I politici pensano solo a estendere il loro potere
Palazzo Chigi, sede del Governo

Politica, l’ignoranza e il malgoverno

Vicenza – Le illusioni e delusioni della nostra presunta libertà sono stigmatizzate dai bilanci fallimentari che presentano, nel tempo, i vari governi berici (non molto dissimili dal resto del Paese), i giochetti di palazzo, la spartizione degli assessorati, le deleghe di rappresentanza del Comune in municipalizzate, istituti di credito, fiera, biblioteche, enti e fondazioni della più diversa natura, ed altro ancora ne sono la conferma. E’ ininfluente anche l’appartenenza politica, da “destra” o da “sinistra”, al medesimo sistema di potere, per cui la distinzione di colore è veramente indifferente essendo solo una corsa all’accaparramento più o meno disciplinata da accordi non tanto, o non sempre, tra partiti, quanto tra persone.

Oggi la questione non è diversa. Tutti appaiono indottrinati al peggior statalismo centralistico, e mette in luce la difficoltà degli interpreti, nel conciliare questa innegabile definita posizione, con il “realismo disincantato”. L’unico modo di diminuire la somma totale della sofferenza dei vicentini è sottrarre l’individuo quanto più possibile al potere del governo comunale. Ciò vale anche per l’Italia, dove molti politicanti sostengono che l’esercizio della sovranità popolare non sia possibile, perché questa è una prerogativa delle piccole comunità. Essi sottacciono che dei quasi ottomila Comuni della nostra penisola solo 149 hanno una popolazione superiore ai 50 mila abitanti. Migliaia sono i Comuni con meno di cinquemila residenti.

Del resto sono ben 152 gli anni in cui, con l’eccezione di un breve intervallo nel secondo dopoguerra, la classe dirigente italiana ha fatto di corruzione e cialtroneria il suo tratto saliente. E a voler essere pignoli, anche quel “breve intervallo” sarebbe tutto da verificare, tra stragi rosse, “sangue dei vinti”, silenzi complici sulle dittature vigenti, utilizzo particolare dei fondi del Piano Marshall, scandali nascosti. Ma accettiamo che ci sia stata vera libertà. Se non altro perché Luigi Einaudi, un liberale autentico, di quell’Italia fu presidente dal 1948 al 1955. Forse perché v’era un entusiasmo che ai giorni nostri è difficile da individuare. Forse…

In un altro quotidiano c’è chi argomenta: “La scelta di chi si prenderà cura di Vicenza per i prossimi cinque anni o più, è cosa delicata e richiede conoscenza di presente e passato dei candidati, dati di fatto sulla possibilità che quanto promesso venga attuato, di chi siano i principali sostenitori dello stesso, quali siano le motivazioni per le quali quel certo signore si impegna in uno dei lavori più difficili che vi siano, magari rinunciando ad emolumenti ben superiori a quanto riceverà come primo cittadino”.

Molto è stato scritto – non solo dal sottoscritto, e non solo in questo quotidiano – a proposito della possibilità d’aver nell’immediato gli strumenti per l’effettivo esercizio della partecipazione popolare. Ovviamente avversati dai politicanti che proprio per questo non andrebbero eletti. Ma come le cose procedano altrove sono in pochi a segnalarlo. Per esempio, le iniziative popolari hanno svolto un ruolo nella storia svizzera, migliorando e intensificando la democrazia. Nel 1999, Kirchgässner, Feld e Savioz riassunsero un gran numero di analisi nel libro «La democrazia diretta: moderna, affermata, espandibile ed esportabile». Ed un gran numero di nuovi studi sono stati pubblicati da allora. Alcuni dei più significativi risultati della ricerca, da cui emerge che la democrazia diretta pone anche molti vantaggi economici, sono qui elencati:

Feld e Savioz hanno messo a punto un accurato indice del grado di democrazia diretta in tutti i Cantoni svizzeri e lo hanno correlato con le performance economiche dei Cantoni in vari momenti tra il 1982 e il 1992. Dopo aver effettuato un’analisi approfondita ed escludendo spiegazioni alternative essi hanno concluso che, a seconda dell’intervallo temporale, le performace economiche nei Cantoni con democrazia diretta era superiore dal 5,4 al 15% rispetto ai Cantoni con democrazia rappresentativa. «La coesistenza di democrazie rappresentative e dirette in Svizzera solleva una questione reale: se la democrazia diretta è più efficiente della democrazia rappresentativa, perché i Cantoni con democrazia rappresentativa non adottano le strategie di successo dei loro vicini.?» domandarono Feld e Savioz [L. P. Feld / M.R. Savioz (1997), «Direct democracy matters for economic performance: an empirical investigation», Kyklos 50, p. 507-538].

