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Antonio Albanese nel suo personaggio di Cetto La Qualunque, straordinaria parodia di certa politica italiana
Antonio Albanese nel suo personaggio di Cetto La Qualunque, straordinaria parodia di certa politica italiana

Quella rappresentativa è vera democrazia?

Vicenza – È vero, anche in altre nazioni si vivono fasi alterne e dense di retorica, ma di là di quello la politica si ritaglia una parte importante, che da noi è più invisibile della faccia nascosta della luna. L’altra parte della politica si chiama “policy”. Una policy è l’analisi pragmatica di un problema e la ricerca di una soluzione. Nei paesi di cultura anglosassone la politica oltre che “politics” è formata da questa parte sommersa, silenziosa, ma viva e salutare per la società. I policy maker lavorano in base a capacità e merito, tra i progressisti come tra i conservatori. Vale, come si dice, più che la parola l’esempio.

Tanto per cominciare, a un politico non importa un accidente di qualsiasi altra cosa che non siano i voti. Pesa tutto nei suoi pensieri secondo i voti, unità di misura per un uomo in quella posizione. Il fatto che alcuni tra i votanti siano matti, non ha nessuna importanza. È il loro voto che conta. Si consideri poi come a molti politicanti conviene sostenere che la democrazia diretta sarebbe in conflitto con la democrazia rappresentativa. Questa tesi è talvolta sostenuta da alcuni con l’argomentazione che l’autorità del Parlamento viene minata dai referendum e dagli altri strumenti di azione-deliberazione popolare, e che il primato della politica viene minacciato dai referendum.

Si noti l’inganno: la democrazia viene fatta coincidere con la democrazia rappresentativa, come se la rappresentatività fosse l’essenza della democrazia. I referendum minaccerebbero perciò la democrazia. In realtà, non è affatto la rappresentatività ad essere l’essenza della democrazia, ma la sovranità popolare. Non sono solo i dittatori, come Hitler e Stalin, ad aver dipinto se stessi come rappresentanti del popolo, ma anche vari re assolutisti nel corso della storia. Un sistema puramente rappresentativo è una corretta interpretazione della democrazia soltanto in una specifica circostanza: se i cittadini sono in accordo con esso. Tuttavia gli studi mostrano costantemente che non è più così a partire dagli anni ’70 del ventesimo secolo: la maggioranza della gente sostiene invariabilmente l’introduzione del processo decisionale democratico diretto.

In altre parole, l’affermazione che l’autorità parlamentare venga minata dai referendum e dagli altri strumenti di azione-deliberazione popolare non è rilevante. Che dire poi dei molti referendum voluti e votati dagli italiani ed elusi dal Parlamento? Un Parlamento non è un fine in sé: il Parlamento è lì per la democrazia; non è la democrazia che è lì per il Parlamento. Pertanto non si può chiedere che la democrazia venga limitata dal rispetto per il Parlamento. Il popolo è un organo dello Stato che esercita, oltre alle competenze elettorali classiche, delle attribuzioni specifiche in materia costituzionale, convenzionale, legislativa o amministrativa.

Se venisse introdotta la democrazia diretta, verrebbe in realtà ripristinato il valore del Parlamento (e ciò vale per Comuni, Province e Regioni), in quanto i cittadini sarebbero implicitamente invitati a dimostrare la loro fiducia ad ogni decisione parlamentare. Se essi non lanciano un’iniziativa dopo che il Parlamento ha passato una legge, ciò può sempre esser interpretato quale mozione di fiducia implicita. In un sistema puramente rappresentativo, il popolo non può pronunciarsi contro il Parlamento; di conseguenza non può nemmeno esprimere la sua fiducia nel Parlamento, neppure implicitamente. Può al massimo stare a casa nel giorno delle elezioni; ma l’astensione dal voto può essere interpretata in diversi modi.

