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Soldati in piazza Duomo a Milano durante i moti del 1898
Soldati in piazza Duomo a Milano durante i moti del 1898

Strateghi dell’indipendenza senza un indirizzo

Vicenza – Mercoledì 10 ottobre, sui social network) si poteva leggere questo messaggio del professor Carlo Lottieri:   «Gli ultimi sondaggi danno i nazionalisti italiani della Lega, in Veneto, intorno al 50%. C’è da disperarsi? No. I miei amici indipendentisti devono sapere che la volatilità elettorale è altissima e sono tutti giganti di argilla. Non solo: la catastrofe è alle porte e alla fine la realtà detta le sue leggi. Se l’Italia è in bancarotta, i suoi ministri si troveranno presto “sotto processo”. Si tratta quindi, ora, di costruire una proposta realmente alternativa: un progetto fatto di persone, luoghi, media, associazioni e iniziative che possa essere pronto a cogliere la finestra di opportunità. Il gigante parafascista non durerà a lungo: non abbiamo, quindi, tempo da perdere.»

Nel leggerlo mi torna alla mente quanto il drammaturgo russo Ivan Tourgueniev scriveva: «Esiste una tristezza che non è possibile consolare né dissipare, la tristezza della vecchiaia che ha coscienza di se medesima.». Ecco, dal profondo della mia senescenza, ho la tristezza d’aver scritto per anni le stesse cose del mio buon amico Carlo Lottieri, d’essere andato in lungo e in largo a tenere conferenze, a parlare ad un pubblico che sembrava non capire, che cercava la soluzione prêt à porter, immediatamente risolutiva.

Giovanni Dalla Valle, uno psichiatra anglo-veneto che per anni si è speso per la causa della autodeterminazione, in collaborazione con numerosi altri volonterosi, anni or sono ha dato l’avvio a un “Libro bianco” per l’indipendenza del Veneto, che nelle intenzioni doveva essere propedeutico a un progetto istituzionale innovativo. La cosa è rimasta in itinere. Non ha ancora raggiunto il suo completamento. Tra i tanti comparti del predetto nuovo assetto rifondativo c’era quello della Difesa, che qui espongo in riassunto, partendo ovviamente da alcune premesse:

  1. La Costituzione italiana è una dichiarazione di princìpi che non ha nessuna concretezza. Si veda il suo articolo 11, a proposito di Difesa. 
  2. Coprire le guerre barattandole come ‘operazioni di pace’ è un modo per aggirare la Costituzione e turlupinare i cittadini che ancora vi credono.
  3. Tutti sappiamo che con la formula ipocrita ‘peacekeeping’ si mascherano operazioni militari di aggressione in altri Paesi. Noi abbiamo più di 30 operazioni militari all’estero che ci costano circa 1.500 milioni l’anno. Solo l’operazione Leonte in Libano può essere considerata una vera missione di pacificazione perché le forze militari italiane si interpongono fra due comunità, hezbollah libanesi e israeliani, che altrimenti si massacrerebbero senza pietà. 

Ciò premesso c’è da prendere atto che l’Italia sin dalla sua unità nel 1861 (a seguito di plebisciti farlocchi del 1859-1860-1866) ha sempre condotto guerre d’aggressione, e la truppa delle forze armate è sempre stata composta da coscritti che non potevano dissentire. 

Fiorenzo Peloso, un federalista e indipendentista inascoltato, mi ricorda che le forze armate composte da professionisti (carabinieri, bersaglieri, guardia civil, guardia svizzera, guardia di finanza, giannizzeri, lagunari, sommergibilisti, aviatori e militari d’ogni altro generale) sono tutti “soldati”, ossia come dice la parola stessa sono “al soldo”. Chiamarli mercenari può sembrare esagerato o offensivo a seconda dei punti di vista, ma la definizione sul dizionario coincide: “mercenario” è colui che presta la propria opera in cambio di un compenso. Anticamente si chiamava salario. I militari fanno anche un giuramento di obbedienza assoluta agli ordini di una gerarchia di comando, ed è storicamente dimostrato che assecondano esclusivamente i desiderata del potente, o prepotente, di turno. L’essenziale è che costui paghi il soldo ai soldati.