  1. Pommerehne studiò la connessione tra democrazia diretta ed efficienza di governo dei 103 più grandi centri e città della Svizzera, scegliendo come esempio il trattamento dei rifiuti. Nei centri e nelle città con la democrazia diretta il trattamento dei rifiuti – fermo restando tutto il resto – era del 10% meno caro che nei centri e nelle città senza democrazia diretta. Inoltre Pommerehne riscontrò un notevole risparmio sui costi se il trattamento dei rifiuti era stato appaltato ad una società privata. I centri e le città con la democrazia diretta ed il trattamento privato dei rifiuti presentavano costi del 30% più bassi – fermo restando tutto il resto – che nelle città gestite con un sistema rappresentativo e trattamento pubblico dei rifiuti [Kirschgässner, Feld e Savioz, 1999, pp.98-100].
  2. Kirchgässner, Feld and Savioz (c.s. p. 92-98) hanno esaminato 131 dei 137 maggiori Comuni svizzeri per determinare il collegamento tra democrazia diretta e debito pubblico, utilizzando i dati dal 1990. Nei Comuni dove erano permessi i referendum sulla spesa pubblica (un esempio di sovranità popolare), restando uguale tutto il resto, il debito pubblico era del 15% inferiore rispetto ai Comuni non ricadenti nel caso.
  3. Feld e Matsusaka [L.P. Feld / J.G. Matsusaka (2003), »Budget referendums and government spending: evidence from Swiss cantons», Journal of Public Economics 87, p. 2703-2724] hanno studiato il collegamento tra spesa pubblica e democrazia diretta. Qualche Cantone svizzero ha un referendum finanziario (Finanzreferendum) con cui i cittadini devono approvare tutte le decisioni del governo locale per spese sopra una certo importo (la media è di 2,5 milioni di franchi svizzeri). Nei Cantoni che hanno tale referendum la spesa pubblica fra il 1980 e il 1998 è stata in media del 19% inferiore che in quelli senza questo strumento.
  4. Benz e Stutzer [M. Benz / A. Stutzer (2004), «Are voters better informed when they have a larger say in politics?», Public Choice 119, p. 31-59] hanno studiato il collegamento tra democrazia diretta e livello di conoscenza politica dei cittadini, sia in Svizzera che nell’UE. Per la Svizzera essi hanno raccolto informazioni presso 7.500 abitanti e li hanno correlati con un indicatore da 1 a 6 del livello di democrazia diretta per i 26 Cantoni. Il livello maggiore di sovranità popolare è stato rilevato nel Cantone di Basilea con un indice di 5,69; il livello minore è stato nel Cantone di Ginevra, il suo indice figura a 1,75. Sono state controllate altre variabili importanti, compresi sesso, età, educazione, reddito e se le persone erano o no membri di un partito politico. Ferma restando ogni altra cosa hanno concluso che la differenza di informazione politica fra un abitante di Ginevra e uno di Basilea era considerevole ed equivaleva alla stessa differenza fra l’essere o meno membri di un partito politico, oppure fra gruppi di reddito mensile fra 5.000 e 9.000 franchi svizzeri. Per l’UE, in cui vennero analizzati 15 paesi, dei quali sei avevano tenuto un referendum nazionale negli ultimi quattro anni, il risultato è stato simile.
  5. Frey, Kucher e Stutzer [B.S. Frey / M. Kucher / A. Stutzer (2001), «Outcome, process and power in direct democracy: new econometric results», Public Choice 107, p. 271-293], hanno indagato se il «benessere soggettivo» dei cittadini viene influenzato dalla democrazia diretta. Il benessere soggettivo può esser misurato schiettamente, nel senso che si può domandare semplicemente alle persone quanto queste si considerino felici. Frey ha preso lo stesso indice dei Cantoni svizzeri di Benz e Stutzer, Frey e lo ha correlato con 6.000 risposte di persone svizzere alla domanda: «Quale soddisfazione prova Lei complessivamente riguardo alla Sua vita?» Frey ha esaminato numerose altre variabili e il livello di soddisfazione era dato da un punteggio di una scala da 1 a 10. Gli abitanti di Basilea (il Cantone con maggiore democrazia diretta) totalizzarono sulla scala del benessere il 12,5% di punti in più degli abitanti di Ginevra (il Cantone con la maggior parte di forme di democrazia rappresentativa). Frey ha esaminato anche la differenza fra il benessere soggettivo che risulta dal fatto che la politica è più in accordo con i desideri dei cittadini (il risultato), rispetto al benessere soggettivo risultante dalla partecipazione al voto in sé (il processo). Egli ha fatto ciò includendo un gruppo di stranieri, che non potevano votare a livello cantonale ma beneficiavano anch’essi degli esiti referendari. Gli stranieri non votanti erano più contenti nei Cantoni con democrazia diretta, ma meno degli Svizzeri abilitati al voto. Frey ha concluso da ciò che partecipare al voto contribuiva per due terzi all’aumento del benessere soggettivo e per un terzo ad un maggior accordo della politica con i desideri della gente.
  6. L’evasione fiscale è sensibilmente inferiore nei Cantoni diretto-democratici.

La tesi talvolta sostenuta da alcuni con l’argomentazione che l’autorità del Consiglio comunale (come del Parlamento. Ovvero: la democrazia rappresentativa) viene minata dai referendum e dagli altri strumenti di sovranità popolare è dunque smentita nei fatti. Si noti l’inganno: la democrazia viene fatta coincidere con la ‘democrazia rappresentativa’, come se la rappresentatività fosse l’essenza della democrazia. I referendum e gli altri strumenti di sovranità popolare minaccerebbero perciò la ‘democrazia’. In realtà, non è affatto la rappresentatività ad essere l’essenza della democrazia, ma la sovranità popolare.

Pertanto c’è una differenza fondamentale tra i partiti politici che sostengono l’iniziativa referendaria popolare obbligatoria e quelli che resistono alla sua introduzione. Questi ultimi devono essere considerati come interessati al potere. Solo quei partiti che sostengono incondizionatamente l’introduzione della sovranità popolare e del referendum obbligatorio di iniziativa popolare possono essere considerati autenticamente democratici, in senso letterale, che lottano per una autentica forma di ‘potere della gente’. Da pochi giorni, poi, abbiamo un Ministro per la democrazia diretta. Staremo a vedere!

Enzo Trentin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *