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Johannes Althusius in una incisione di Jean-Jacques Boissard
Johannes Althusius in una incisione di Jean-Jacques Boissard

I tiranni si abbattono, non si votano di nuovo…

Vicenza – Da quanto andremo ad argomentare, gli elettori dovrebbero smettere di votare i fabbricanti di fumo, e i cacciatori di nuvole che primeggiano grazie alla propaganda. I candidati dovrebbero, nel breve spazio che ancora rimane prima del 10 giugno, esibire nero su bianco le riforme che intendono apportare al Regolamento degli Istituti di Partecipazione indicando le modifiche che intendono apportare per rendere gli strumenti di democrazia diretta facilmente e tempestivamente utilizzabili. Chi sono i tiranni odierni? Tra i tanti, ce ne dà una descrizione senza mezzi termini lo storico e giornalista Romano Bracalini.

Riforme? Andrebbe per esempio sfoltito il Quirinale che ha 1.800 dipendenti e spende ogni anno 228 milioni; andrebbe sfoltito il Parlamento, andrebbe sfoltita la Consulta, sinedrio di barbogi in ermellino e tocco. Ma la Costituzione, la più farragginosa del mondo occidentale, non lo permette perché ogni intervento inteso a ridurne le spese lederebbe la loro autonomia istituzionale. Ciascun potere in Italia ha le sue tutele. Si può bastonare il suddito, l’anello debole della catena, ma la partitocrazia e i suoi costosi apparati sono intoccabili, godono di garanzie medievali.

In Italia ogni regime eredita l’altro. Abbiamo ereditato molte delle leggi fasciste e lo stesso reato di vilipendio che ogni Stato civile rifiuta. Ne godeva il re, ne gode oggi il presidente della Repubblica. La legge ordinaria è per il popolo bue. Il carattere del paese continua ad essere quello di sempre: portato all’autoritarismo e al privilegio di casta. La tassazione iniqua – per riparare all’incapacità di ogni governo di utilizzare al meglio le risorse, senza sprechi e rispetto delle norme – ha una sua fatale continuità storica da quando questo paese disgraziatamente si è costituito in stato nazionale unitario.

I grandi burocrati di Stato – di uno Stato pletorico che sperpera e non funziona – vivono sui tributi carpiti al popolo angariato. Dal Medioevo il tempo sembra essere passato invano in Italia. La storia non insegna niente ai signori del governo. Da Masaniello a Prina la rivolta fiscale scaturita spontaneamente dal popolo ha sempre dato l’avvio a tutte le moderne rivoluzioni. Basta una scintilla, un grido; e la Bastiglia è presa d’assalto. Insomma si stava meglio quando andava peggio. Il nome di Giovanni Althusius è oggi del tutto dimenticato. E ciò quantunque fosse un tedesco a portarlo, o forse proprio per questa ragione. Nel 1603 l’Althusius pubblicò a Herborn un compendio di Politica ordinato secondo il metodo sistematico: sotto quel nome egli comprendeva la parte generale del diritto pubblico. 

Quest’opera è il più antico tentativo, dal punto di vista formale, di un’esposizione rigorosamente sistematica e completa della cosiddetta politica. Ma è ancor più notevole per il suo contenuto. Con essa l’autore mostra di aderire senza riserve alle concezioni di quei pubblicisti – in gran parte coinvolti nelle guerre civili francesi di quegli ultimi decenni – i quali dal principio della sovranità popolare avevano tratto la conseguenza rivoluzionaria di un diritto di resistenza attiva contro i signori fedifraghi, e perciò già dai contemporanei loro avversari erano stati denominati «monarcomachi». Ma ciò che fino allora era stato espresso a fini pratici attraverso scritti di partigiani e di esuli, egli lo parò di una veste dottrinale astratta e metodica.