La difesa della legalità e del civile convivere dei cittadini non è la loro priorità assoluta, è semplicemente una doverosa, ma secondaria, espressione statutaria, che essendo secondaria cambia appunto col cambiare del padrone: da repubblica a monarchia, dalla dittatura fascista a quella del proletariato pari sono. Drammaticamente molto spesso sono proprio i difensori dell’ordine i peggiori nemici dei cittadini che “ufficialmente” dovrebbero difendere:

  • Come fu a Torino nel 1864 in Piazza Castello e San Carlo.
  • Come fu 15 anni prima a Genova quando i bersaglieri di Lamarmora bombardarono l’ospedale, fucilarono centinaia di inermi cittadini, razziarono e stuprarono impuniti quella “vile e infetta razza di canaglie”, parole testuali usate dal re Savoia per definire i genovesi, mentre si felicitava col Gen. Lamarmora del riuscito massacro per difendere l’ordine pubblico.
  • Come fu a Bronte nel 1860
  • Come fu a Pontelandolfo e Casalduni Pontelandolfo_e_Casalduni nel 1861.
  • Come fu a Gaeta nello stesso anno: Gaeta massacrata da Cialdini, su ordine di Cavour. Nel crollo di una breccia nei bastioni di protezione larga circa 30-40 metri muoiono 316 artiglieri napoletani e 100 civili. Gli artiglieri piemontesi gioiscono per il grave danno arrecato alle difese borboniche e incominciano a gridare “Viva l’Italia” così forte che si sente fin dentro le mura di Gaeta.
  • Come fu nel 1898 in mezza Italia e soprattutto a Milano, quando il Gen. Bava Beccaris e i suoi soldati difensori dell’ordine pubblico spararono a bruciapelo ai milanesi che, affamati, chiedevano semplicemente del pane.

Fiorenzo Peloso non insiste oltre e conclude menzionando la recentissima dura violenza di Stato della Guardia Civil spagnola, nel 2017, contro la pacifica gente di Barcellona che voleva solo votare (Europa dove sei?) o l’icona del cinese davanti al carro armato in piazza Tienanmen a Pechino nel 1989: uno dei più eclatanti esempi di “difesa dell’ordine pubblico” da parte di soldati, che forti della consueta totale impunità di Stato, hanno compiuto l’ennesima strage di migliaia di cittadini indifesi. La piazza evidentemente è un luogo deputato per le stragi Stato.

Se ci fosse ancora qualcuno che volesse giustificare tali atti “di servizio” compiuti dai soldati per difendere la legalità (non la legittimità che è un’altra cosa) e giustizia, consiglio di trascurare per un po’ la tastiera e fare un viaggio “autentico” in un qualsiasi paese del Centro-Sudamerica, dell’Asia o peggio ancora dell’Africa dove corruzione e violenza sui cittadini da parte dei soldati sono all’ordine del giorno. Poi in tutta onestà intellettuale si potranno fare analisi e valutazioni sul significato di mercenario e di difesa dell’ordine pubblico nel corso dei secoli.

Dopo i processi di Norimberga (dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946) contro i protagonisti dello Stato nazionalsocialista che uccisero milioni di civili innocenti non dovrebbe più essere ammessa la giustificazione: «Non siamo colpevoli! Noi abbiamo solo eseguito gli ordini superiori.» Eppure… Insomma i soldati sono un deterrente necessario all’illegittimità, ma ancor più necessario dovrebbe essere che allo Stato sia impedito di usarli contro la propria gente, proprio perché i soldati per definizione non sono autorizzati a pensare autonomamente. 

Come riflessione consiglio una lettera di Don Lorenzo Milani: «L’ubbidienza non è una virtù», dove tra l’altro è scritto: «Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire, e soprattutto domandarvi, come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.»

In Italia ci sono degli ex militari di leva che da anni promuovono una legge d’iniziativa popolare per ottenere riconoscimenti onorifici, anche se non onerosi da parte dello Stato. Sostengono d’aver servito con onore la patria. Ovviamente io non discuto. Forse non conoscono o ignorano Friedrich Dürrenmatt laddove scrisse: «Patria è lo Stato se sta per compiere assassini di massa.» Solo gli alpini, nel 1997, a Reggio Emilia, dove si radunarono in 400 mila, tra pochi applausi e tanti fischi, sfilando davanti al presidente Oscar Luigi Scalfaro, impassibile, ma visibilmente preoccupato, che assiste a una forma di protesta, più in là duramente repressa dalla dirigenza dell’Ana. Quegli alpini ripiegarono un enorme tricolore lungo cinquanta metri proprio davanti al palco sul quale il capo dello Stato seguiva la sfilata nel bicentenario del tricolore. Dopo quell’episodio, guai a riprovarci!