Dove esiste un bilanciamento tra la democrazia rappresentativa e democrazia diretta, i politici appaiono rilassati e disinvolti, ma sono perennemente in campagna elettorale. Ogni giorno è per loro “il giorno prima delle elezioni”. La democrazia diretta, principalmente con la sua funzione di deterrenza, migliora la società, migliora i partiti politici, migliora i politici e migliora anche i cittadini. E nei rappresentanti lo scrupolo a conservare un determinato comportamento è mantenuto vivo dall’eterno quesito: «E se i cittadini prendono l’iniziativa…?», o anche: «Come reagiranno i cittadini quando sapranno che ci siamo attribuiti questo o quel privilegio?» Oppure: «abbiamo rispettato il “comune sentire” con questa delibera, o con la tal legge?»

Altrimenti, invece di essere limitati ai principi e ai nobili, in una democrazia unicamente rappresentativa i privilegi diventano alla portata di tutti: tutti possono partecipare al furto e vivere del bottino rubato se solo diventano pubblici ufficiali. La democrazia non pone quindi fine alle depredazioni della monarchia assoluta, ma di fatto le incrementa. Se si ha sempre la possibilità che un’iniziativa popolare venga lanciata, il Parlamento (come i Consigli comunali, provinciali o regionali) sarà sempre sotto pressione per legiferare in accordo con la volontà dei cittadini-elettori-contribuenti.

Rimarrebbe l’opportunità per il Parlamento di contribuire all’affinamento delle proposte referendarie, compreso il diritto parlamentare di presentare una proposta alternativa, com’è prassi da lungo tempo consolidata in Svizzera ed altrove. Quanti affermano che i referendum nuocciono alla credibilità pubblica del Parlamento devono comprendere che già da tempo il popolo ha perso ogni fiducia in tale istituto [ciò vale in larga misura anche per i Consigli degli enti locali] e questo molto prima che la maggioranza dei paesi introducesse importanti diritti democratici diretti a livello nazionale.

Nel 2002 Gallup ha condotto un enorme sondaggio col quale 36 mila persone di 47 paesi sono state interrogate sul loro grado di fiducia nei riguardi di 17 istituzioni. Questo piccolo elenco includeva l’esercito, il governo, il sistema educativo, i mass media, i sindacati, il Fmi, le multinazionali, etc.. Nella classifica della fiducia i Parlamenti erano molto in basso. Il 51% degli interrogati aveva poca o nessuna fiducia nel proprio Parlamento e solo il 36% aveva un fiducia moderata o elevata. Il Parlamento registrò un punteggio particolarmente basso nei paesi europei. I due terzi della gente consultata concordava che il loro paese non era governato dalla volontà della maggioranza.

Quando fu chiesto: «Le cose in genere stanno andando meglio nel mondo?», nella maggior parte dei paesi solo una minoranza dava una risposta affermativa: solo il 13% dei tedeschi, il 14% degli italiani, il 23% degli olandesi e il 25% dei britannici. In altre parole: coloro che sono felici di conservare i Parlamenti così come sono, si sforzano solo di salvare le apparenze. In realtà, la maggioranza ha perso da lungo tempo la sua fiducia nei Parlamenti nei sistemi fondamentalmente rappresentativi. La riprova ce l’abbiamo nell’ultimo decennio, all’incirca, con l’affermazione dei cosiddetti populismi.

Alcuni oppositori dei referendum formulano questo concetto: il primato della politica è compromesso dai referendum. L’ipotesi sottesa è, a quanto pare, che politica equivalga a Parlamento e Governo. La politica invece è idealmente un foro in cui tutti i cittadini partecipano. Vista sotto questa luce, la democrazia diretta non minerà mai l’importanza della politica, ma le darà invece una forte propulsione. La democrazia diretta può portare a un foro politico vivace e creativo.

L’impatto diretto del referendum d’iniziativa popolare (che in Italia non esiste, ma comincia ad apparire – sia pure osteggiato ed ignorato dai più – nei Comuni con la legge 3 agosto 1999, n. 265 denominata «Più autonomia per gli enti locali») non deve neppure essere sopravvalutato. Nel 1996, anno top per la democrazia diretta negli Usa, andarono al voto un totale di 102 referendum avviati dai cittadini in tutti gli stati americani, mentre lo stesso anno i legislatori eletti adottarono un totale di 17 mila leggi in tutti gli stati (M.D. Waters, 2002, «Initiative and referendum in the United States: a primer», Washington: Citizen Lawmaker Press, pag. 6).

