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Di quelle nomine e quelle scelte irricevibili

Vicenza – Il sindaco di Vicenza, Francesco Rucco, il 26 ottobre 2018, così commentava la nomina di Gianfranco Vivian ad amministratore unico della società di servizi partecipate Aim: «Esperienza e competenza nel settore, con importanti incarichi di controllo negli enti pubblici. Sono questi i motivi che ci hanno indotto alla scelta di un noto professionista per la guida di Aim. Indipendentemente dalle tessere di partito, riteniamo Vivian la figura più adatta per ricoprire il ruolo e per incarnare la nostra idea di cambiamento alla guida dell’azienda, che va rilanciata, affinché rimanga e diventi anzi sempre più protagonista nei mercati. […] Va immediatamente ripreso il percorso interrotto con la veronese Agsm – ha aggiunto Rucco – per capire se è attuabile l’aggregazione tra le due società, per diventare leader, se non altro a livello veneto».

Di Gianfranco Vivian a noi poco importa. A quanto pare il sindaco non fa una piega se, nel 1984, è finito in galera assieme al sedicente pretendente al trono del Portogallo: Rosario Poidimani. Un siracusano da tempo stabilitosi a Vicenza, che non pare proprio uno studioso di diritto internazionale, e sulla cui fedina penale, secondo La Repubblica, ci sarebbero precedenti per truffa, assegni a vuoto, falso in cambiali. E nemmeno che il sedicente “duca di Burgos”, nello stesso periodo sia stato accostato al trasferimento di sede del dottor Luigi Rende, sostituto procuratore della Repubblica a Vicenza, la cui moglie Rita Maria Savoia faceva “favolosi” affari assieme a Isabella Baradel, allora avvenente 27enne, donna di Rosario Poidimani e cervello dell’organizzazione. E che, appunto, come saltò fuori dopo l’ingresso della Baradel nella società, il consulente finanziario del negozio Pellicceria Tanuki diventasse il commercialista Gianfranco Vivian, l’uomo che curava gli affari del “duca” Poidimani.  

In fondo si tratta di un disinibito libero professionista che presta la sua opera a un committente individuale, del quale non è obbligato ad accertare la “limpidezza”. Sì va bene: «Segui i soldi e troverai la mafia!» diceva il giudice Giovanni Falcone, ma Gianfranco Vivian non ha mai fatto il giudice. Ha sempre fatto il commercialista. Lo attesta il suo curriculum dal quale traspare, invece,  che la sua attività nell’ambito dell’imprenditoria privata è stata assai limitata, mentre copiosa e molto remunerativa è l’attività svolta a favore di enti locali e aziende ad essi collegati.

C’è anche chi ricorda come, intorno al 1992, Gianfranco Vivian fosse il responsabile vicentino dell’Alia (Associazione liberi imprenditori autonomisti). Ovvero quell’organismo creato dalla Lega Nord in “alternativa” alla Confindustria, e poi naufragato come molte delle scimmiottature (vedi sindacato Simpa) della Lega di Umberto Bossi e sodali. E anche i cittadini più politicamente disarmati sanno che gli incarichi pubblici si acquisiscono grazie al passe-partout che si ottiene aderendo alla partitocrazia. Giusto come hanno scritto Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella: «La Casta politica, una volta che sei dentro, ti permette quasi sempre di campare tutta la vita. Un po’ in Parlamento, un po’ nei consigli di amministrazione, un po’ ai vertici delle municipalizzate, un po’ nelle segreterie. Basta un po’ di elasticità.»

I cittadini poi, per quanto sprovveduti, sono consapevoli che gli impegni elettorali vanno mantenuti. Beninteso non quelli che i candidati prendono con gli elettori. Quando mai! Quelle sono promesse elettorali. Bensì le obbligazioni che assumono gli aspiranti Sindaco nei confronti dei partiti che li sostengono. Non a caso il consigliere comunale Raffaele Colombara lo rileva qui. Insomma il sindaco Francesco Rucco non solo fa dubitare della sua appartenenza alla “purezza civica”, ma dà l’impressione di non essere prudente nell’affidare l’importante incarico alle Aim a una persona che già in passato ha dimostrato d’essere “incurante” o “disattenta” tanto da finire, di riffe o di raffe, in prigione.

Eppure intorno al 1992, subito dopo lo scandalo di Tangentopoli, Vicenza inaugurò per la prima e ultima volta una stagione di nomine – si disse – espressione della cosiddetta società civile. Fu così che un cittadino (MR) non aderente alla partitocrazia venne designato dal Consiglio comunale a far parte del cda del Monte di Pietà. Per mezzo dell’opera di questo “civico” si evitò che per un artificio giuridico il patrimonio architettonico allora stimato in circa 26 miliardi di lire, fosse alienato a un’impresa privata e rimasse di proprietà del Comune di Vicenza.

Ma a parte l’aderenza allo spirito civico, la disinvoltura, l’incuria o la disattenzione dei protagonisti sopraccitati, ciò che più preoccupa la cittadinanza è la possibile svendita di un patrimonio pubblico rappresentato dal complesso aziendale Aim, che i vicentini hanno voluto giustappunto sin dal 1906 pagandoselo di tasca propria (1). Gli abitanti del capoluogo berico ebbero anche a pagarsi la Fiera di Vicenza fondata nel 1948 da Gaetano Marzotto.

