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Bertrand Russel
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Politica, sul ritorno della naja in Italia

Vicenza – L’incipit di questo articolo potrebbe essere un pensiero di Bertrand Russel: «Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono stra-sicuri di sé, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi». E pensiero per pensiero proseguiamo con quello del ministro degli Interni (non della Difesa) Matteo Salvini: «Da ministro e da papà vorrei che oltre ai diritti tornassero ad esserci anche i doveri. […] e allora mi si conferma il fatto che facciamo bene a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre il servizio militare di alcuni mesi per i nostri ragazzi.» È una polemica ferragostana che in passato serviva ai politicanti di seconda schiera per mettersi in mostra durante la vacanza dei lavori parlamentari, e nel momento in cui i media mainstream da un lato erano a corto di notizie, mentre dall’altro i vacanzieri per ammazzare il tempo ne leggevano anche le virgole.

La riproposizione del servizio di leva si è dunque imposta nel dibattito nazionale, e il problema non può essere schematizzato, semplificato o banalizzato. Nemmeno si può ignorare che oggi in Italia il cittadino percepisce lo Stato solo come un esattore delle imposte (1), e in genere i servizi pubblici non sono proporzionati all’aggravio fiscale che ha raggiunto i limiti della persecuzione. A fronte di ciò i contribuenti constatano che i ponti crollano. I terremotati vivono per anni nelle baracche. In alcuni ospedali si muore per l’inefficienza del personale e carenza di strutture. La burocrazia è sterile ed opprimente. Last but not least, gli immigrati economici (ovvero la maggioranza) sono inattivi e mantenuti per supposti “diritti” di accoglienza, e con singolari argomentazioni come quella che anche gli italiani sono stati emigranti. Canagliescamente si tace sul fatto che gli emigranti italiani non sono mai stati a carico dell’erario dello Stato che li ha ospitati (2). Ma torniamo all’argomento.

Di fatto, anche nell’opinione del ministro Salvini è tuttora imperante il pensiero fascista di Giovanni Gentile, che malgrado siamo passati decenni è ancora nelle menti degli statalisti in questa formulazione: «Lo Stato è tutto e l’individuo è nulla.» Lui/lei appartenendo ad una “comunità” in cui ognuno deve fornire il proprio contributo individuale. Questo si materializza come approccio culturale fondamentale per il “collante morale” dell’Italia.

Per il servizio militare è evidente che le attuali esigenze delle Forze Armate richiedono unità altamente specializzate, addestrate e motivate. E non si dice un’altra cosa: unità “spendibili”. Ci s’immagina cosa succederebbe se avessimo la “leva”? Le discussioni che divamperebbero in tutta Italia ogni volta che si dovesse inviare un’unità militare organica, in Afghanistan, Iraq o Libia, ma anche in Teatri relativamente più tranquilli, come potrebbero essere Libano o Kosovo? Una “leva”, per di più molto breve (si parla di 4-6 mesi) non consentirebbe neanche di fornire le basi per tale impiego e si tradurrebbe in una perdita di tempo e risorse per le Forze Armate senza alcun ritorno pratico per le esigenze di difesa e sicurezza. Eppoi come vestire e nutrire questi giovani, considerando che per il 2018 il budget previsionale del Ministero della Difesa, è di quasi 21 miliardi, e la spesa per il personale di Esercito, Marina e Aeronautica è di 10,2 miliardi?

Il ministro Salvini ha anche detto: «Così almeno si impara un po’ di educazione che i genitori non sono in grado di insegnare.», ed è veramente un’idea bizzarra quella di voler sostituire l’educazione che non forniscono alcuni genitori, con l’educazione che fornirebbero alcuni marescialli e ufficiali di truppa. Poi c’è da considerare che la funzione principale ed esclusiva del soldato è il combattimento. Tutte le altre funzioni (controllo sociale e sanitario della popolazione maschile, recupero dell’analfabetismo, vigilanza statica, protezione civile, supporto alle forze dell’ordine, educazione civica) sono da considerarsi accessorie. Attualmente c’è un quadro internazionale frammentato e mutevole che ha spostato l’accento su quelle che una volta sarebbero state definite operazioni di polizia coloniale: missioni di pacificazione, interposizione o stabilizzazione in aree di crisi, condotte da poche unità di professionisti motivati, ben addestrati ed equipaggiati, e in qualche misura spendibili senza provocare la caduta del governo. E cosa lasciata sempre sottotraccia, è che le spese di questa internazionalizzazione sono eternamente a carico del malconcio contribuente italiano.

Ciò che è assolutamente assente dal dibattito è che, per esempio, la Svizzera ha sempre avuto un esercito di cittadini. Fondamentalmente l’Esercito svizzero è organizzato secondo il principio di milizia e si basa sull’obbligo di prestare servizio militare (18-50 anni) per tutti i cittadini svizzeri. In Svizzera mantenere il servizio militare oppure sopprimerlo completamente suscita sempre opinioni divergenti. Nel 2013, l’elettorato elvetico ha però respinto, con oltre il 73% dei voti, un’iniziativa popolare che chiedeva l’abolizione del servizio militare obbligatorio. Al cittadino che è stato incorporato nell’esercito per almeno sette anni (con modalità molto diverse da quelle italiane), in occasione del proscioglimento dagli obblighi militari viene rilasciato – dietro pagamento – un permesso d’acquisto, e può trattenere presso la sua abitazione il suo fucile d’assalto, la pistola, e il relativo munizionamento.

