Politica e tasse, limitare i poteri di chi governa?

Vicenza – La moderna democrazia nasce dall’esigenza di limitare i poteri di chi governa, non ultimo quello di imporre tasse. Laddove – come è accaduto in molti paesi e in special modo in Italia negli ultimi trent’anni – la potestà tributaria è usata come strumento per depredare alcuni cittadini a favore di altri, e ha come unico limite quello della voracità delle corporazioni sul cui consenso si fonda il potere, lì la democrazia si riduce a farsa della democrazia.

Accade allora che il “Principe”, attraverso un accurato lavaggio del cervello, riesca a persuadere la massa dei cittadini che alcune scelte tributarie, come ad esempio la progressività delle imposte, la tassazione dell’eredità, l’iper tassazione dei patrimoni, l’armonizzazione fiscale europea e così via, siano dogmi indiscutibili e immodificabili. Dogmi che vengono spacciati per verità scientifiche e nobilitati di un’aura di alta eticità.

Ma per fortuna vi sono ancora eresiarchi impenitenti, come Pascal Salin (1), che con la lama del libero pensiero smascherano queste “pie frodi” elaborate per legittimare le scandalose rapine dello Stato padrone-predone, o come Leonardo Facco (qui). La tassazione è una forma di dominio, una nuova espressione di schiavitù moderna. Precedenti la storia ne offre a decine. Nel 1636 a Blansac in Francia i contadini fecero fuori un chirurgo che sospettavano gabelliere.

Edoardo I d’Inghilterra teneva in scacco gli scozzesi con le imposte. La guerra civile americana fu combattuta perché il Nord industriale voleva imporre il proprio stile di vita al Sud agricolo oberato di tasse. Con la conquistata di Cipro (1571) a danno dei veneziani, i turchi imposero esose tasse sugli alberi da frutta. Il regime sovietico è passato alla storia per aver espropriato la terra ai piccoli coltivatori (i kulaki) scegliendo di utilizzare gli strumenti fiscali.

Dobbiamo convincerci che la democrazia “non consiste nel numero di persone che scelgono di partecipare ai processi decisionali, ma nel fatto che esse abbiano l’inalienabile possibilità di farlo, di scegliere se decidere o non decidere su questioni di pubblico interesse” (2). Se anche fossero solo il 10% i cittadini italiani interessati a partecipare alle decisioni comuni, sarebbero 6 milioni, dunque molti di più che i venti capi partito, i mille parlamentari o i 10/20 mila del livello comunale di adesso.

Una democrazia sconosciuta al sindaco di Vicenza, Francesco Rucco, e ai suoi sodali, che spesso confondono l’aspirazione della cittadinanza all’ordine e al decoro, con l’autorità, poiché autorità e servilismo vanno sempre di pari passo. La litigiosa e insofferente opposizione di centrosinistra non è da meno. E, se è vero che più teste implicano più problemi, è anche vero che offrono maggiori possibilità di soluzioni intelligenti.

Prendiamo la questione federalista. Essa è scomparsa dal calendario delle questioni politiche, perché il federalismo non è nell’interesse della partitocrazia, né in alcun attuale soggetto politico che si propone come propugnatore della democrazia diretta. Per convincersene basti questa dichiarazione dell’Imprenditore trevigiano Massimo Colomban, ex assessore alle società partecipate della Giunta del M5S di Roma: «Grillo appartiene a una queste categorie. La sua natura lo porta a limitare gli eccessi ed è per questa ragione che io lo apprezzo. Se il suo potere venisse usato con la logica dell’iniziativa che stiamo cercando di portare avanti, in poco tempo avrebbe in mano l’Italia e se coadiuvato da persone responsabili e refrattarie al potere, potrebbe cambiarla restituendo al popolo la sovranità di cui è titolare per diritto naturale. Questo gesto gli darebbe tutta la dignità compatibile con la sua condizione di uomo, e restituirebbe credibilità a un popolo che ha avuto un passato importante nella costruzione della civiltà umana.» 

Per avere una chiara idea del federalismo, che è una forma di Stato fondata sull’evoluzione della democrazia, ovvero l’idea contrattuale per regolare i rapporti fra Cittadini e fra libere Comunità, appare utile questa citazione da Pëtr Alekseevič Kropotkin (3): «Lo Stato, per il suo stesso principio, non può tollerare la federazione libera, che rappresenta una cosa orrenda per l’uomo di legge: “uno Stato nello Stato”. Lo Stato non può riconoscere una unione liberamente accettata che funzioni nel suo seno, esso non riconosce che sudditi, per cui soltanto lo Stato, insieme alla Chiesa, può accampare il diritto di servire da unione tra gli uomini. Di conseguenza, lo Stato doveva per forza distruggere le città basate sull’unione diretta fra cittadini: doveva ogni unione nella città, abolire la città stessa, e sostituire al principio federativo il principio di sottomissione e di disciplina. È questa la sostanza stessa dello Stato che senza tale principio cessa di esistere.»

