Landsgemeinde ("comunità rurale" o "assemblea") nel Canton Glarona, in Svizzera. Le votazioni si effettuano per alzata di mano - Foto di Adrian Sulc (CC BY-SA 3.0)
Landsgemeinde ("comunità rurale" o "assemblea") nel Canton Glarona, in Svizzera. Le votazioni si effettuano per alzata di mano - Foto di Adrian Sulc (CC BY-SA 3.0)

Politica, sussidiarietà e democrazia diretta

Vicenza – Nella campagna elettorale che si concluderà con le elezioni del 10 giugno, abbiamo sentito pochi politici (la parola indica coloro che si occupavano del governo della cosa pubblica), e molti politicanti (un termine derivato per indicare chi, in politica, si occupa solo degli affari propri a danno di tutti gli altri). Qua e là, nel corso dei vari sproloqui elettorali, è riecheggiata la parola “sussidiarietà”, e mai come in questi casi il suo significato è stato stravolto e addomesticato a interessi di partito.

La Chiesa, nella sua secolare saggezza sociale, perfezionando il pensiero di San Tommaso d’Aquino relativo al principio di sussidiarietà, pone in termini innovativi l’idea del giusto ordine sociale come uno dei fondamenti della sua dottrina sociale. Papa Leone XIII nell’enciclica «Rerum Novarum» (15 maggio 1891), affronta in questi termini il tema dell’intervento dello Stato nei confronti delle persone e della famiglia:

“Non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore alto Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a se stesso. È dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova per avventura in sì gravi strettezze che da se stessa non le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti l’intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale. […] Qui però deve arrestarsi lo Stato; la natura non gli consente di andare oltre”.

Papa Pio XI nell’enciclica «Quadragesimo anno» (1931) dà la seguente definizione del Principio di sussidiarietà: “… siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ne deriverebbe un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società poiché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva (subsidium afferre) le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle.”

«La pratica del “Principio di sussidiarietà” è strettamente legata alle regole della Democrazia diretta.» scrive Remigio Ratti (dell’Istituto di ricerche economiche del Canton Ticino e Università di Friburgo) in: “Federalismi falsi e degenerati”, di Gianfranco Miglio, Sperling & Kupfer, Milano, 1997, p. 178. Se guardiamo al nostro quotidiano, all’«uomo qualunque» sembra che le istituzioni pubbliche (assediate da un mix di politicanti e burocrati) non siano fatte per dare servizi al pubblico, ma sia il cittadino fatto per servire la politica e la burocrazia.

La democrazia diretta, invece, consiste in un dialogo tra cittadini e autorità volto al raggiungimento di un compromesso e non in un confronto ostinato. Le votazioni popolari su temi specifici godono di grande successo. Dalla Catalogna alla Turchia, passando per l’Australia, la California, Berlino e il Regno Unito: negli ultimi tempi le votazioni popolari hanno fatto il giro del mondo, e su questioni talvolta molto controverse. L’andamento è chiaro: capita sempre più spesso che gli elettori non siano più solo chiamati a esprimere il proprio voto su chi li rappresenterà al Governo o in Parlamento, ma che si rechino alle urne anche per prendere posizione su progetti concreti. In questi casi non sono solo i temi in votazione a infiammare i dibattiti pubblici, ma anche le «regole del gioco». 

Nei precedenti interventi abbiamo cercato di documentare come in una democrazia puramente rappresentativa, i cittadini non hanno quasi nessuna opportunità d’influire in qualche modo nella politica. Hanno solo l’opportunità di votare ogni tot anni. In un sistema puramente rappresentativo, insomma, c’è una frustrante mancanza d’opportunità di dare il proprio contributo partecipativo com’è naturale in ogni autentica democrazia. In un sistema di democrazia diretta ben sviluppato, invece, offerta e domanda rispetto alla possibilità d’esprimere opinioni-deliberazioni sono assai più equilibrate e la gente sente che ha più libertà di scegliere tra partecipare direttamente al processo decisionale o demandare ad altri la responsabilità.

In “La democrazia diretta vista da vicino!” (Ed. Mimesis) Leonello Zaquini, ingegnere italiano emigrato in Svizzera, nei primi anni ’90, a p. 33, riporta quanto segue a proposito della sua elezione nel “Conseil gènéral ” di Le Locle (Cantone di Neuchâtel) città in cui vive e lavora da uomo libero: È solo lì che ho ho veramente capito a cosa serve questa forma di democrazia (la democrazia diretta). La sua esistenza determina il fatto che ad ogni seduta del Consiglio, come in tutte le riunioni delle commissioni, ma anche nelle riunioni preparatorie interne ai gruppi consiliari, (i partiti), insomma sempre, la domanda ricorrente tra i rappresentanti eletti sia: «…e se poi i cittadini prendono l’iniziativa?» Un intervento in Consiglio comunale può terminare con la seguente frase conclusiva: «…per cui, cari colleghi consiglieri, teniamo conto che questa sera prendiamo noi questa decisione, oppure non è affatto escluso che i cittadini prenderanno loro stessi l’iniziativa di…»

I cittadini questa benedetta iniziativa non la prendono quasi mai, eppure questa semplice eventualità influenza tutto il sistema rappresentativo nel suo agire quotidiano. Se poi i cittadini “prendono l’iniziativa” non succede niente di grave per i rappresentanti, resta il fatto che questi sono come forzati a fare veramente i “rappresentanti”, nel senso corretto e proprio del termine, dato che si domandano continuamente se e cosa i cittadini deciderebbero al posto loro. E se lo domandano perché questi possono effettivamente decidere al posto loro.

Insomma, laddove non si fosse capito, in un sistema politico chi dispone già di grandi poteri decisionali è solitamente contrario all’introduzione di processi di democrazia diretta, come l’iniziativa popolare e il referendum. La partitocrazia in mancanza dell’esercizio della sovranità popolare finanzierà malgrado la recessione le cose più… “singolari”. In un paese come il nostro, che va a pezzi ad ogni pioggia per incuria ambientale e culturale, e chi più ne ha più ne metta; malgrado tutto ciò il potere incontrollato continuerà ad autofinanziarsi e a foraggiare una stampa “di regime” che altrimenti non saprebbe come sopravvivere. Davvero i comuni cittadini dovrebbero votare dei politicanti rimpannucciati da liste civiche, perché non saprebbero essere meno irresponsabili di questa classe politica che invece d’essere dirigente è solo dominante?

Enzo Trentin

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