Il nipote Matteo Marzotto ne sembra, invece, il liquidatore. Costui, uomo di bell’aspetto, immagine, bon ton, con relazioni altolocate, dal facile e forbito eloquio, nonché appunto rampollo della upper-class e ben introdotto nella élite politico-imprenditoriale nazionale, ha però dato una prova opaca come presidente dell’Ente nazionale italiano turismo, e molto altro ancora. Tuttavia egli afferma: «Non mi sono mai sentito limitato da quello che hanno scritto di me» (vedi qui).

È il golden boy di una famiglia storica per la moda italiana, che fa il paio con l’omologo Luca Cordero di Montezemolo che era al di sopra degli insuccessi della Ferrari. Personaggi molto esposti mediaticamente, ma dall’incerta produttività, riescono comunque a proiettare il proprio fascino nei confronti di un certo provincialismo. Matteo Marzotto era approdato alla Fiera di Vicenza per rilanciarla. È finita che ha certificato il passaggio di proprietà (peraltro come socio di minoranza) all’omologa struttura di Rimini.  

Questi ammalianti personaggi della upper-class, e i politici che li propongono, non sono mai interessati all’idea che l’opinione pubblica si è fatta di loro. Men che meno dell’opinione dei taxpayer (in questo caso vicentini) che hanno la sensazione di un depauperamento della cosa pubblica diventato inarrestabile. I politici poi elogiano spesso i benefici visibili della spesa pubblica, ad esempio il numero di posti di lavoro “creati” senza considerare se quegli stessi fondi non avrebbero potuto essere spesi meglio altrove. Di converso tacciono sulle infinite “patacche” che hanno rifilato ai contribuenti berici, come per esempio il Cis (Centro intermodale servizi) o la Società aeroporti vicentini (solo per citarne due), imprese dove sono stati sperperati milioni di lire prima e di euro dopo, per responsabilità di pubblici amministratori ai quali risulterebbe avventurosa persino la gestione del “Condominio dei Pampalughi”.  

In allegato, si possono confrontare tre prospetti (unoduetre), tratti dal sito del Comune di Vicenza, nei quali si osserva la differenza numerica tra le società partecipate nel 2017 e quelle del 2007. Ma se il sito documentasse anche gli anni dal 1990 le dimensioni del “rosicchiamento” delle proprietà sarebbe ancor più appariscente. Sempre in tale allegato – a titolo conoscitivo – sono indicate le remunerazioni di alcuni amministratori (la cui nomina senza il placet della partitocrazia è improbabile) dal quale emerge che è più comoda, remunerativa e vantaggiosa questa funzione, anziché quella di consigliere comunale.

Ma la domanda delle cento pistole, ovvero una domanda difficile la cui risposta esatta meriterebbe una ricompensa di cento monete d’oro, è: un sindaco che è stato eletto all’incirca da un cittadino su quattro (è così da molte legislature) può “vendere” a piacer suo il patrimonio dei cittadini senza prima consultarli con uno specifico referendum? In vero molti vicentini non tengono in nessun conto le giustificazioni che di volta in volta il “potere” accampa. In fondo, nella storia dell’uomo si è giustificato di tutto e il suo contrario. Per esempio: l’emarginazione degli omosessuali e oggi il loro diritto a essere persino genitori. La pena di morte e “nessuno tocchi Caino”. L’inviolabilità del matrimonio e il divorzio, etc. etc.

No! I cittadini si chiedono se questa è democrazia, oppure se il ridimensionamento del ruolo dei partiti e delle pseudo liste civiche non si possa finalmente ricondurre nell’alveolo istituzionale. Dove i rappresentanti rispondono direttamente e senza il filtro dei partiti agli elettori da cui hanno ricevuto il mandato e non avranno bisogno, come avviene ora, di crearsi le clientele per assicurarsi la rielezione. Lo Stato (con i suoi enti locali), invece, è una distopia fantastica, illogica e impossibile da concepire come qualcosa d’altro che non sia accostabile alla coercizione e al potere(2). Non è forse assurda l’esistenza di parassiti assoluti che conducono una vita comoda e sontuosa grazie a leggi che sottraggono più della metà delle loro ricchezze ai loro proprietari? Non è aggressione pura? Non è puro arbitrio tutto ciò?

I politici manipolano le persone con la propaganda, facendo credere a queste ultime che è impossibile avere una organizzazione sociale senza la loro mediazione e un potere centrale, quando ciò che è davvero incredibile è che ci sono Stati e Governi che gestiscono ben oltre la metà della ricchezza che genera la loro popolazione. In Italia questa quota arriva oltre il 60%; ma a Vicenza se si andasse puntigliosamente a controllare, a partire grosso modo dal 1960, con molta probabilità andremmo oltre.

Enzo Trentin

NOTE:

(1) Tutto ciò che dice lo Stato è una menzogna, e tutto ciò che possiede lo ha rubato. (Friedrich Nietzsche)

(2) Data l’origine de facto, qualsiasi Stato reale è essenzialmente un accidente storico cui la società deve adattarsi. Ciò non soddisfa coloro che, per educazione o disposizione, ritengono che l’obbligazione politica poggi sul dovere morale o sul proposito prudenziale. Piuttosto di una teoria banale, atta a dimostrare che l’obbedienza deriva da una minaccia di coercizione, si proverà maggiore interesse per le teorie che riconoscono l’origine dello Stato nella volontà del cittadino, se non altro perché è intellettualmente consolante trovare motivazioni coerenti per credere di avere veramente bisogno di ciò che si ha. (Anthony De Jasay)

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