Ai giorni nostri assistiamo all’impennata delle spese militari che non sono da ritenersi del tutto razionali. Si veda qui e qui. Per questo quella parte del “Libro bianco” di cui sopra doveva sembrare promettente agli indipendentisti veneti. In esso sostanzialmente si indicava un servizio militare di militanza simile a quello svizzero.

Si è guardato alla Svizzera che ha il maggior numero di ricoveri antinucleari al mondo. La Svizzera poi ha sempre avuto un esercito di cittadini talmente civile che quando sono esonerati dal servizio militare possono acquistare le loro armi individuali: il fucile, la rivoltella e il relativo munizionamento per conservarlo in casa propria. Non per questo in quelle valli si vive come nel mitico Far West. Di contro va preso atto che è il tiranno colui che vuole l’esclusiva delle armi. 

In Svizzera solo pochi sono i militari a tempo pieno. Non è poi insolito che una persona che è dirigente industriale, faccia parte della gerarchia militare. Questo sistema fa sì che siano rare le discordie politiche, essendo il settore pubblico e quello privato, sostanzialmente, nelle stesse mani. Fin dagli anni 1930 in Svizzera il potere è in mano al complesso industriale-militare. Si è dimostrata una forma di “governo” molto efficiente. La Svizzera è rimasta estranea alle grandi guerre poiché l’élite al potere non ne avrebbe tratto alcun vantaggio. 

Al contrario, nel 1978 questo Paese era al secondo posto nella graduatoria della prosperità mondiale, e nel settembre 2017, per il nono anno consecutivo, la Svizzera è stato il Paese con l’economia più competitiva al mondo secondo il Forum economico mondiale (WEF). Invariato, rispetto al 2016, il quintetto in testa alla graduatoria, con la sola differenza che gli Stati Uniti guadagnano la seconda posizione a scapito di Singapore. Olanda e Germania restano quarta e quinta. L’Italia si classifica al 44esimo posto. 

Se la furia delle guerre mondiali ha risparmiato la Svizzera non lo si deve affatto – come pure tanti credono – alla sua dichiarata neutralità. Quale Hitler se n’è mai preoccupato? No. Se nessuno ha invaso la Svizzera è perché questo Paese ha sempre potuto contare su un efficientissimo deterrente militare; abbinato alla sua propensione a “far affari” (=contrattualismo, sinonimo anche di federalismo) con entrambe le parti in conflitto. Per esempio, gli svizzeri tennero ai nazisti pressappoco questo discorso: «Invadeteci, e ogni svizzero fra i 18 e i 50 anni d’età si nasconderà sulle Alpi per portare un’interminabile guerra d’attrito. D’altro canto, se sarete tanto furbi da non invaderci, saremo lietissimi di fornirvi i migliori prodotti della nostra industria, fra le più avanzate del mondo. A pagamento, s’intende.»

E questo è esattamente ciò che avvenne. Ma non solo gli elvetici fornirono alla Germania hitleriana cannoni antiaerei, generatori di corrente, strumenti di precisione, macchine utensili; non solo permisero ai nazisti di servirsi delle loro ferrovie per far affluire rifornimenti al loro alleato Mussolini; essi chiesero e ottennero altro in cambio. Energia. Carbone dalla Ruhr. Elaborarono una formula pignola, precisa e dettagliata: per ogni tonnellata di materiale bellico in transito, tot quintali di carbone. Tale patto permise alla Svizzera di restare indenne e sopravvivere ai cinque lunghi anni di conflitto. Poiché la Svizzera non ha un grammo di carbone né una goccia di petrolio, e l’energia elettrica non sarebbe bastata. Funzionò. I tedeschi non toccarono la Svizzera. E le fornirono energia sufficiente, non solo a mandare avanti il Paese, ma a farlo prosperare mentre il resto d’Europa cadeva in rovina.

