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Recuperati resti di un soldato austriaco sul Novegno

Schio – Sarebbero di un soldato dell’esercito austroungarico i resti umani trovati, qualche tempo fa, sul monte Giove, catena del Novegno, nel territorio comunale di Arsiero. A confermare l’appartenenza dell’uomo al reparto di fanteria leggera Kaiserjäger sono gli elementi di corredo (lo scarpone, i bottoni della camicia e del cappello), rinvenuti accanto alle ossa, nel corso dell’intervento di recupero stratigrafico organizzato dall’associazione IV novembre di Schio ed eseguito di recente.

Se le circostanze della morte del militare, vale a dire lo scoppio di una granata durante un combattimento sul versante nord-est del monte Giove, tra il 12 e il 16 giugno 1916, sono state chiarite dal medico legale presente, assieme ai carabinieri, al momento delle operazioni di recupero, risalire al nome e alla storia del soldato sarà un’impresa davvero ardua. Questo perché tra gli elementi prelevati non c’è purtroppo nessun appiglio (niente fucile, stemmi, piastrine, o altro) che possa fornire elementi utili all’identificazione.

Che in quel ripido pendio del massiccio del Novegno, sotto una quindicina di centimetri di terra e radici vicino ad un sentiero molto frequentato, giacessero i resti di un milite era stato scoperto circa due anni fa, ma a causa di intoppi burocratici e di condizioni meteo avverse, l’esumazione è stata rimandata più volte. Era infatti l’autunno del 2016 quando Pietro Ballardin, un giovane dallo sguardo sveglio e con una forte passione per la storia trasmessagli da papà Giuliano, stava perlustrando la zona proprio assieme al genitore e ad uno zio.

“Eravamo alla ricerca – ha precisato Giuliano – delle direttrici di attacco della battaglia del giugno 1916. Avevamo con noi il metal detector, nella speranza di trovare elementi metallici, per esempio dei bossoli, che ci permettessero di capire da dove sparavano i soldati”. Ma in quel punto, dove cento anni fa le linee italiane ed austriache erano molto vicine, il bip del rilevatore ha svelato ai ricercatori qualcosa di più di semplici bossoli. Dal terreno affiorava infatti la punta di uno scarpone chiodato.

“Constatato che, – ha proseguito Giuliano – all’interno del calzare c’erano anche delle ossa, abbiamo sospeso la nostra attività e contattato l’associazione, la quale ha subito avvertito i carabinieri e l’Ulss”. Avvisate tutte le autorità competenti, seguendo la prassi che questo tipo di situazioni richiede, e ottenuto dalla Regione l’incarico a procedere, nelle scorse settimane un gruppo di ricercatori dell’associazione ha eseguito il recupero del caduto, con catalogazione del materiale. Il tutto è stato affidato ai carabinieri, nell’attesa del nulla osta della procura per compiere i passi successivi.

“Dopo l’iniziale entusiasmo per la scoperta – ha sottolineato Pietro – ha prevalso la razionalità. Il mio pensiero è andato alla famiglia. Ai parenti del giovane, che non hanno più visto tornare il loro congiunto e che quindi non hanno un posto dove piangerlo. Sarebbe bello risalire a chi appartengono i resti e individuare qualche familiare ancora in vita da poter informare”.

Una scoperta, quella della salma del soldato, che ha una valenza storica, come hanno spiegato Giorgio Dall’Igna e Giacomo Tessarolo, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione IV novembre. “Il ritrovamento – ha infatti precisato Dall’Igna – ci ha fatto ragionare sulla situazione dei cimiteri in quella zona. Contrariamente a quanto si crede non è mai esistito un cimitero austriaco sul monte Giove”.

“La sua presenza è quello che si può definire un falso storico – ha approfondito Tessarolo – probabilmente dovuto ad un fraintendimento. Un malinteso forse collegato al ritrovamento di una targhetta metallica applicata ad una cassetta contenente le ossa di alcuni soldati austriaci ignoti. Da qui si è pensato che gli italiani, nel 1918, avessero realizzato un cimitero austroungarico. Questo effettivamente c’era, ma era stato costruito dagli austro ungarici nella loro zona di guerra. Il cimitero italiano sul monte Giove, come documentato da un registro ufficiale, era operativo probabilmente già dal 1917”.

Ilaria Martini

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