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“Libertà di stampa o libertà di calunnia?”

Vicenza – Nel 1787 Edmund Burke, durante una seduta della Camera dei Comuni del parlamento inglese, rivolto ai cronisti seduti sui banchi della tribuna riservata alla stampa, esclamò: “Voi siete il quarto potere!” Si può dunque dire che già da allora la libertà, intesa come autonomia, procedeva di pari passo col potere della funzione, spesso soffocando il senso di giustizia e di verità in essa contenute. In effetti, di qualunque potere si parli, la dimensione privata si nasconde dietro la libertà del mandato, poiché è difficile rendersi liberamente interprete degli interessi della collettività senza peccare perlomeno di soggettivismo.

La libertà di stampa procede dalla più generale libertà di espressione, libertà garantita dalla costituzione all’art. 21. Vale a dire che ogni cittadino può dire ciò che vuole, sempre che ciò che dice non sia un reato. E allora ognuno di noi già immagina la magistratura che corre con solerzia appresso al subisso di cose che si dicono, che si scrivono, che si proiettano, che si suonano, che si disegnano… Purtroppo non è così.

Ognuno di noi già immagina lo stuolo di avvocati che difende l’onorabilità degli offesi dalla tv, dalla carta stampata, dalle arte figurative… Qualche volta è così. In Italia è stata via via smantellata la censura che difendeva morali antiquate e opportunità di ogni genere al servizio dei poteri di turno, ma al suo posto non si è costruita nessuna legge che vigili sulla qualità del prodotto editoriale, mentre si garantisce con legge 26 ottobre 2016, n. 198 sovvenzioni pubbliche.

Ognuno dei poteri pretende di agire in piena libertà e autonomamente dal potere degli altri. I parlamentari, dopo aver raccontato frottole ed essere stati eletti, non vogliono avere più nessun vincolo con la gente: pretendono a chiacchiere di essere coerenti, ma senza risponderne veramente a qualcuno. I ministri non vorrebbero mai passare in parlamento ed essere giudicati nel merito dei loro provvedimenti.

I giudici vorrebbero emanare liberamente sentenze senza che nessuno le impugni, e senza avere nessun organo di controllo esterno alla magistratura. I giornalisti, già stipendiati da un padrone che paga i loro pezzi secondo i suoi interessi, non vogliono che qualcun altro metta i vincoli alla loro libertà di opinione, che limiti cioè il potere del padrone, che restringa la possibilità di mobbizzare qualcuno a piacimento secondo le “libertà d’espressione costituzionali”.

La democrazia ha bisogno di un popolo cosciente ed informato capace di esprimere un giudizio politico. La funzione della stampa nel processo di formazione della coscienza è il fondamento stesso della democrazia. Mentire, distorcere, nascondere, in una parola scadere nell’offerta informativa, significa costruire un popolo schiavo, incapace di distinguere le qualità e i vizi della società in cui vive. Significa scegliere per conto del padrone un elettorato servo, una riduzione di tutto il processo democratico a esperimento in vitro, in cui l’offerta politica e quella informativa sono al servizio di uno stesso soggetto economico.

Quelli che in questi giorni hanno levato i gonfaloni della libertà di stampa e manifestano in ogni dove, paragonando Di Maio e Di Battista ai peggiori liberticidi della storia, se non sono i soliti ottusi sinistrorsi, sono i carcerieri attivi della nostra società, feroci nella loro servitù. E questi carcerieri, al riparo del capitale padronale, dileggiano i veri rappresentanti del popolo che a marzo è sfuggito alla loro disinformazione ed è restato incontrollato nelle urne. Ormai la lotta politica ha raggiunto lo scherno, l’irrisione costante dei tirapiedi del padrone capaci di far passare per statista un immorale farfuglione, un cazzaro provocatore, e per disonesti incapaci le uniche speranze della politica italiana.

Chiunque di noi avrebbe difficoltà a dire sulla faccia del vicino di casa ciò che pensa realmente, perché teme una denuncia per molestie, ingiurie, calunnia etc. Difatti oggi non si fa politica o informazione senza avere in tasca una manciata di avvocati che ti proteggono dall’ottusità di un giure. E gli editori impuri (quelli che sono contemporaneamente finanzieri, imprenditori, politici ed editori) di avvocati ne possono disporre a mazzi. Invece fare politica per il bene collettivo e informare liberamente, senza essere schiavi di un padrone che ti dice chi bastonare, espone a seri rischi giudiziari.

I 5 stelle, ad esempio, sono arrivati al governo, ma non sono il potere. Il potere resta saldamente nelle mani dei loro predecessori, poiché il Movimento detesta l’occupazione delle poltrone e il compromesso. E allora succede che nessuno li teme, né i politici né i giornalisti, poiché con loro nessuno rischia il posto: loro sono giusti, sono dei buoni. E allora la calunnia e la malainformazione raggiungono altezze impensate; ciò che si vede in questi giorni contro il M5s è pari a un mobbing feroce. I campioni della libertà di stampa e di pensiero irridono il ministro della Giustizia, impediscono a quello delle infrastrutture persino di gioire per una vittoria parlamentare, quando in altri tempi si è cantato “bella ciao” dopo aver regalato soldi alle banche. Mi pare che stiamo esagerando.

Giuseppe Di Maio

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