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Partecipazione Popolare per cambiare l’Italia

Vicenza – Cambiare la Costituzione con gli attuali partiti politici è cosa impossibile. Tre bicamerali: la prima dal 1982-1985, la seconda da 1992-1994, la terza dal 1997-1998, sono lì a dimostrare l’incapacità, ma forse sarebbe meglio dire il disinteresse ad una riforma così fondamentale. I partiti, infatti, perderebbero tutti i privilegi che si sono auto-deliberati. I cittadini, invece, possono esercitarsi alla “Sovranità”, partendo dal proprio Comune, ed esercitando quegli “Istituti di partecipazione” che sono previsti nello Statuto comunale (ovvero la piccola Costituzione dell’ente locale) nato grazie alla Carta europea delle autonomie locali, alla legge n. 142-1990: “Ordinamento delle autonomie locali”; alla Legge n. 265-1999: “Più autonomia agli enti locali”, e dal Decreto legislativo 267-2000 «Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali».

  • Così facendo essi cominceranno ad esercitare quella “Sovranità” che – esempio tra i tanti – hanno i cittadini svizzeri, bavaresi o statunitensi, i quali utilizzano i referendum «d’iniziativa» e «di revisione» su materie nelle quali il Consiglio comunale (ed anche quello Regionale) ha competenza deliberativa e che riguardano gli interessi dell’intera comunità.
  • Per «iniziativa», s’intendono azioni tese ad imporre a Sindaco, Giunta e Consiglio comunale, e loro omologhi, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. 
  • Per «revisione», s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione comunale, e suoi omologhi, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme. 
  • Utilizzando inoltre le petizioni, le istanze, le proposte di delibera d’iniziativa popolare, e il Procuratore civico. Una figura, quest’ultima, tutta da normare, anche se assomiglia abbastanza al Difensore civico.
  • Concretizzando l’istituto del Recall, una procedura mediante la quale gli elettori possono rimuovere un rappresentante o funzionario eletto dall’ufficio tramite un voto diretto prima che il mandato di quel funzionario sia terminato; e quant’altro, i cittadini sono in grado d’imporre la loro volontà ai pubblici amministratori. Uno strumento che era previsto all’art. 70 del primo Statuto del Comune di Vicenza (prima metà degli anni ‘90), anche se, invero, era mal congegnato.

I cittadini-contribuenti dovrebbero rovesciare l’attuale rapporto elettore-eletto. Chi vuole una carica istituzionale può indicare il suo programma politico-amministrativo; ma è diritto democratico dell’elettorato intervenire con forza deliberativa in ogni momento, poiché il popolo sovrano è un organo dello Stato che esercita, oltre alle competenze elettorali classiche, anche la funzione convenzionale legislativa o amministrativa. I cittadini, quindi, non più alla rincorsa del rappresentante (che abbiamo constatato tende a privilegiare gli “amici” e i propri “interessi”); ma strutturati in sostituzione della forma-partito tradizionale, con la nascita di «organizzazioni single issue» [per singola questione], in grado di riunire i propri aderenti su obiettivi specifici e destinate a sciogliersi una volta raggiunto lo scopo prefisso. Superando in tal modo l’esigenza di assicurare una fedeltà irrazionale ed eterna al partito o esponente politico; venendo meno l’oppressione di una struttura partitocratica votata alla conquista del potere, innanzitutto attraverso il ricorso alla corruzione ed al clientelismo. 

Cittadini responsabili che, una volta elaborati i progetti, le proposte di delibera d’iniziativa popolare, le petizioni, o i referendum (tutti strumenti che appartengono agli “Istituti di partecipazione popolare” previsti dal quadro legislativo su esposto) potranno dare sostanza alla vera democrazia. In particolare dovranno pretendere l’approvazione dell’elettorato, attraverso apposito referendum, degli Statuti e dei regolamenti annessi. È infatti democraticamente inammissibile che i rappresentanti dettino da sé le regole della comunità che essi stessi come i cittadini dovranno rispettare. Si tratta di un evidente conflitto d’interessi.

I politici, quando si trovano davanti alla richiesta di democrazia diretta, semplicemente la ignorano, ma se il clamore continua e cresce, arriva un momento in cui non è più possibile disattendere. I politici, assieme a quelli che si identificano con loro, spesso vanno a proporre misure alternative che, da un lato, intendono provare che non sono sordi alla richiesta della gente per più democrazia, dall’altro però, non sono così minacciose per quelli al potere, quanto lo sono i referendum di iniziativa popolare. Tutto ciò viene poi presentato come un tentativo per trovare strumenti che funzionino “meglio” dei referendum. Questo è stato, ad esempio, il caso del Belgio, dove la democrazia diretta fu subito collocata in cima all’agenda politica sotto la pressione di massicce dimostrazioni (le “marce bianche”) nella seconda metà degli anni ‘90, dove però, adesso, i politici stanno ritornando sulle loro vecchie posizioni e stanno ritirando il loro precedente appoggio ai referendum d’iniziativa popolare. 

A questo proposito, il giornalista Filippe Rogiers cita le affermazioni del politico belga Dirck Holemans per la democrazia “dialogica” invece che “diretta”: «La democrazia dialogica», afferma Holemans, «differisce in maniera essenziale dalla democrazia diretta. In quest’ultima il modello del mercato entra nella politica. Si parte dall’idea che, se si effettua un sondaggio, si ottiene anche un’idea dei problemi attuali in una società – considerando che democrazia in realtà significa dare alla gente l’opportunità di esaminare la loro opinione e possibilmente modificarla. Solo in questo modo si crea un sostegno sociale per i cambiamenti necessari. “Democrazia dialogica” non è democrazia diretta, è un lungo processo di annotazione e di somma di opinioni, di sì e di no. Non è un modo schivo di dare legittimità alla democrazia rappresentativa.»

