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Politica, la parabola di un Paese in declino

Vicenza – Ormai sono mesi che le dirette dei telegiornali inquadrano la porta chiusa che adduce alle sale in cui Mattarella riceve, al Quirinale. Era auspicabile che la legge elettorale fosse inserita nella Costituzione. La legge fondamentale che in Italia dà l’avvio alla democrazia ha subito numerose evoluzioni, nessuna capace di riprodurre la fotografia della volontà generale, ma solo in grado di assicurare ai componenti di club privati le prebende del Parlamento.

Quando, col dopoguerra, è ripartito il gioco cruento della lotta di classe, e con essa lo scontro politico per assicurare alla propria parte la maggiore rappresentanza democratica, il sistema proporzionale, eccetto qualche stravagante tentativo di colpo di mano, ha rappresentato il metodo più condiviso. L’alleanza di fatto tra le forze politiche che avevano scelto questo sistema, sorgeva dalla contenuta conflittualità che la società italiana del boom economico e della prosperità a portata di mano metteva a disposizione dell’offerta politica.

L’asprezza dello scontro di classe, che alla fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70, cominciava a perdere la sua base sociale, restava confinata tra i circoli elitari ideologizzati. Il sistema proporzionale, che prevedeva la federazione delle proposte politiche, intendeva rappresentare l’Italia trasversalmente alle classi, imponendo una pax sociale che mostrava appena qualche fermento tra i partiti segregati negli estremismi ormai folcloristici, privati, o di maniera. La corruzione e il fuori scena della politica garantivano invece le classi dominanti, che avevano buon gioco nell’assicurarsi il profitto, assecondate da una popolazione ignara della realtà amministrativa.

Dopo la parentesi ebbra degli anni ’80, il paese comincia ad esprimere un notevole scontro sociale, di cui i partiti si fanno interpreti con formazioni politiche territoriali o populiste. L’esigenza di sistemi elettorali che esprimessero l’alternatività delle fazioni dà la spinta a leggi maggioritarie che restano in auge tutto il tempo necessario a smascherare la sostanziale equivalenza delle rappresentanze. Finché la crisi economica e le nuove tecnologie hanno causato un maggior grado di consapevolezza del corpo elettorale, mettendo in pericolo le sleali deputazioni democratiche.

L’immediato ritorno al sistema proporzionale, persino con illegali premi d’inciucio, rappresenta ora l’estremo tentativo di ridimensionare i parlamentari delle classi gregarie e nascondere lo scontro sociale in atto. Il dietrofront è stato agevolato da una Corte Costituzionale serva delle classi abbienti e delle aristocrazie di Stato, un progetto non avversato dai fossili della prima repubblica, affezionati alle garanzie elitarie concesse dal diritto di tribuna.

Da qualche tempo, però, il ricorso insistente al termine “ballottaggio” dimostra che i partiti tradizionali sono del tutto incapaci di rappresentare la società attuale, e che le classi dominanti sono incistate nel loro rantolo. Si rende ormai indifferibile, anche attraverso lo strumento referendario, l’adozione di un voto che dia voce definitiva ai ceti che più degli altri hanno pagato il declino dell’Occidente e la crisi dei debiti sovrani.

Giuseppe Di Maio

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