Per un gran numero di “strateghi dell’indipendenza del Veneto”, questo tipo di organizzazione è una garanzia contro i soprusi del potere, e dovrebbe tenere lontani gli autoctoni da un conflitto in Europa; soprattutto se si trattasse di un conflitto nucleare tattico come nei vaticini di qualche stratega d’oltre Atlantico si ipotizza. Una situazione così terribile, che Philippe Grasset situa al punto terminale dell’abolizione del sacro in Occidente, scrivendo: «hanno perduto la percezione del  sacrilegio – e la perdita del sacro porta necessariamente la perdita del senso di possibilità della catastrofe, minaccia cosmica che implica il fatto nucleare…”.»

Enzo Trentin

3 Commenti

  1. Luciano Spiazzi

    prof. Marco Bassani ( insegna Storia del pensiero politico contemporaneo e Storia delle Dottrine politiche alla facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano):
    “La questione è semplicissima. Si uscirà da questo stallo politico e dal declino economico solo in due modi: o per mezzo di un trasferimento di sovranità agli organismi internazionali – sì, la troika – oppure attraverso un passaggio di sovranità alle varie popolazioni italiche che hanno ormai tutto l’interesse a disfare l’Italia.”
    ” L’apparato produttivo del Veneto ha qualche MESE, o uno o due tre anni, poi sarà completamente distrutto…l’ indipendenza non è un progetto per i ricchi, l’ Indipendenza è un progetto per i poveri, i ricchi stanno già abbandonando il Veneto ”
    ” Il sentimento anticapitalista che sta ormai trascinando il Paese nel baratro di una decrescita infelice viene da molto lontano ed è il frutto di un’esaltazione delle potenzialità dello Stato che ha quasi due secoli: il pane delle classi colte di lingua italiana. Uno Stato forte, unito, centralizzato e pronto ad esigere sangue e soldi dai sudditi avrebbe dovuto prima forgiare una nazione dove non vi era che un’accozzaglia di diversi popoli e poi salvare la povera gente dalle miserie prodotte dal lavoro salariato. Lo Stato non ha creato proprio nessuna “nazione”, né tantomeno riparato alcun presunto torto del mercato. In compenso ci ha lasciato questa sorta di “religione civile”, una statolatria selvaggia, che ha ormai soppiantato quasi del tutto l’antico cristianesimo di queste terre”
    ” La lotta all’evasione è il mantra di una classe politica delinquenziale, che fa spesso breccia presso menti semplici e totalmente ignare di economia….nulla potrà mai cambiare finché si continuerà a…

    • Luciano Spiazzi

      (continua e conclude) … considerare intoccabile una spesa pubblica che foraggia legioni di parassiti”
      “Nel 1988 in Unione Sovietica nessuno immaginava del crollo imminente”

  2. Caro Trentin, che dire, analisi avveduta e fututuribile. Inplicita nel discorso, la visione geo-strategica tracciabile nella politica delle grandi e medie potenze che sul deterrente nucleare, hanno creato il perno delle rispettive politiche economiche e militari. Ma attenzione, nel nucleare militare strategico, la deterrenza determinava una sorta di equilibrio oltre al quale c’era il punto di non ritorno. Attualmente , con il nucleare militare tattico, un conflitto nucleare localizzato, circoscritto, rimane tre le opzioni possibili e prevedibili dagli stati maggiori delle potenze nucleari predominanti. Quindi , bene ha fatto la Svizzera a garantirsi la sopravvivenza oltre il “punto di non ritorno”, infatti la neutralità armata, è stata il deterrente grazie al quale la Svizzera ha superato indenne due guerre mondiali. Altra cosa la situazione del Veneto attuale, sede di grandi infrastrutture militari USA-NATO, nel caso di un’improbabile ripristino della sovranità veneta, precondizione imprescindibile sarebbe la revisione, basata sulla analisi dei dati geopolitici attuali, degli accordi Italia-USA stilati nell’immediato dopoguerra, che hanno determinato gli insediamenti militari USA nel territorio Veneto. Nel contesto di una rimodulazione degli assetti politici Europei, il Veneto potrebbe ritagliarsi un ruolo “cerniera” tra occidente e oriente, e tale status, garantirebbe una neutralita”grassa”, dal punto di vista economico in tutta l’area.

    Cordialità
    Antonio Lanaro

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