Nel mondo scientifico si attribuisce al termine “legge” il significato di “comprensione dei fenomeni”; mentre per lo Stato e i suoi difensori significa “ordine che non si può rifiutare”, se no c’è il mitra. La legge della mafia è quella della «offerta che non si può rifiutare», se no c’è il mitra; sicché alla fine il problema del conflitto tra Stato e mafia si riduce alla scelta terminologica tra “ordine” e “offerta”. Entrambi dicono di “volere il tuo bene”. Tuttavia quando qualcuno vuole il tuo bene è il momento adatto per tenerselo stretto, prima che te lo portino via. Poi viene la filosofia dello Stato come strumento del popolo, che è interessante, ma lo sarebbe molto di più se fosse vera; cioè se lo Stato fosse uno strumento del popolo, mentre il guaio è che ciò è falso: non è uno strumento del popolo, anche se fa finta. Casomai è uno strumento di dominio sul popolo. Che è tutt’altra cosa. Il che suggerisce un sano: «Grazie, nessuno dei due.»

Questa catastrofe epocale è stata possibile per la mancanza di sovranità popolare, che ha consentito la gestione del potere decisionale ad una ristretta casta dominante, sulle spalle dei cittadini, i quali possono solo rifiutare e ripudiare l’intero meccanismo estorsivo esercitando autonomamente dal basso le forme della sovranità, individuale e popolare. È necessario riconoscere valore legale solo alle norme approvate da referendum popolari, senza onere di quorum. Un meccanismo che consente la continua revisione normativa da parte del popolo, senza la truffa della delega vincolante. Che è esattamente ciò che è nel potere dei cittadini svizzeri, californiani, ed alt di ogni norma e disciplina,ri ancora per esempio.

Il compianto professor Giacinto Auriti, per cominciare ad uscire da questo “democratico” equivoco, proponeva lo strumento difensivo dello sciopero dei debitori, ovunque di fatto praticabile, e non semplicemente annunciato e proclamato come hanno fatto in passato i più diversi politicanti. Del resto, secondo Arthur Laffer (vedi la Curva di Laffer) esiste un’aliquota, corrispondente all’ascissa del punto più alto della curva a campana, oltre la quale un aumento delle imposte avrebbe disincentivato l’attività economica e quindi ridotto il gettito, in misura crescente, fino al punto in cui il prelievo fiscale, se raggiungesse il 100%, causerebbe l’azzeramento del gettito.

È noto l’andamento qualitativo della curva, mentre esiste un dibattito fra economisti riguardo al valore dell’aliquota che ottimizza le entrate pubbliche. La riduzione del gettito è a sua volta interpretabile come cessazione delle attività economiche a causa di una pressione fiscale eccessiva, o come aumento dell’evasione ed elusione fiscale. Oltrepassata l’aliquota ottimale il gettito fiscale tende a diminuire per tre fenomeni: evasione, elusione, sottrazione.

La storia dei vari governi ci ha ampiamente dimostrato che maggiori sono le risorse a disposizione dei “rappresentanti”, più elevato è il cosiddetto debito pubblico, che è poi assolutamente svincolato dall’erogazione di servizi che al contrario vengono ridotti e sono scadenti. Da quanto sopra, appare evidente che laddove c’è il facile e tempestivo esercizio della democrazia diretta, questi fenomeni sono più controllabili.

Enzo Trentin

Note:

(1) Pascal Salin Presidente della Mont Pelerin Society (associazione internazionale di intellettuali liberali fondata da Hayek nel 1947), insegna economia alla Université Paris Dauphine. Studioso di economia monetaria e teoria fiscale, ha pubblicato numerosi saggi su riviste specializzate di diversi paesi e in opere collettive. Tra i suoi lavori più recenti: La vérité sur la mannaie (1990); Macro-économie (Parigi, 1991); Libre échange et protectionnisme (1991); La concurrence (1995). La tirannia fiscale (2008).

(2) Bookchin M., L’ecologia della libertà, Elèuthera, Milano 1995, p. 493.

(3) Pëtr Alekseevič Kropotkin, Scienza e anarchia, p. 46).

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