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Confindustria critica sul Decreto dignità

Vicenza – Dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del cosiddetto Decreto dignità, il presidente di Confindustria Vicenza, Luciano Vescovi, ha scritto ai parlamentari del nostro territorio che dovranno convertire il decreto in Parlamento, passaggio che darà eventualmente la possibilità di apportare modifiche, ed è questo l’auspicio di Confindustria,. “Da tempo –  scrive Vescovi – le nostre rilevazioni congiunturali rilevano che le aziende vicentine e venete stanno consolidando un importante trend di crescita, soprattutto sul fronte dell’export”.

Luciano Vescovi
Luciano Vescovi

“Lo stile di questo decreto – continua – sembra reintrodurre una logica neodirigista, basata sulla convinzione che a creare il lavoro non siano le imprese, ma le leggi e le regole. Una logica anacronistica che speravamo fosse superata. Perché non può essere un decreto d’urgenza ad affrontare e risolvere temi e questioni che richiedono riflessione, confronto e disponibilità all’ascolto”.  Secondo Confindustria, il risultato delle nuove norme, se non fossero riviste, non sarà quello di contrastare la precarietà (l’incidenza dei contratti a termine sul totale degli occupati, in Italia, è in linea con la media europea), ma quello di contrastare il lavoro.

“Non sarà tanto la Waterloo del precariato – è l’affondo degli industriali berici -, come il decreto è stato definito, quanto la Caporetto del lavoro. Le aziende vedranno colpita la loro capacità competitiva, trovandosi sulla strada nuovi ostacoli proprio nel momento in cui la congiuntura sembra meno favorevole ed è quindi necessario accelerare in investimenti, innovazione, internazionalizzazione ed anche occupazione”.

Oltre agli aspetti più marcatamente giuslavoristici, Vescovi fa riferimento anche al contesto economico globale. “È pienamente condivisibile – sottolinea – la volontà di colpire determinate situazioni che favoriscono la delocalizzazione, purché si agisca in modo specifico in questa direzione e non si torni a confondere la delocalizzazione con l’internazionalizzazione, penalizzando tutto il vasto mondo delle imprese che, specie nel nostro territorio, da decenni sono campioni dell’export e danno un contributo determinante alla crescita del nostro Paese”.

“Le aziende vicentine sopravvissute alla crisi sono rimaste in Italia e in questi anni hanno investito molto in innovazione e formazione, conoscendo oggi una nuova stagione di successi. Questo modello funziona perché in Veneto i nostri imprenditori sono profondamente legati ai propri collaboratori ed il contesto territoriale si è sempre dimostrato favorevole all’impresa ed alla libera iniziativa. Per rimanere competitive, proiettate all’export e di conseguenza per creare lavoro, le imprese hanno bisogno di tutto tranne che di un clima politico che le consideri con diffidenza”.

Il presidente di Confindustria Vicenza cita, infine, alcune righe giunte da un collega imprenditore. “Tra i messaggi che ho ricevuto in questi giorni da colleghi associati – scrive Vescovi -, ne sottolineo uno che mi sembra riassuma bene il clima di disappunto che si respira tra gli imprenditori: Sembra che si debba essere oggetto di nuove punizioni atte a identificarci come illegali, disonesti, criminali nella nostra azione quotidiana. Sembra sia meglio darci nuove restrizioni anziché aiutarci a liberare il nostro spirito produttivo e costruttivo. Questo non stimola la nostra azione, ma la ridimensiona. Vogliono stancarci, non motivarci. Sono convinto da sempre – aggiunge Vescovi – che una forte motivazione sia fondamentale in chiunque, per poter ottenere risultati positivi. In qualsiasi campo, ma in special modo per chi fa impresa”.

“Per questo – conclude il presidente di Confindustria Vicenza rivolgendo un appello ai parlamentari – mi permetto di chiedervi di dare ascolto alle parole di questo imprenditore, che rappresenta la voce genuina delle nostre imprese, di valutare la reale portata negativa del decreto e di sostenere, nella sua azione parlamentare, la necessità di una diversa linea di politica economica, che parta dal presupposto che colpire le imprese significa colpire il Paese”.

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