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Politica e partiti, se ci va bene siamo giocati!

Vicenza – È anche sulla governance, ossia sulla capacità di governare i profondi cambiamenti sociali ed economici attuali, che si gioca la sfida della nuova amministrazione comunale capitanata da Francesco Rucco. È sull’abilità di operare scelte che produrranno risultati molto avanti nel tempo – anche oltre la durata del mandato dei decisori che le hanno adottate – che Vicenza può ottenere il proprio vantaggio competitivo.

I fallimenti della cosiddetta mano pubblica, come quelli già visti per il Centro interscambio merci e servizi Cis Spa, la Società aeroporti vicentini Spa, i Magazzini generali di Vicenza Spa, la ristrutturazione della vecchia sede della Camera di commercio in corso Fogazzaro ancora sul groppone dopo il trasferimento della sede ai Pomari (facendo un “favore” al solito palazzinaro autoctono), la “svendita” della fiera a Rimini, e nell’immediato futuro la ventilata avventura Tav/Tac, in qualsiasi modo prefigurata, e tutto un profluvio di partecipazioni fallimentari il cui elenco è omesso perché troppo lungo, sono stati pagati tutti a piè di lista dai contribuenti berici, compresi quelli che ricevono ogni anno il bollettino camerale.

In questa sfida, tutta orientata a imprimere un radicale cambiamento dell’ordine vigente, il sistema con cui il sindaco Rucco ha appena nominato gli assessori non sembra per nulla innovativo. Al solito il “prezzo politico” è stato rappresentato più dal consenso elettorale che i singoli hanno ottenuto (il consenso, peraltro, di meno di un vicentino su quattro), piuttosto che da un progetto di “Novella Vicenza”. Chi, invece, intende giocare un ruolo di forte indirizzo, non solo sullo strapotere economico di certi “clientes” locali, ma anche in virtù di una ritrovata percezione di sé, e che vuole essere in grado di governare i rapidi processi e le sfide del momento come dimostrano le tensioni sociali, non può apparire inadeguato soprattutto nelle forme di organizzazione politica, aperte e democratiche. 

Il mantra un uomo-un voto assieme al suffragio diretto e universale sono stati studiati per limitare il potere delle istituzioni a tutto vantaggio dell’iniziativa e della libertà d’azione dell’individuo propria dei sistemi liberali. In Occidente è l’individuo a prevalere sulla collettività e i doveri verso gli altri talora paiono limitati dai diritti del singolo. È questa la “forma politica” che meglio consente lo sviluppo del libero mercato – liberismo economico, altro mantra occidentale – nel quale le istituzioni locali e lo Stato devono intromettersi il meno possibile. Al contrario abbiamo classi dirigenti che si susseguono repentinamente, con una visuale limitata dalla successiva tornata elettorale, e una capacità di intervento fortemente condizionata dall’esiguo consenso elettorale che le sostengono, che non sempre risultano dotate della necessaria “razionalità”.

La scelta dei provvedimenti economici, sociali e politici meritevoli di applicazione sull’intero territorio comunale inizia dalla base della piramide, dai cittadini con una democrazia diretta che viene esercitata, sotto la costante regia di un mix di interventi dell’amministrazione in carica e dell’iniziativa di tutti i cittadini maggiorenni. È questa una forma di espressione democratica libera da condizionamenti che fa sempre registrare un’ampia partecipazione popolare. Prosegue ad un livello parallelo, nel quale si effettua una rigorosa selezione degli inamovibili quadri burocratici che ricoprono le posizioni apicali all’interno dell’amministrazione (pleonastico rilevare come sono oggi selezionati), che sono le entità che condividono la gestione della cosa pubblica. Ben si comprende allora come la sfida non è tra maggioranza e opposizione. Le due facce della partitocrazia. Essa si gioca soprattutto sul tema della “governance”.

Da un lato le classi dirigenti espressione di lobby aventi come costante riferimento il mantenimento del consenso in un quadro caratterizzato da una capacità di spesa pubblica sono già avviate al declino. Perdenti saranno le classi politiche che prediligeranno provvedimenti di corta durata, raramente ispirate da una visione di lungo termine dettata dal bene della società e delle generazioni future. Nell’immediato futuro, giocoforza dovranno prevalere la preparazione personale e le doti morali che dovranno sempre costituire la condizione necessaria per assurgere ai massimi livelli del sistema.