Infine, appare contrario a qualsiasi principio democratico che una qualsiasi maggioranza di parlamentari o consiglieri comunali, provinciali e regionali (che è in ogni caso una minoranza dei cittadini-elettori-contribuenti) si arroghi la facoltà di deliberare a proprio insindacabile giudizio. In questo caso si tratta d’un vero e proprio «paradosso del Comma 22», ovvero: «Poiché i cittadini eleggono, e pagano, un certo numero di rappresentanti per delegare loro alcune decisioni, costoro vogliano deliberare come credono, anche quando gli elettori, attraverso il referendum o gli altri strumenti della democrazia diretta, intendono decidere da sé.» Esilarante!

Enzo Trentin

2 Commenti

  1. Sig. Orazio di Bella, lei ha ragione laddove scrive: «Usando lo stesso linguaggio, non solo si tratta di saldare elettorato ed eletti, ma di tagliare i vincoli tra eletti e le forze che se ne servono per generare profitti senza seguire un codice etico.»

    “Un codice etico” esiste nella dottrina cristiana. Basterebbe recuperarlo.

    Più genericamente parlando: gli attuali attori politici (politicanti) sono “ostaggio” di poteri sovranazionali che hanno molto a che fare con il debito pubblico. Tuttavia quest’ultimo si può ridurre sino a renderlo accettabile, e con ciò ridurre l’influenza dei poteri “occulti”. (si fa per dire, ovviamente).

    Insomma, non soltanto io, individuo nell’appropriazione della sovranità popolare l’emancipazione dalla schiavitù sostanzialmente di tre tipi: innanzitutto i pregiudizi e il senso d’inferiorità che è stato inculcato ai cittadini fin dalla nascita; secondariamente, come è ovvio, i padroni schiavisti che beneficiavano del loro sfruttamento (i tax consumer: politici, burocrati, imprenditori che senza la “protezione” dello Stato non saprebbero stare sul mercato) che non vogliono perdere i notevoli vantaggi economici derivati dalla loro condizione di “rappresentanti”; infine, i peggiori nemici in assoluto sono gli altri schiavi che si sono ormai abituati alla condizione di sottomissione, come se si trattasse di un destino ineluttabile. Tra questi ultimi, i più feroci nemici dell’emancipazione e della libertà sono gli “schiavi vecchi”. Coloro che senza i sussidi di Stato non saprebbero come campare.

  2. Orazio di Bella

    Ho trovato diversi argomenti validi nel suo saggio.
    Particolarmente la frase
    “non è affatto la rappresentatività ad essere l’essenza della democrazia, ma la sovranità popolare”
    va incorniciata, perché siamo già arrivati al punto dove pubblicamente sui media viene negato, che la sovranità del popolo debba essere presa in considerazione, già che porta a scelte poco sagge.
    Che sarebbero scelte di rifiutare un particolare percorso imposto da “mercati” (definiti così per nascondere che si tratta di persone).

    E con ciò arrivo già all’osservazione critica (non intesa in senso diminutivo):
    Lei spiega abbastanza bene, che intendere “rappresentaza” come cessione di sovranità vuol dire proprio sospendere la democrazia, e che invece l’apertura alla partecipazione è esercizio di sovranità e quindi legittimizzazione dell’operato legislativo e governativo.

    In altri termini, si tratta di unire o legare elettori ed eletti, per creare un vincolo.
    Inteso sia come pressione e obbligo, sia come andare in sintonia.

    La parte che mi manca però, è che la realtà ci dice che una forza nascosta tira i fili e usa politici, partiti, istituzioni per andre in una direzione che la stragrande maggioranza di cittadini non riesce a riconoscere come vantaggiosa e benefica per la collettività!

    Usando lo stesso linguaggio, non solo si tratta di saldare elettorato ed eletti, ma di tagliare i vincoli tra eletti e le forze che se ne servono per generare profitti senza seguire un codice etico.

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