E meglio di qualsiasi suo predecessore egli fondò la sua teoria su basi ampie e coerenti, affermando per primo l’assoluta inalienabilità del diritto sovrano del popolo e l’essenza del contratto sociale che ne è il fondamento.  Qui l’Althusius si allontana davvero radicalmente dall’opinione dominante, rappresentata soprattutto dal francese Jean Bodin. Egli infatti, seguito da pochi simpatizzanti, attribuisce i diritti di sovranità non al principe bensì interamente al popolo. I diritti sovrani appartengono necessariamente ed esclusivamente al corpo sociale («corpus symbioticum»); sono il suo spirito, la sua anima, il suo respiro vitale; solo possedendoli esso vive, e perdendoli viene meno oppure diventa indegno del nome di «res publica».

Chi li amministra è naturalmente un altissimo magistrato, ma la proprietà e l’usufrutto di essi sono inseparabili dal popolo nel suo complesso (dal «populus universus», dalla «consociatio universalis, dal «regnum ipsum»). Anzi, essi gli sono a tal punto propri che il popolo non può rinunciarvi ed alienarli e trasmetterli ad altri quand’anche lo voglia, cosi come nessuno può spartire con un altro la vita che gli appartiene (vedasi Otto Von Gierke «Giovanni Althusius e lo sviluppo storico delle teorie politiche giusnaturalistiche» – Copyright 1943 by Giulio Einaudi editore). E il popolo, mentre è la sola fonte concepibile della sovranità, ne è per la stessa ragione il solo soggetto concepibile e stabile, e con la sua immortalità la custodisce e la protegge.

Anche l’esercizio di essa viene ripreso dal popolo e conferito ex novo, non appena colui che vi era preposto cessa dalla carica o decade dal proprio diritto. E poiché per la loro stessa natura questi diritti sono esclusi da qualsiasi commercio e proprietà da parte del singolo, il principe, accaparrandosene la proprietà, cessa eo ipso di essere sovrano e diviene un privato e un tiranno.  Con questo scenario la sovranità popolare è legittimata ad abbattere i tiranni e a denunciare i Trattati internazionali che rendono schiavi più popoli. Altro che votarli. I politicanti dei nostri giorni hanno trovato l’ennesimo inciucio per ammagliare gli elettori: parlano di stipulare un contratto.

Ebbene la caratteristica fondamentale del “Contratto politico” è che è limitato ai singoli fatti, ed è stabilito sul procedimento democratico sulla base della mutualità (reciprocità) e della convenienza dei singoli partecipanti al voto. In questo modo la Legge viene formata indipendentemente dalle convenienze elettorali dei gruppi politici e delle persone che questi fanno eleggere (i rappresentanti). I cittadini, chiamati a scegliere sui fatti con i referendum, sono così svincolati dal legame ideologico e possono scegliere esclusivamente in base ai loro interessi e alle loro aspettative di vita. 

La conseguenza di ciò è duplice: viene meno il potere dei partiti che vengono ridotti a fornitori di informazioni su ciò che è oggetto di volta in volta della singola scelta, e viene realizzata una forma di Stato e di Governo sempre aderente alle attese ed agli interessi della maggioranza degli aventi diritto al voto che partecipano. A questo punto, essendo stabilita e accettata dalla maggioranza a priori la garanzia del procedimento democratico, e variando in continuazione le persone che formano la maggioranza e la minoranza sui fatti limitati, non è neppure immaginabile l’esclusione della minoranza o il dominio assoluto della maggioranza, semplicemente perché verrebbe meno la garanzia del procedimento democratico che costituisce la base dell’eguaglianza e della libertà sulla quale si è originariamente fondata la società e lo Stato. 

A questo punto ognuno può pensarla come vuole; ma se un tempestivo referendum comunale deve essere fatto, esso dovrebbe avere per oggetto un nuovo assetto istituzionale possibile in conseguenza della Carta europea delle Autonomie locali, e del conseguente Decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali -, che la sovranità popolare potrà accettare o rifiutare.

Enzo Trentin

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