Il travisamento della democrazia deliberativa 

Vicenza – Siamo agli sgoccioli della campagna elettorale al Comune di Vicenza. Come sempre in questi frangenti ci sono contrapposizioni e scontri, verità e ambiguità, informazione e propaganda. Questo intervento permette di mettere a fuoco un capzioso malinteso. Ha osservato Stefano Monti, candidato nella lista civica Vinova che supporta Otello Dalla Rosa: “quello che accade ormai in molte città del mondo, dove differenti professionalità (architetti, ingegneri, urbanisti, sociologi, avvocati, ecc.) svolgono il ruolo di facilitatori e coordinatori di processi di urbanistica partecipata. Come associazione e lista abbiamo già messo in pratica queste metodologie dimostrandone l’efficacia. Ne sono nate idee e proposte concrete che rispondono al sentire dei vicentini, non decise tra pochi e poi calate dall’alto sotto forma di contratto di berlusconiana memoria. Da queste linee è nato un programma e sono state poste le basi per uno stile dell’amministrare la cosa pubblica, dando forma e vita a questi processi grazie anche alla creazione di luoghi preposti, come gli Urban Center o le Case della città.”

Ebbene, ci sono vari modi per i cittadini di partecipare alla democrazia. Quando i cittadini delegano tutti i loro poteri ai rappresentanti, questi diventano la nuova massima autorità, segnando la fine della democrazia. Gli elettori devono quindi mantenere la propria sovranità conservando il potere di sostituire, in qualsiasi momento, i propri rappresentanti in caso li deludano, ed accettare o rifiutare le leggi e delibere che non li soddisfano. Se venisse meno la capacità di eleggere o rimuovere liberamente e consapevolmente leggi, delibere e rappresentanti, verrebbe meno anche l’autentica democrazia.

Molti politicanti sproloquiano di democrazia partecipativa, ma se li si ascolta attentamente si nota cosa essi intendono: i cittadini possono partecipare alle discussioni, ma le deliberazioni sono sempre insindacabile potestà dei rappresentanti. Ciò con la democrazia reale ha poco a che spartire. L’ennesima variante è la democrazia deliberativa, e qui può essere interessante osservare un esperimento fatto in Australia dove gruppi di cittadini s’impegnano a lavorare insieme civilmente e costruttivamente con esperti di politica e legislatori. Ovvero esattamente quello che pretendono di aver fatto i sostenitori del candidato sindaco Dalla Rosa.

L’approccio deliberativo impegna un gruppo di persone scelte a sorteggio che risulti rispettoso delle varie componenti sociali. Nell’esperimento Vinova non si da’ conto di alcun sorteggio; ed è la prima discrepanza.  Il gruppo indaga ed esplora un problema da diverse prospettive per scoprire il terreno comune. La deliberazione di solito è facilitata da un professionista che è neutro. Una figura che appiana i disaccordi e mantiene il processo in movimento. Qui il secondo distinguo: gli architetti, ingegneri, urbanisti, sociologi, avvocati, ecc. erano di Vinova; dunque tutt’altro che scelti a caso e neutrali, considerato che Vinova s’è candidata come lista civica a supporto del rappresentante del centrosinistra.

Negli esperimenti Australiani che hanno fatto da canovaccio all’operatività di Vinova, gli individui sono liberi di tenere le loro posizioni o di esplorare le alternative contribuendo al dialogo su base paritaria. La scala dei processi di democrazia deliberativa può variare notevolmente a seconda del loro scopo. Grandi processi includono pareri e sondaggi, conferenze di consenso e assemblee di cittadini, mentre giurie composte sempre da cittadini sono alla fine della scala. Quando la proposta è stilata in forma coerente con il quadro legislativo esistente essa è sottoposta ad un referendum, che in qualche caso deve essere approvato dal 60% dei votanti. Ovvero i cittadini esercitano la sovranità, non concedono attraverso l’elezione un mandato in bianco e sulla fiducia.

Insomma, nei paesi più evoluti ci si rende conto che il sistema puramente rappresentativo non può essere considerato come veramente democratico. Tale sistema necessita – a priori – dell’impiego di un processo decisionale d’élite ed apre la possibilità di introdurre leggi contrarie alla volontà popolare. La maggioranza dei cittadini responsabili vuole i referendum (qui un’altra persona ne ha trattato diffusamente), e la maggior parte dei cittadini non si identifica più espressamente con un partito politico o l’altro. Il sistema del processo decisionale politico resta invariato, ma il deficit democratico è ancora notevolmente in aumento, perché in questo sistema la capacità della gente di esprimere le proprie convinzioni sociali continua ad essere erosa.

Nelle scienze fisiche ci possono essere poche obiezioni alla ricerca di fare l’impossibile; si potrebbe persino pensare che non si debba scoraggiare il presuntuoso perché i suoi esperimenti possono dopo tutto produrre qualche nuova intuizione. Ma nel campo sociale, la convinzione errata che esercitare un certo potere avrebbe conseguenze favorevoli è probabile che conduca ad un nuovo potere di costringere altri uomini una volta ottenuta una certa autorità. Anche se tale potere non è in sé cattivo, il suo esercizio può impedire il funzionamento di quelle forze d’ordine spontaneo da cui, senza capirle, l’uomo è in effetti così grandemente aiutato nell’inseguimento dei suoi obiettivi.

Come scriveva Friedrich A. Hayek:

Se l’uomo non deve fare più male che bene nei suoi sforzi per migliorare l’ordine sociale, dovrà imparare che in questo, come in tutti gli altri campi in cui la complessità essenziale di un genere organizzato prevale, non può acquisire la conoscenza completa che permetterebbe la padronanza degli eventi. Quindi dovrà usare la conoscenza che può ottenere, non per modellare i risultati come l’artigiano modella i suoi oggetti, ma piuttosto per coltivare una crescita fornendo l’ambiente adatto, così come fa il giardiniere per le sue piante. C’è un pericolo nell’esuberante sensazione di sempre maggiore potere che il progresso delle scienze fisiche ha generato e che tenta l’uomo a provare, “ubriaco di successo,” per usare una frase caratteristica del primo comunismo, a soggiogare non solo il nostro ambiente naturale ma anche quello umano al controllo della volontà umana. Il riconoscimento dei limiti insormontabili alla sua conoscenza deve effettivamente insegnare allo studioso della società una lezione di umiltà che dovrebbe impedirgli di diventare un complice nel fatale tentativo degli uomini di controllare la società – un tentativo che lo rende non solo un tiranno dei suoi compagni, ma che può renderlo il distruttore di una civiltà che nessun cervello ha progettato ma che è nata dagli sforzi liberi di milioni di individui.

Luciano Spiazzi

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