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La pseudo democrazia e la banalità del male

Vicenza We have the Mayor, cheers! (abbiamo il sindaco, evviva!). Scriviamolo in inglese così anche la comunità statunitense potrà condividere il tripudio. Com’era nella banalità delle cose è diventato sindaco Francesco Rucco con 24.271 (50,64%) voti (di propri solo 1.480). I votanti sono diminuiti. Ma guai a dire che si tratta di disaffezione alla politica. Meno che mai c’è da sottolineare che l’odierno sindaco perde sul piano dell’affezione all’istituzione. Infatti, il suo predecessore: Achille Variati, fu votato da 28.098 su 85.710 aventi diritto. Insomma, a votare il nuovo sindaco – come il suo predecessore – è stato all’incirca un cittadino su tre. Loro la chiamano “democrazia rappresentativa”.

I due protagonisti maggiori sono stati pur sempre aderenti alla partitocrazia, e per raggiungere questi risultati i candidati di centrodestra (il vincitore) e del centrosinistra (il perdente ma di poco) si sono camuffati con numerose liste civiche per confondere l’elettorato più ingenuo, sprovveduto e credulone. Questa destra e questa sinistra altro non sono che i figli degeneri del socialismo. Intanto, abbiamo già assistito all’abusato rito – seppur obtorto collo – delle congratulazioni fatte al vincitore da parte del suo più diretto avversario: Otello Dalla Rosa.

E, banalmente, il vincitore dichiara la sua soddisfazione unitamente al tartufesco impegno di voler essere il sindaco di tutti (nient’altro che un’aspirazione, un annuncio per la plebe). È ovvio che dovrà pagare dei “prezzi politici”. Sorvoliamo anche sull’operato di alcuni giornalisti che trattano questi accadimenti politici con un inappropriato linguaggio, ed uno stile da stadio. Questa ritualità, questi infingimenti, questo politically correct ci orienta il pensiero ad alcuni versi del poeta Trilussa in:

Ninna nanna della guerra (1914)

[…]
rivedremo li sovrani 
che se scambieno la stima, 
boni amichi come prima;

so’ cuggini, e fra parenti 
nun se fanno complimenti! 
Torneranno più cordiali 
li rapporti personali 
e, riuniti infra de loro, 
senza l’ombra de un rimorso,

ce faranno un ber discorso 
su la pace e sur lavoro 
pe’ quer popolo cojone

Certo, il pensiero politico, economico ed istituzionale si fonda su teorie e prassi consolidate, e istituzionalizzate; ma siamo sicuri di vivere in una democrazia compiuta considerato che ogni giorno di più le attuali regole democratiche mostrano la loro senescenza e inadeguatezza?

A Vicenza abbiamo assistito ad una campagna elettorale banale. Tra le centinaia di candidati al consiglio comunale non c’è stato praticamente nessuno che non abbia rilevato una “magagna” nel tessuto cittadino, e non abbia promesso di porvi rimedio se eletto. Moltissimi non si sono nemmeno resi conto che evidenziando lo sfacelo, denunciavano implicitamente di inefficienza la parte che hanno scelto di sostenere. In molti c’è la convinzione che il potere costituito, nel momento in cui lui ne fa parte (o ne vuole far parte), produca il migliore dei mondi possibili. Un mondo che è tale non perché le persone, usando la loro conoscenza che è anche di tempo e di luogo, scelgono liberamente di starci, ma perché chi lo controlla con la forza e trae da questo controllo rendite parassitarie ha deciso arbitrariamente che sia così (o che sarà così). Per cui da questo mondo non deve essere possibile uscire (nel senso che uscirne deve essere reso sempre più difficile e costoso); questo mondo non può e non deve essere messo in competizione con altri.

Come scrivono F. Karsten – K. Beckman (in “Oltre la Democrazia” – Usemlab, 2012): Sebbene la crisi della democrazia venga ampiamente riconosciuta, di fatto il sistema democratico è immune da critiche che lo mettano seriamente in discussione. Nessuno incolpa la democrazia in quanto tale attribuendole l’origine dei guai che stiamo vivendo. Immancabilmente, i vertici politici, siano essi di destra, sinistra o di centro, promettono di affrontare i problemi rafforzando le istituzioni, ovvero ricorrendo a ulteriori dosi di democrazia. Garantiscono di dare ascolto alla gente anteponendo l’interesse comune a quello privato. Si impegnano a ridimensionare l’apparato burocratico, a fornire maggior trasparenza, a garantire migliori servizi al cittadino. In poche parole promettono di ripristinare un sistema nuovamente funzionante.

Mai nessuno di loro mette in dubbio l’opportunità, e la desiderabilità di un sistema autenticamente democratico in quanto tale. Piuttosto che additare come causa dei nostri problemi l’eccesso di democrazia, accusano l’eccesso di libertà individuale. La sola differenza tra progressisti e conservatori sta nel fatto che mentre i primi accusano più volentieri l’eccesso di libertà economiche i secondi si lamentano dell’eccesso di libertà civili. Per assurdo tutto ciò accade proprio in un’epoca contrassegnata da una quantità di leggi, e da un grado di imposizione fiscale che sono i più alti mai sperimentati nella storia dell’umanità!