Pochi sono i militari a tempo pieno. Nemmeno è fuori dell’ordinario che un dirigente d’azienda sia al contempo un ufficiale superiore. Anzi, sarebbe insolito quel manager che non ha fatto parte della gerarchia militare. Questo sistema fa sì che siano rare le discordie politiche, essendo il settore pubblico e quello privato, sostanzialmente, nelle stesse mani. Non si può ignorare che fin dagli anni 1930 in Svizzera il potere è in mano al complesso industriale-militare. Però sempre controllato dagli elettori tramite gli strumenti di democrazia diretta. Questa si è dimostrata una forma di “governo” molto efficiente. La Svizzera è rimasta estranea alle grandi guerre poiché l’élite al potere non ne avrebbe tratto alcun vantaggio. Al contrario: per il nono anno consecutivo, la Svizzera è il Paese con l’economia più competitiva al mondo secondo il Forum economico mondiale (WEF).

Se la furia delle guerre mondiali ha risparmiato la Svizzera non lo si deve affatto – come pure tanti credono – alla sua dichiarata neutralità. Quale Hitler se n’è mai stropicciato? No. Se nessuno ha invaso la Svizzera è perché questo Paese ha sempre potuto contare su un efficientissimo deterrente militare; abbinato alla sua propensione a “far affari” (= contrattualismo, che è un nome con cui si qualifica il federalismo) con entrambe le parti in conflitto. Per esempio, gli svizzeri tennero ai nazisti pressappoco questo discorso: «Invadeteci, e ogni svizzero fra i 18 e i 50 anni d’età si nasconderà sulle Alpi per portare un’interminabile guerra d’attrito. D’altro canto, se sarete tanto furbi da non invaderci, saremo lietissimi di fornirvi i migliori prodotti della nostra industria, fra le più avanzate del mondo. A pagamento, s’intende.» E questo è esattamente ciò che avvenne.

Non solo gli elvetici fornirono alla Germania hitleriana cannoni antiaerei, generatori di corrente, strumenti di precisione, macchine utensili; non solo permisero ai nazisti di servirsi delle loro ferrovie per far affluire rifornimenti al loro alleato Mussolini: essi chiesero e ottennero altro in cambio. Energia. Carbone dalla Ruhr. Elaborarono una formula pignolescamente precisa: per ogni tonnellata di materiale bellico in transito, tot quintali di carbone. Tale patto (foedus) permise alla Svizzera di restare indenne e sopravvivere ai cinque lunghi anni di conflitto. Poiché la Svizzera non ha un grammo di carbone né una goccia di petrolio. E l’energia elettrica non sarebbe bastata. Funzionò. I tedeschi non toccarono la Svizzera. E le fornirono energia sufficiente, non solo a mandar avanti il Paese, ma a farlo prosperare mentre il resto d’Europa cadeva in rovina.

Non bisogna prendere un abbaglio: in Svizzera esistono i partiti politici, ma non sono egemoni come in Italia, perché i cittadini hanno sempre in mano la deterrenza degli strumenti di democrazia diretta: referendum, iniziativa di leggi e delibere, recall o revoca dei “rappresentanti” prima della fine del loro mandato, ed altro ancora. In conclusione, la proposta del ministro Salvini evidenzia un problema di carente formazione dello “spirito di cittadinanza attiva” che esiste e che dovrebbe essere affrontato. Ma la questione del cittadino-soldato, che alla fine diventa possessore del suo armamento individuale è tabù per qualsiasi esponente della partitocrazia italiana. Ovvero, per usare un’espressione inglese “yes, but not in my back yard” (sì, ma non a casa mia).

Enzo Trentin

Note:

(1) – Ecco la lista delle tasse che un lettore ci ha inviato, senza essere certo che sia completa:

(2) – Per esempio, nel 1888, ultimo tra gli Stati civili, il Brasile spezza con la legge aurea le catene degli schiavi, chiudendo un capitolo amaro che durava da circa tre secoli. Per il Paese è uno choc. Liberali e proprietari terrieri si alleano. L’imperatore Pedro II° viene cacciato dalla rivoluzione. Il Brasile diventa una Repubblica. Ora però gli schiavi negri non vogliono più lavorare per gli antichi padroni; per un Paese da sempre alle prese con la mancanza di mano d’opera, è un dramma. Il Governo brasiliano pensa che la soluzione del problema potrebbe essere trovata in Italia: la materia prima, di cui il Brasile ha bisogno, abbonda in molte regioni della penisola, specialmente nel Veneto, dove la gente è descritta come “mansueta, rispettosa, lavorante e anche pulita”. Per avere i lavoratori il Governo brasiliano organizza, dunque, un servizio speciale di reclutamento, fornito di larghi mezzi. Agli emigranti venne offerto addirittura il viaggio gratuito e la promessa di un pezzo di terra da coltivare, oltre a vantaggi vari. Non sarà così. La realtà fu diametralmente opposta.

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