Sbrollini: Sciopero della fame per i diritti dei disabili"

L’Italia delle libertà è un paese di sudditi

Vicenza – C’è un libro davvero meritevole di lettura: “Costituzione, Stato e crisi. Eresie di libertà per un paese di sudditi”, dove lo studioso padovano Federico Cartelli disseziona con cura la nostra carta costituzionale, rilevando tutti i suoi caratteri illiberali, statalisti, accentratori. Le sue critiche trovano piena conferma nell’inarrestabile processo di espansione dello Stato avvenuto dal dopoguerra a oggi sotto l’egida di una Costituzione che non ha mai frenato l’aumento della tassazione, della spesa pubblica, del debito pubblico, della burocrazia, dell’alluvione legislativa.

A cosa dovrebbe servire, invece, una Costituzione? A proteggere coloro che sono senza potere da coloro che esercitano il potere pubblico. Storicamente i ceti operosi della società (il così detto “Terzo Stato”) hanno visto nelle costituzioni uno strumento per difendersi dalla spogliazione dei frutti del proprio lavoro da parte delle classi politico-burocratiche parassitarie. Infatti, come testimonia la storia dei regimi socialisti, quando l’esercizio del potere politico non conosce limiti legali, le nomenklature che controllano le leve fiscali e re-distributive dello Stato possono procurarsi ogni genere di privilegio sfruttando in maniera illimitata i produttori di ricchezza.

Per la Corte costituzionale i benefici che il potere politico attribuisce, anche una tantum, ai consumatori di tasse, ovvero la casta, rimangono tali per sempre. Poiché è impossibile trovare nel testo della Costituzione questo principio, la Corte ha dovuto creare una dottrina su misura, quella dei “diritti acquisiti”, che sancisce ufficialmente una pesante discriminazione a danno dei produttori privati di reddito. La Corte infatti non riconosce un analogo diritto in capo ai pagatori di tasse privati, perché se il governo riduce un’imposta o aumenta una detrazione fiscale, questa non diventa mai un “diritto acquisito” in capo al contribuente. Il governo può tranquillamente revocarla in qualsiasi momento, anche retroattivamente, senza incorrere in censure di incostituzionalità.

E infatti, ammonta a circa 2.600 il numero di ex che percepiscono i vitalizi dopo la loro abrogazione nel 2012 per i deputati in carica. L’odierno piano di Luigi Di Maio vicepresidente del Consiglio e  ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro è trasformare in pensioni calcolate con metodo contributivo sia i vitalizi degli ex parlamentari, sia la parte maturata fino al 2012 dai parlamentari in carica. Il che comporterebbe un taglio agli assegni con un risparmio per le casse di Camera e Senato. Rispetto agli attuali 193 milioni di spesa annua se ne risparmierebbero 76. Poca cosa rispetto ai 258,8 miliardi di spesa previdenziale Inps per il 2017, ma dall’alto valore simbolico per M5s.

Il testo ancora non sarebbe definito in ogni dettaglio ma il problema è il rischio dei ricorsi. Già il 12 dicembre 2017 la “proposta Richetti” sui vitalizi non fu approvata. Era stata votata dalla Camera a luglio e serviva a tagliare i vitalizi dei politici in pensione. Il Senato però era riuscito a bloccarla. E in questi giorni, Antonello Falomi, presidente dell’Associazione ex parlamentari, che ne raccoglie circa 1.500, sostiene che “per il neo vicepresidente del Consiglio, l’importante non è fare le cose nel rispetto della legalità costituzionale, ma soltanto annunciare di averle fatte. Se poi, il provvedimento sarà cancellato dai tribunali, non conta niente, perché ciò che importa è continuare, per qualche tempo, a fare propaganda e a prendere in giro gli italiani”.

Nell’ordinamento italiano, quindi, non c’è nessuna previsione che possa anche solo rallentare la progressiva invadenza del settore pubblico a danno del settore privato. Le imposte, la spesa pubblica, il debito pubblico e la burocrazia possono solo aumentare, mai diminuire, mentre le misure di segno opposto rischiano sempre la bocciatura per incostituzionalità, dato che danneggerebbero questo o quel “diritto acquisito”.  Vitalizi, pensioni retributive e stipendi degli statali sembrano dunque diventati variabili indipendenti dall’economia.

Se il Parlamento più antico del mondo è l’Althing, di cui restano solo banchi di pietra nel verde dell’Islanda, quello che da più tempo funziona, risiede, come è altrettanto noto, a Londra, in un palazzo che originariamente ospitava il potere rivale, quello regale. Ma quale sia il Parlamento più grande del pianeta è una scoperta meno divulgata: sta in California e non ha una sede, ma delle cabine di voto che ogni due anni vengono allestite in decine di migliaia di spazi qualsiasi.

Questo “Parlamento” più grande del mondo chiama alle urne ogni due anni circa 15 milioni di elettori-deputati. Basta raccogliere le firme del 5% degli aventi diritto per promuovere una consultazione, varare, abolire o emendare leggi, diminuire le tasse, tagliare la spesa pubblica, elevare il salario minimo. È dunque privo di fondamento quanto propagandato da un saltimbanco politicizzato e fazioso che, su suggerimento di partiti politici che hanno occupato lo Stato e profumatamente pagato con i soldi dei contribuenti, ha affermato che la Costituzione italiana sia la più bella del mondo.

Luciano Spiazzi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *