Sbrollini: Sciopero della fame per i diritti dei disabili"

Si prepara una restaurazione e la chiamano riforma

Vicenza – Ci si lasci dire che troviamo indecorose e insopportabili le reciproche accuse che si scambiano i candidati di centrosinistra e centrodestra a proposito degli eco-mostri vicentini: Borgo Berga, nuovo palazzo di giustizia, e la palude del Parco della Pace. Dov’erano loro quando questi “misfatti” furono perpetrati? Quali proteste o azioni, all’epoca, hanno palesato per opporvisi? Non erano forse succubi del loro “padroni” politici? Per quale credibilità l’elettorato dovrebbe premiarli con il voto, considerato che all’epoca furono testimoni ignavi?

Anche il candidato del M5S non suscita alcun entusiasmo, perché pur parlando di voler introdurre strumenti di democrazia diretta attraverso i quali i cittadini possono imporsi sulle decisioni dei loro rappresentanti, non solo ha dimostrato di non sapere che gli strumenti per l’esercizio della sovranità popolare esistono (si veda qui e qui), ma nemmeno ha indicato, sinora, come potrebbero essere normati, considerato che come sono ora congegnati non servono a nulla.

Eppure in un intervenendo in video su Facebook, Luigi Di Maio, prevedendo che anche il forno del Pd non avrebbe portato ad un governo con il M5S essendo l’ipotesi contrastata da Matteo Renzi, ha affermato tra le altre cose: «In queste settimane alcuni ci hanno criticato per aver provato a firmare un contratto di governo con gli uni o con gli altri. Io quest’azione la rivendico, il M5S è post ideologico, le nostre idee non sono né di destra né di sinistra, le idee o sono buone o sono cattive. E avevamo tutta l’intenzione di portare a casa il risultato, lo abbiamo dimostrato concentrando il dibattito sui temi e non sulle poltrone».

Allora sottolineiamo al candidato Di Bartolo che il nostro desiderio di dibattito pubblico era sui temi della democrazia diretta, poiché noi non desideriamo alcuna poltrona. Lasciamo dunque che questi candidati se li votino i tax consumers che dalla loro elezione trarranno giovamento, poiché i cittadini comuni da questo tipo di democrazia non saranno sicuramente avvantaggiati.

  • La democrazia nasce per liberare la popolazione dall’oppressione di una casta dominante.
  • La democrazia quindi ha un fine preciso e molto concreto: impedire che la popolazione subisca passivamente un’autorità superiore.
  • Allora niente più dominatori, i sudditi diventano cittadini, diventano essi stessi la massima autorità e quindi si autogestiscono.
  • Come realizzare una simile forma di governo?
  • Dall’antichità ci giunge il sistema diretto, nel quale tutti i cittadini si riuniscono in un’assemblea e prendono le decisioni in modo collettivo. Cosa questa che avviene ancor oggi in molti Comuni svizzeri.

Nei moderni Stati nazionali, non potendo riunire in una sola assemblea migliaia di persone si è introdotto il metodo indiretto. Ora i cittadini non partecipano all’assemblea ma inviano dei rappresentanti che lo faranno al posto loro. Però se i cittadini delegassero tutti i loro poteri ai rappresentanti, questi diverrebbero la nuova massima autorità, segnando la fine della democrazia. I cittadini-elettori-contribuenti devono mantenere, invece, la propria sovranità conservando il potere di sostituire, in qualsiasi momento, i propri rappresentanti in caso li deludano, ed accettare o rifiutare le leggi e le delibere che non li soddisfano. Se venisse meno la capacità di eleggere o rimuovere liberamente e consapevolmente leggi, delibere, e rappresentanti, verrebbe meno anche la democrazia.

Tuttavia nel mondo attuale per essere eletti non serve rappresentare i cittadini. È necessario procurarsi adeguati finanziamenti per le campagne pubblicitarie. Oppure per manipolare l’informazione sui mass media. Bisogna inoltre entrare nella lista dei candidati controllata in genere dai partiti e non dagli elettori. Vince le elezioni chi meglio riesce a circuire il cittadino medio. Ma… imbrogliare qualcuno è il contrario di rappresentarlo!

In molti Stati i cittadini non possono cambiare i candidati del partito, e quindi è assai difficile sostituire quelli che hanno mal governato. Ci si riduce al massimo ad una vuota alternanza fra due falsi schieramenti uniti nella conservazione del potere. Oggi, in Italia, non siamo in grado di eleggere liberamente e consapevolmente i nostri rappresentanti né tanto meno rimuoverli. Per definizione allora non viviamo in un mondo democratico.

