano le nostre esistenze, lasciandoci un’occasione di trasmettere ai nostri figli una Terra abitabile e la possibilità di crescervi in maniera dignitosa. Si tratta di bloccare questo sistema di produzione-consumo demenziale, magari chiamando al boicottaggio commerciale e solidale delle feste di fine anno.

Da tutte queste enunciazioni si comprende come il tentativo di alcuni ambienti italiani di riproporre il fenomeno gilets gialli nella penisola (e lo scriviamo con tutti i condizionali possibili) non abbia molta credibilità. Uno dei capi dei gilet gialli italiani è Ivan della Valle, ex deputato grillino torinese espulso dal M5s per il caso rimborsi; affiancato dall’imprenditore torinese Giancarlo Nardozzi, presidente di Goia (Gruppo organizzato indipendente ambulanti di Torino). La pagina Facebook del Coordinamento Nazionale Gilet Gialli Italia, in una decina di giorni piace a oltre 4.000 persone. Tuttavia sembra che l’approccio non sia quello coerente con l’iniziativa francese.

L’ennesima «Operazione distrazione»? Qui, in un video in diretta danno voce a sindacalisti, consiglieri comunali, e politici di vari schieramenti. Ovverosia quei “rappresentanti” che i cugini francesi dichiarano di voler Bypassare. Altre perplessità sull’iniziativa torinese nascono dal fatto che in Francia hanno deciso di agire in collegamento per scambiarsi informazioni al loro interno, e favorire la comunicazione con l’esterno; mentre a Torino hanno già messo in piedi un coordinamento che presume quei leader che gli omologhi d’oltrealpe dichiarano di non volere.   

Enzo Trentin

2 Commenti

  1. Vincenzo Vizzini

    Più o meno la stessa cosa che è capitata all’Italia. Noi abbiamo fatto sparire i cadaverici arrivisti politici che hanno devastato il Paese, ma solo dopo 70 anni di torture subìte senza battere ciglio. I francesi, che hanno fatto davvero una rivoluzione, loro si incazzano subito e agiscono immediatamente per non fare incancrenire la situazione. Bravi bravi bravi i francesi!!!

  2. Giannantonio Zanolli

    Se teniamo presente che storicamente i partecipanti attivi nelle assemblee popolari mediamente sono circa 8 / 10 % degli aventi diritto ( almeno così nella antica Atene ..o forse meno ), ci ritroviamo che i 60 milioni di italiani diventano circa 5 / 6 milioni.
    I 6 milioni divisi per 300 ci dicono che con 20.000 assemblee di 300 fai partecipare tutti quelli che vogliono ad assemblee fisiche a democrazia diretta.
    Se alla singola assemblea fisica dei 300 cittadini abbini una semplice piattaforma per forum e per voto ( in modo che anche chi non è presente fisicamente possa partecipare da remoto e anche in differita con proposte, emendamenti e voto ) sei a buon punto.
    Mettendo in rete tutte le 20.000 piattaforme assemblea ( ci sono circa 10.000 municipi quindi mediamente 2 ognuno ) ottieni un sistema a democrazia diretta nazionale.
    Riconoscendo ad ogni assemblea il diritto politico di essere decisionale per le proprie questioni e per quelle della federazione a cui appartiene : provinciale, regionale, nazionale.. il sistema assume le caratteristiche di una federazione sussidiaria ascendente a democrazia diretta.

    Il sistema nazionale centralizzato e verticista basato sulla delega partitica e sulla democrazia parlamentare, potrebbe essere sostituito da un sistema a democrazia diretta a struttura federale sussidiaria in cui le istituzioni gradualmente diventano propositive esecutive.

    Tecnicamente tutto questo è fattibile.
    Quello che ancora manca è la volontà politica e la adeguata preparazione culturale (però fattibilissima già nel medio periodo ).

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