Di fatto, le critiche all’ideale democratico costituiscono, nella odierna società occidentale, un vero e proprio tabù. Ci è concesso di criticare i metodi che il processo democratico utilizza per realizzarsi, o di condannare duramente i partiti e i singoli esponenti politici, tuttavia le accuse dirette contro l’ideale democratico “rappresentativo” in quanto tale non sono permesse, semplicemente costituiscono qualcosa che “non si fa”. Non è esagerato affermare che la democrazia è diventata una religione, una sorta di culto secolare moderno. Oramai la si può ben considerare come la religione più diffusa sul pianeta terra.

Ma non ci sono solo i politici sotto accusa. Quasi nessuno si avvede che c’è una banalità del male anche nei burocrati. E nella pubblica amministrazione i burocrati più anziani predicano che l’arretrato è potere. Più carte da smaltire ci sono sulla loro scrivania, più favori potranno distribuire, estraendo dal mucchio la pratica giusta. Un’alleanza, quella dei politici con i burocrati, che non ha alcun barlume di soluzione positiva per il cittadino comune. Non è storia di oggi. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, l’economista e sociologo Vilfredo Pareto, nell’analisi dell’impoverimento, utilizzò il concetto di “spogliazione”, elaborato da Frédéric Bastiat per mettere in luce la sistematica attività di sfruttamento posta in essere dagli uomini che controllano lo Stato. In ogni luogo, scrive Pareto, le classi al potere hanno un solo pensiero, i propri interessi personali, e usano il governo per soddisfarli. Ogni classe, infatti, si sforza d’impossessarsi del governo per farne una macchina con cui spogliare le altre.

Il problema, continua Pareto, nasce dal fatto che depredare gli altri per mezzo del governo costituisce un’alternativa molto più facile e attraente del duro lavoro di produzione della ricchezza: «La produzione diretta dei beni economici è spesso molto penosa; l’appropriazione di tali beni, prodotti da altri, è talora assai facile. Questa facilità è stata grandemente accresciuta da quando si è pensato di effettuare la spogliazione non contro la legge, ma per mezzo della legge […] Andare a deporre una scheda di voto è cosa assai agevole, e se, con questo mezzo, ci si può procurare il vitto e l’alloggio, tutti e specialmente gli inadatti, gli incapaci, i pigri si affretteranno ad adottarlo». (in “I sistemi socialisti”, 1902).

Eppure la storia ci dice che la banalità del male potrebbe essere superata. Ce ne dà conto Hannah Arendt. La filosofa ebrea tedesca allieva di Martin Heidegger e di Karl Jaspers, nell’edizione definitiva del suo libro “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil”, frutto del lavoro svolto a Gerusalemme come inviata del “New Yorker” per seguire lo storico processo al criminale nazista responsabile dello sterminio di milioni di Ebrei che era stato catturato l’anno prima a Buenos Aires dove aveva vissuto indisturbato per anni.

Un sinonimo di banalità potrebbe essere stupidità, o assenza di pensiero. Adolf Eichmann non era la bestia degli abissi; non aveva nulla di demoniaco, né di profondo o addirittura abissale. A guardarlo da vicino era un piatto e grigio impiegato, una rotella all’interno di un ingranaggio che, anche senza di lui, avrebbe comunque funzionato. Per questa scandalosa banalità Eichmann appariva agli occhi della filosofa il prototipo del burocrate, incapace di «mettersi nei panni degli altri», al quale si poteva imputare l’unica colpa di non aver «pensato» e non aver agito, sottraendosi ai suoi compiti, con la «disobbedienza civile».

Durante il processo che si svolgeva stancamente al ritornello del gerarca nazista che sosteneva d’aver sempre obbedito, e agito in base alle leggi vigenti, ad un certo punto saltò fuori che il pianificatore dello sterminio ammise di aver fatto un’eccezione in due casi, nel periodo in cui “ottanta milioni di tedeschi” avevano ciascuno “il suo bravo ebreo”, aveva aiutato una cugina mezza ebrea e una coppia di ebrei viennesi, cedendo alle raccomandazioni di suo “zio”. Incalzato da uno dei tre giudici ebrei: Yitzhak Rawe, ad un certo punto rispose spazientito: «ma in fondo in qualsiasi legge si trova un cavillo». Al che il collegio giudicante trovò le ragioni morali per la condanna di Eichmann: se aveva trovato l’eccezione per quei due casi, perché non aveva “interpretato” le leggi per tutti gli altri? Così abbiamo il paradosso di un Adolf Eichmann a cui non si poteva imputare direttamente l’uccisione di nessun ebreo, che fu impiccato per averne salvati due.

Nella banale campagna elettorale della città del Palladio testé trascorsa, nessun candidato sindaco ha sinora manifestato il proposito d’incaricare uno o più burocrati di trovare un cavillo a tutte quelle leggi che limitano il corretto esercizio della democrazia diretta. Anche senza toccare i temi della libertà, dell’economia, e dell’ambiente, l’arroganza di pensare in buona fede che il territorio vicentino possa essere il migliore dei mondi possibili grazie alla sua opera (e a quella dei suoi pochi accoliti) è, nell’opinione di molti che non si sono recati alle urne (circa il 50%), una forma di patologia mentale.

Enzo Trentin

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