Platone sosteneva: «Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.» In questo momento storico, in particolare, un buon rivoluzionario dovrebbe mettere mano allo Statuto comunale e al regolamento degli istituti di partecipazione popolare, togliendo (tra l’altro) tutti i paletti che intralciano il facile e tempestivo esercizio dei referendum, l’estensione di detti referendum a tutte le materie di competenza comunale, nessuna esclusa, l’ampliamento degli strumenti d’iniziativa popolare, e la revoca [negli Usa il richiamo dei funzionari locali non ha nessuna restrizione, e una petizione di richiamo può essere iniziata senza motivi specifici, con nessun limite di tempo per la raccolta di firme (vedi qui). Perché, come scriveva Gianfranco Miglio (“Il nerbo e le briglie del potere”, Ed. Il Sole 24 Ore, Milano): «L’idea che le preferenze dei governati possano manifestarsi normalmente soltanto per il tramite dei rappresentanti, e che la volontà dei primi debba prendere necessariamente la forma di un’adesione (consenso) alle “verità” proposte dai candidati al potere, questa idea sta per uscire dalla storia. Perché si spezza il legame fra legittimazione del governante e ricognizione delle opinioni dei governati.» 

Non bastasse, in un’intervista di Martin Untersinger a Lawrence Lessig, uno dei principali pensatori di Internet, pubblicata sul quotidiano “le Monde”, del 24/04/2017, constatava: «La mia opinione è che bisogna riflettere sul modo in cui si può coniugare il progetto democratico con delle fonti d’informazione deboli. Per esempio in Mongolia, una recente legge obbliga il governo a selezionare 500 persone che si sono riunite durante un week-end. A loro si presenta un problema costituzionale, gli si danno tutte le informazioni in merito, essi ne dibattono, deliberano e in seguito producono una risoluzione che è proposta al Parlamento. Dobbiamo utilizzare prima di tutto questo tipo di strumenti se vogliamo avere una democrazia che ci rappresenti realmente. Bisogna trovare una rappresentazione politica con cui il popolo abbia il tempo e l’opportunità di comprendere ciò di cui si parla. Le persone non sono degli idioti. Idiota significa che tu non puoi comprendere.»

In Italia, lo sappiamo, i referendum a livello nazionale (ma non locale; vedasi Articolo 8 Partecipazione popolare) possono essere solo abrogativi,  possono disfare leggi ma non farne, e soprattutto possono essere aggirati. Inoltre molti argomenti sono tabù per le pratiche referendarie, a cominciare da quello per cui i parlamentari nacquero, prima ancora della democrazia moderna, e cioè il controllo delle finanze, delle spese, delle tasse. A questo proposito i politici quasi sempre mentono. Mentono per debolezza, avendo comunque bisogno di garantirsi il consenso elettorale. Mentono per disprezzo, ritenendo utili i voti, ma inutili gli elettori. Già, proprio qui sta il punto più beffardo e più tragico: i politici mentono ai loro elettori, di cui pure hanno ancora in qualche modo bisogno, perché li disprezzano, ma in questo loro disprezzo sta la dimostrazione della loro debolezza e inutilità. 

Sulla partecipazione popolare non solo la Svizzera è all’avanguardia in Europa; c’è anche il modello californiano. Per esempio, a novembre i californiani, per mezzo di un referendum, decideranno se vogliono tre Californie o rimanere con una sola. La sovranità dei californiani (non dei loro rappresentanti) del resto non è unica neppure negli Usa: altri 17 Stati dell’Unione possono cambiare la Costituzione approvando emendamenti per via referendaria e altri 21 (più il Distretto di Colombia) concedono ai loro cittadini il diritto di iniziativa per fare leggi e non soltanto per cancellarle. Ma 15 Stati danno agli elettori ambedue questi poteri: quello legislativo e quello costituente e fra questi la California non è soltanto di gran lunga il più popoloso ma anche il più attivo, i suoi abitanti i più entusiasticamente portati a servirsi di questa loro facoltà.

«La richiesta così frequente in questi anni di maggiore democrazia si esprime nella richiesta che la democrazia rappresentativa venga affiancata o addirittura sostituita dalla democrazia diretta […] gli istituti di democrazia diretta nel senso proprio della parola sono due: l’assemblea dei cittadini deliberanti senza intermediari ed il referendum.» Come scriveva Norberto Bobbio, “Il futuro della democrazia”, Einaudi, Torino, 1984. Anche se tutto ciò è estraneo alla cultura politica del Sindaco Francesco Rucco e ai suoi sodali, pensiamo che ognuno farebbe bene a riflettere su queste idee che rappresentano la parte più alta del pensiero di studiosi di diversa origine, ma che indicano tutti nel potere del popolo di deliberare le sue leggi, delibere e regolamenti, la chiave di accesso alla “democrazia sostanziale”, la sola che contribuisce al bene comune, stabilendo un controllo diretto dei governati sui governanti. 

A questo punto il lettore un po’ smaliziato penserà: «Sì! Sì! Tutti bei princìpi; tutte belle cose, ma in Italia non ce le daranno mai.» Giustissimo! Non possiamo pensare di risolvere i problemi continuando a votare ed assecondare gli attuali partiti politici che con il loro tipo di pensiero hanno creato i disatri che quotidianamente sono sotto gli occhi di tutti; è come incaricare Dracula della custodia di sacche di sangue. La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre. Altrimenti davvero siamo giocati.

Enzo Trentin

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