Eppure l’Art. 1, Comma 2 della Costituzione sancisce: «La sovranità appartiene al popolo…» Da nessuna parte di questo testo, poi, c’è scritto che essa è ceduta tramite il voto ai partiti. Art. 49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Venti striminzite parole e solo per dire, quasi di malavoglia, che i cittadini hanno il diritto (possono, ma non è obbligatorio e forse neanche opportuno) di organizzarsi in partito. E i partiti concorrono a determinare la politica. Dunque, secondo quest’ultimo articolo ci sono altri soggetti legittimati a “governare”: i cittadini-elettori-contribuenti appunto.

Non bastasse, Piero Ostellino, sul “Corriere della Sera” di lunedì 23 agosto 2010, scriveva tra l’altro: «L’articolo 1 della Costituzione recita: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non spetta agli eletti dal popolo, che ne hanno solo l’esercizio, porre limiti alla sovranità popolare. Che non deve trovare nelle procedure un ostacolo, bensì la propria piena realizzazione. Il soggetto è la sovranità, non sono le forme e i limiti nei quali il popolo la esercita».

Tuttavia i partiti italioti fanno orecchie da mercante. L’ennesimo esempio lo propongono a Vicenza (e per la verità quasi ovunque nel paese di Arlecchino & Pulcinella) dove lo Statuto prevede gli Istituti di partecipazione popolare, salvo “disinnescarli” come abbiamo più volte scritto in questo quotidiano e altrove. Certa politica politicante si fa lustro con il Bilancio Partecipativo, attraverso il quale viene instaurata la “democrazia dei rimasugli” (post-democrazia); ovvero la vecchia e stantia democrazia partecipata. Ne abbiamo già parlato qui.

Il libero arbitrio, per i politicanti, è esercitato con la costituzione di enti inutili, partecipazione ad imprese produttive (municipalizzate, partecipate etc.) in manifesta concorrenza con il libero mercato, e chi più ne ha più ne metta. La cronaca degli oltre 70 anni di questa repubblica è piena di esempi. Eppure i parlamenti erano sorti per controllare e limitare le spese dei sovrani; ma i “cittadini sovrani” non possono controllare e limitare le spese del parlamento o degli enti locali, ed in questo caso le istituzioni sono occupate dai partiti.

Malgrado gli esponenti del centrosinistra e del M5S abbiamo pubblicamente dichiarato di voler modificare le regole a favore di una maggiore partecipazione popolare, di bozze dello Statuto da verificare, commentare, implementare o correggere da parte del “popolo sovrano” non se ne sono ancora viste. Finora solo vaghe promesse e “ciacole” in cambio di fiducia cieca e preferenza di voto. Gli strumenti di democrazia diretta dovrebbero essere: le proposte di delibera d’iniziativa popolare, le istanze e le petizioni, ma anche il recall e il Procuratore civico qui prefigurato.

Qualcuno (pochi purtroppo) s’è incamminato su questa strada. A titolo d’esempio si confronti lo statuto del Comune di Vignola (Modena). Gli strumenti di democrazia diretta sono al  Titolo II – Istituti di Partecipazione e di Democrazia Diretta – dall’Art. 9 all’Art. 27. È stato anche approvato l’apposito nuovo regolamento comunale. In assenza di riforme come quelle indicate ed altre consimili, l’elettore berico e peninsulare assomiglia sempre più al personaggio interpretato e diretto da Charlie Chaplin nel 1917, nella pellicola dal titolo “Il suo passato preistorico” (His Prehistoric Past), conosciuto anche come Charlot re per un giorno.

Il “suddito” italiota è re solo il giorno delle elezioni, dopo è nulla, e guai a lui se non rispetta le leggi e paga le tasse, che dall’alto i suoi “rappresentanti” (si fa per dire) gli calano. In assenza delle bozze di nuovo Statuto su cui orientare le preferenze elettorali non ci sono che magniloquenti affermazioni, ma nelle condizioni che abbiamo cercato d’illustrare più sopra non ci resta che constatare:

  • Il disprezzo del popolo
  • L’avversione allucinata per le riforme democratiche
  • La nausea morale

Questi sembrano tempi propizi a dire che tutto deve essere dimenticato. C’è in giro una gran voglia di rivincita. Si prepara una restaurazione e la chiamano riforma istituzionale. E come ogni restaurazione che si rispetti, irresistibilmente assume caratteri reazionari, ed è destinata a incontrarsi con il potere personale. Eccolo, il regime che ci aspetta, che sta arrivando, che, prima o poi, saremmo costretti a vivere. Con i mezzi d’informazione in mano ai potentati economico-politici o sovvenzionati dagli stessi partiti che dominano il Parlamento, le Regioni, le Province e quasi tutti i Comuni, i sentimenti prevalenti sono prima di rigetto a cui segue una stanchezza rassegnata. Che altro dire, pensare e scrivere ormai di fronte a questa storia sprezzante ed offensiva?

Enzo Trentin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *