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I dividendi e il presepe tradizionale

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Roberto Ciambetti, presidente del consiglio regionale del Veneto, su un tema in questo momento di attualità, vale a dire il presepe e il suo significato. Nei giorni scorsi, per rimanere in argomento, abbiamo pubblicato il commento dell’assessore regionale Donazzan al messaggio lanciato da don Luca Favarin un post, per altro, al quale fa riferimento anche Ciambetti…

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Venezia – Chissà cosa avrebbe detto Gaetano Thiene, il santo vicentino al quale dobbiamo l’invenzione del presepe tradizionale, quello che della Natività allarga il panorama a comprendere popolani e le loro attività, animali da cortile, botteghe, abitazioni, davanti alle polemiche dei nostri giorni. Allestire o no il Presepe? La discussione si ripete ogni anno raggiungendo livelli parossistici che lasciano interdetti se non infastiditi, ma che quest’anno ha superato ogni limite.

La tradizione vuole che Gaetano, nato probabilmente in “Strada Magna e sindacaria di San Marcello” a Vicenza, impegnato a Napoli nella sua pia opera di assistenza ai malati, realizzasse nel 1530 nell’Oratorio di Santa Maria della Stalletta “un presepe con figure in legno abbigliate secondo la foggia del tempo”. In questo modo, riproducendo la narrazione dei racconti evangelici, canonici come apocrifi, inserendola nel mondo e nella vita contemporanea senza incespicare in anacronismi, Gaetano riuscì a fissare la scena natalizia in una dimensione atemporale: nel presepe del santo vicentino il Natale accade hic et nunc, non appartiene ad una lontana era storica, ma vive adesso per rinnovarsi ogni anno.

La seconda grande intuizione di Gaetano fu il portare le classi subalterne, i popolani, ad essere protagoniste delle scena che entra nella loro vita e non è un caso se, dall’oratorio di Santa Maria della Stalletta, il presepe si diffuse nelle abitazioni partenopee e da Napoli poi in tutto il mondo cattolico. Non solo il Natale avviene qui ed ora ma avviene tra il popolo. Un popolo che ogni anno arricchisce la scena di nuovi protagonisti, un popolo che non si sente escluso dall’evento, ne è partecipe.

Ha detto papa Bergoglio in occasione della cerimonia di presentazione del presepe monumentale “San Nativity 2018” realizzato in sabbia jesolana: “Contemplando il Dio Bambino che sprigiona luce nell’umiltà del presepe possiamo diventare anche noi testimoni di umiltà, tenerezza e bontà” e questa lettura non cozza di certo, anzi, con l’invenzione di Gaetano Thiene. Le stesse parole di monsignor Moraglia a Roma, “E’ un segno che unisce gli uomini e li fa sentire fratelli di un unico Padre”, confermano il ruolo che il presepe mantiene nella nostra cultura oltre che nella fede religiosa.

C’è chi non la pensa così, persino tra i religiosi. Ad esempio, don Luca Favarin, sacerdote di strada padovano, che affidò a Facebook la sua riflessione “Quest’anno non fare il presepio credo sia il più evangelico dei segni. Non farlo per rispetto del Vangelo e dei suoi valori, non farlo per rispetto dei poveri”. Non condivido questa opinione, per altro del tutto legittima, nonostante il suo essere altamente opinabile, ma che lascerebbe sinceramente l’amaro in bocca se trovassero conferma le notizie riportare dalla stampa, secondo le quali il sacerdote padovano è a capo di una rete di iniziative di accoglienza di immigrati e presidente, tra l’altro, del consiglio di amministrazione di una Cooperativa che, nel 2017, portò a casa un utile netto di 504.207 euro. Se ciò fosse confermato, credo che san Gaetano avrebbe visto nella parabola di don Luca la riprova del disprezzo dell’Altissimo per la ricchezza, proprio indicandoci il tipo di persone che sceglie per affidarla. Anche sotto forma di utili o dividendi.

Roberto Ciambetti

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