"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" (In foto Burt Lancaster nel film "Il Gattopardo" di Luchino Visconti)
"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" (In foto Burt Lancaster nel film "Il Gattopardo" di Luchino Visconti)

Politica, siamo ancora alla Prima Repubblica 

Vicenza – Farsi un giro sui media per conoscere ciò che dicono i candidati di centrosinistra e centrodestra (gli altri sono pressoché silenti) può essere istruttivo. È questo il cambiamento? Tutto si accetta purché si arrivi ad occupare una poltrona? È la partitocrazia che ora si chiama “cambiamento”? «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» è la frase scritta nel romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Prendiamone atto: è ancora Prima Repubblica.

Ho spesso riflettuto circa l’analogia inquietante sussistente tra i salmoni catturati in una trappola e una popolazione umana imprigionata in quel regime istituzionale che siamo soliti chiamare “Stato onnipotente” a democrazia rappresentativa. Proprio come lo stretto condotto della trappola per salmoni intercetta i pesci nel corso del loro normale ciclo di vita e li induce in cattività, così svariati meccanismi politici, ed il paternalismo ad essi associato, intercettano i cittadini nel corso della loro esistenza quotidiana, sospingendoli verso la dipendenza dallo Stato. I salmoni, istintivamente, si sforzano per ritornare verso i loro luoghi di origine.

Gli esseri umani si ingegnano per ottenere ricchezza e sicurezza e, se lusingati di poter ottenere qualcosa in cambio, apparentemente, di nulla, sono sollecitati a discostarsi da una condotta di vita normale, in grado di auto-sostenersi, per supportare integralmente la propaganda politica, tesa alla rapina dei propri simili per mezzo dello Stato. Solo quando è troppo tardi, se mai, le persone realizzano che i parassiti-taglieggiatori, i quali li hanno artatamente indotti a sostenere l’espansione delle dimensioni del settore pubblico, del suo ambito di ingerenza, e del suo potere, unitamente alle loro clientele assistite del settore privato (politicamente ed elettoralmente rilevanti), sono gli unici beneficiari, in grado di guadagnare veramente da questo stato di cose. Le masse di cittadini truffati si trovano asserragliati in una trappola, dipendenti in tutto e per tutto dallo Stato, dal sostentamento, al “diritto” alla casa, dall’assistenza sanitaria, all’istruzione pubblica dei loro figli, passando per la previdenza sociale nella loro vecchiaia.

Proprio come lo stretto pertugio attraverso il quale i salmoni entrano nel “cuore” delle trappole, così le vie d’uscita per persone del tutto impotenti ed in balia dello statalismo sono anguste e difficili da individuare. Per di più, tali persone dovrebbero trovare la forza di uscire da queste perverse dinamiche, alla stessa stregua di come sono state cooptate, sfidando quella che è diventata la loro naturale propensione a vivere a spese e a cura degli altri. Così come l’istinto dei salmoni li spinge a non tornare indietro, similmente, la mente umana, soprattutto quando è stata stregata dalla propaganda del governo e dall’ideologia statalista e partitocratica, ammonisce la persone a “non tornare indietro”. Dopo aver perso la capacità di assumersi le proprie responsabilità individuali, le persone hanno paura di condurre la propria esistenza in piena autonomia, come del resto hanno sempre fatto i loro avi.

In definitiva, le persone si trovano in una condizione paragonabile a quella della “pancia” nella trappola dei salmoni, una zona inespugnabile in cui crogiolarsi alla mercé dei capricci dei loro aguzzini. Tutte le vie di fuga immaginabili sono state rimosse preventivamente, in maniera tale che le persone possano solo “girare in tondo”, sognando forse la loro salvezza, ma incapaci di superare le barriere che Stato e i loro stessi schemi mentali frappongono fra loro ed una vera condizione di libertà. La gente farebbe bene ad acquisire un più intenso grado di valutazione critica circa la dipendenza dal percorso istituzionale, ed in particolare delle irreversibilità inerenti agli accomodamenti politici ed istituzionali.

Molto spesso, è molto più semplice entrare in qualcosa, piuttosto di quanto lo sia uscirne. Per mantenere la propria libertà, la propria autonomia e il rispetto di sé, le persone potrebbero ben tenere a mente il destino dei poveri salmoni, e scansare la via obbligata che il ceto parassitario e predone al comando inscena, per deviarli dal corso dello loro normale ed onesta condotta di vita. Dopo essere penetrata nel “cuore” dello Stato, la gente ha ben poche possibilità di fuga, anche se non dovrebbe mai desistere dal cercarle. Per questo i cittadini vorrebbero l’esercizio degli strumenti di democrazia diretta di facile e tempestiva attivazione, anziché essere governati da una élite di illuminati, che cercano – senza riuscirci – di evitare che facciano male a se stessi e agli altri.

Un democratico autentico e quindi “diretto” vorrebbe semplicemente che ai creduloni incolti di cui sopra non fosse consentito, a maggioranza (relativa), di mandare al governo i venditori di fumo ai quali hanno creduto. Il democratico-diretto non ha alcuna pretesa di governare gli altri, ma è contrario a essere governato da altri senza che lui stesso sia d’accordo. La differenza fondamentale è quindi nel rispetto del principio di non aggressione, che guida l’orientamento del cittadino accorto mentre è sempre violato dal politicante.

Ha scritto in un bel saggio Alessandro Fusillo, “Lo Stato è criminalità organizzata. È la storia che lo dice“. Fusillo è un avvocato obbietterete, ma il già procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri no. Gratteri, un paio di anni fa, affermò pubblicamente: “I dipendenti pubblici più pericolosi della ’ndrangheta”! Letteralmente, disse quanto segue: “Ci sono direttori generali che da vent’anni sono nello stesso posto, e da incensurati gestiscono la cosa pubblica con metodo mafioso”.

Continuando con la cronaca, lasciando per un attimo da parte la filosofia democratico-diretta. Si leggeva su “il Fatto Quotidiano” del 12 luglio 2011: “Ndrangheta più affidabile dello Stato”… “Un anno dopo il maxi-blitz Infinito che ha svelato l’esistenza del mandamento lombardo, il controllo mafioso continua. A Erba e non a Platì. Dove i cittadini si sentono protetti più dai boss locali che dalle forze dell’ordine”.

Diamo, infine, la parola ad un altro “grande” servitore dello Stato, Paolo Borsellino: “Lo Stato e la Mafia sono due poteri che occupano lo stesso territorio. O si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”. E così sarà fintanto che la sovranità popolare sarà limitata al solo giorno delle elezioni per ottenere la sola democrazia rappresentativa.

Luciano Spiazzi

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