Étienne de La Boétie
Étienne de La Boétie

Classe politica e liberalismo sconosciuto

Vicenza – Carlo Lottieri, docente a Verona, Siena e alla Sorbona di Parigi, tempo addietro ha commentato l’opera di Étienne de La Boétie, e praticamente ha spiegato l’atteggiamento di molti vicentini hanno assunto nei confronti delle elezioni comunali. Scriveva tra l’altro: “Se non è certo facile individuare il maggiore interprete del liberalismo, sembra forse un po’ più agevole rintracciare quella che storicamente è stata la prima significativa manifestazione della teoria liberale. In questo senso non pare del tutto arbitrario sostenere che tale dottrina abbia mosso i suoi primi passi nella Francia cinquecentesca grazie a un uomo che scrisse un solo testo importante sulla politica e della cui vita sappiamo ben poco: Étienne de La Boétie. Non vi è il minimo dubbio che già prima del sedicesimo secolo avevano visto la luce molte importanti riflessioni sulla libertà: sia all’interno della filosofia greca che nella tradizione religiosa ebraico-cristiana. Ma il liberalismo non è tanto e soltanto una concezione che colloca al centro della scena la libertà degli uomini: esso esprime soprattutto la resistenza della società civile di fronte allo Stato moderno e alla pretesa del sovrano (oggi diremmo: della classe politica) di collocarsi al di sopra dell’ordine sociale, dominandolo e «rioganizzandolo”.

Quando poco dopo il 1550 il giovanissimo La Boétie scrive il suo “Discours sur la servitude volontaire” (che ebbe una grande diffusione anche con il titolo di “Contr’un”) Niccolò Machiavelli aveva già consegnato alla posterità “Il Principe” e, con esso, quella drammatica sottrazione del sovrano a ogni vincolo morale. Jean Bodin, al contrario, doveva ancora realizzare “Les Six Livres de la République”, l’opera con cui l’idea di sovranità era destinata ad acquisire un’autonomia e una pienezza mai prima conosciute. Il “Discours” di La Boétie vede insomma la luce in un’epoca durante la quale il pensiero politico europeo stava elaborando una creatura nuova, lo Stato, destinato ad aggredire sempre più l’autonomia dell’individuo e la facoltà di autogovernarsi delle comunità volontarie, fino a mettere progressivamente in discussione la possibilità stessa degli uomini di interagire e cooperare pacificamente.

Di fronte a questa storia (che è la nostra storia: quella vicenda che ha conosciuto la propria funerea apoteosi nella tragedia dei totalitarismi), La Boétie comprende il carattere illegittimo della coercizione istituzionalizzata che sta prendendo forma in Francia e, oltre quei confini, in varie parti d’Europa. Egli avverte l’ingiustizia di una società in cui un uomo (con l’aiuto di pochi altri) impone il proprio volere a masse sterminate di sudditi, i quali vengono sistematicamente dominati e oltraggiati. Egli comprende la natura di tale violenza e accetta di farsi scandalizzare da essa.

Non senza avvertire un qualche turbamento di fronte alla misteriosa sproporzione esistente tra il numero di quanti comandano e di coloro che ubbidiscono, il giovane giurista del Périgord pone dunque mano a un’analisi razionale del potere e in tal modo denuncia quella complessa catena di favori, clientele e privilegi grazie ai quali il ceto politico riesce a difendere la propria posizione e a diffondere l’illusione – per usare le parole di Frédéric Bastiat – che grazie a esso “tutti possano vivere alle spalle di tutti”.

Ma un’altra straordinaria caratteristica di questo testo è che in esso la libertà politica è concepita già in senso pienamente liberale: quale libertà dal potere. Per il francese, godere della libertà politica non significa altro che poter perseguire i propri scopi senza essere aggrediti dalle istituzioni e senza aggredire altre persone. Questa libertà si regge, da un lato, su un’idea della libertà quale diritto individuale naturale, ma rinvia al tempo stesso al riconoscimento dell’inviolabilità della persona che è di fronte a noi. La libertà di cui ci parla La Boétie non è insomma la libertà socialista ricercata da quanti chiedono alle istituzioni pubbliche di educarli, nutrirli, curarli e divertirli; e neppure la libertà arbitraria di quanti perseguono l’aspirazione a poter fare qualunque cosa, senza riconoscere nella vita e nella proprietà altrui un limite invalicabile.

Affermando una concezione talmente radicale della grandezza di ogni singolo essere umano, questo testo appare ancora oggi – dopo parecchi secoli – un duro atto d’accusa contro i monarchi e, più in generale, contro i governanti; ma esso rappresenta al tempo stesso una ben precisa denuncia della passività di quanti accettano il loro strapotere o cercano in ogni modo di trarre vantaggio dal monopolio della violenza legale. A tale riguardo è piuttosto significativo quanto Michel de Montaigne ci riferisce nel momento in cui afferma che l’autore del “Discours” avrebbe certo preferito essere nato a Venezia piuttosto che a Sarlat.

Egli considerò dunque un’autentica iattura il fatto di vivere all’interno del primo grandioso esperimento statuale, ed è probabile che anche in epoche successive egli avrebbe mostrato un’aperta preferenza per quella che Gianfranco Miglio ha chiamato «l’altra metà del cielo»: quell’insieme di realtà istituzionali europee che – dalla Serenissima alla Confederazione elvetica, alle Province Unite – non adottarono il modello vincente (nel corso dei secoli sempre più ossessionato dai temi della centralizzazione burocratica, dell’omogeneità nazionale, della continuità territoriale, e così via).

Contestando che il reale sia sempre e comunque razionale (ma anche rigettando ogni riduzione della legittimità alla legalità), La Boétie inaugura un pathos che sarà proprio del liberalismo nelle sue espressioni più nobili e che nel ventesimo secolo abbiamo ritrovato soprattutto in talune esperienze del dissenso. Ma la condanna dei sovrani non comporta la piena assoluzione delle vittime. Al contrario, nelle sue pagine sul mistero dell’obbedienza egli mostra come il potere nasca sempre in qualche modo dal consenso: per paura, ignoranza o convenienza. Ed è proprio perché le cose stanno in questi termini che l’autore invita i propri simili a riconquistare la dignità perduta.

Non vi è il minimo dubbio, d’altro canto, che molte catene non si spezzano solo in ragione del fatto che siamo abituati a considerare giusto e perfettamente naturale ciò che da tempo abbiamo dinanzi agli occhi. Per David Hume l’abitudine ha il merito di rendere sopportabile il dispotismo (dato che «consolida quello che altri principi della natura umana avevano imperfettamente costituito»), ma questo era già ben chiaro allo stesso La Boétie. Accettare di farsi sorprendere dalla realtà, d’altra parte, sarà proprio la sfida più difficile che egli proporrà ai suoi lettori.

Come ha scritto Murray N. Rothbard, nel “Discours sur la servitude volontaire” è messo in evidenza che «se la tirannia davvero si basa sul consenso di massa, allora i mezzi naturali per il suo abbattimento sono semplicemente costituiti dal ritiro di massa di quel consenso». Il che ci permette di constatare come fin dai suoi primi passi il pensiero liberale abbia saputo individuare nel dialogo, nella persuasione e nell’educazione le uniche strategie legittime verso il cambiamento; che sono poi le stesse armi a cui può fare ricorso oggi chi intenda continuare a cercare una «via d’uscita» per quanti non vogliono accettare i rigori dell’ordine costituito e l’apparente fatalità delle logiche che lo ispirano.

Luciano Spiazzi

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