Ancora: «È solo una parola molto prosaica per indicare la democrazia. Un esempio classico è dato dalla formula per le giurie popolari. In una città o in un Comune, un gruppo rappresentativo di cittadini viene convocato su  un tema specifico. Vengono date loro tutte le opportunità e le risorse possibili per formarsi un giudizio estremamente ponderato. Possono sentire testimoni ed esperti. Alla fine della loro seduta, rilasciano una sentenza e propongono una soluzione. Non si deve avere un consenso; non è necessaria l’unanimità. Anche i cittadini che hanno dovuto mandar giù un boccone amaro, almeno capiscono il motivo della decisione finale. C’è stato un dialogo e un confronto, le opinioni sono mutate.» (Knack, il 19 febbraio 2000). 

La tattica di questo tipo di ragionamenti contro la democrazia diretta è chiarissima. Dapprima viene presentata la democrazia diretta per mezzo di referendum d’iniziativa popolare come un tipo di indagine di mercato, scevra da ogni discussione sociale o da formazione di opinioni. Ovviamente nessuno può trovare questa cosa veramente attraente. Poi viene presentata l’alternativa di una democrazia “dialogica”, in cui i cittadini ottengono effettivamente le informazioni, discutono le cose tra di loro e cambiano eventualmente opinione. La confusione dei concetti qui prodotta è quella insita in due coppie di posizioni opposte: “reale formazione di opinione sociale” contro “nessuna formazione di opinione” e “sovranità popolare” contro “nessuna sovranità popolare”. Holemans e Rogiers (due politologi) respingono dunque il referendum di iniziativa popolare in base alla prima coppia, affermando che la formazione sociale delle opinioni è essenziale e che è incompatibile col referendum, e poi promuovono un’alternativa che garantisce molto la cosiddetta formazione d’opinione, ma sfortunatamente rinunciano alla sovranità popolare.

Infatti, è assurdo sostenere che un referendum d’iniziativa popolare non possa essere accoppiato a un intenso processo di formazione sociale delle opinioni. Ma cerchiamo di essere chiari, c’è un motivo intrinseco per cui il dibattito sociale è destinato a essere molto più intenso con i referendum obbligatori che non con le giurie popolari: nel primo caso molti più cittadini partecipano al processo e sono più motivati a discutere la questione perché sanno che prenderanno la decisione finale. Né Holemans né Rogiers fanno alcun sforzo per sostenere la loro premessa. Affermano semplicemente l’incompatibilità del referendum popolare con la formazione sociale delle opinioni come qualcosa di ovvio e sperano che il lettore sia ciecamente concorde.

Poi le “alternative” (quali le giurie popolari) vengono presentate come metodi operativi che garantiscono realmente la formazione sociale della opinione, anche se l’indebolimento della sovranità, che è connesso a questa “alternativa”, riceve la minor attenzione possibile e viene furtivamente presentato come qualcosa di accettabile. Rogiers lascia intendere che i cittadini non si radunano d’iniziativa propria, ma che “viene riunito un gruppo rappresentativo”. Ma da chi? Siamo ancora in attesa di una risposta esplicita.

I cittadini non si costituiscono dunque come un ente sovrano, no: «…vengono date loro tutte le opportunità e le risorse possibili per formarsi un’opinione, un giudizio pertinente ed approfondito». Vengono date? Da chi? …e restiamo nuovamente ad aspettare la risposta esplicita. In fin dei conti, i cittadini non prendono una decisione sovrana, no, essi «…propongono una soluzione». A chi? E chi adotta o respinge la soluzione? La risposta implicita, ancora una volta, è: i politici.

L’olandese Van Praag, scienziato della politica, [Ph. Van Praag (2000), «Hoe serieus nemen we de burger? De stagnerende opmars van het lokale referendum», in P. Tops / F. Hendriks] fa notare che il sondaggio cittadino e il processo di decisione interattiva si svolgono su iniziativa delle autorità (si tratta di quella operatività che va sotto il nome di Town Meeting, che è stata scopiazzata, strombazzata e pretestuosamente organizzata dal candidato sindaco di centrosinistra: Otello Dalla Rosa per la formulazione del suo programma), mentre il referendum si svolge su iniziativa dei cittadini; che c’è un dibattito pubblico assai meno intenso con il sondaggio cittadino e la decisione interattiva e sono coinvolti assai meno cittadini rispetto al referendum; e che la posizione dei funzionari pubblici e politici è molto più dominante con il sondaggio cittadino e la decisione interattiva che con il referendum. Van Praag conclude poi che, per queste ragioni, il referendum è uno strumento per servire i cittadini e che il sondaggio cittadino e le decisioni interattive sono strumenti al servizio degli amministratori pubblici. 

Tra parentesi, vale la pena d’osservare in relazione specifica alla proposta di Rogiers e Holemans, che Van Praag, ha condotto studi sul livello e la qualità del dibattito pubblico per parecchi referendum comunali nei Paesi Bassi, correttamente rileva che il processo di formazione delle opinioni, per i cittadini che utilizzano i sondaggi va molto meno in profondità che con i referendum: «Inoltre è interessante che, in un sondaggio, ai cittadini venga chiesta la loro opinione su questioni che di solito vengono prese in considerazione solo raramente o per niente affatto. C’è pertanto il pericolo che la registrazione delle opinioni dei cittadini solo mediante un’intervista rappresenti piuttosto una istantanea, che può facilmente mutare sotto l’influenza di nuovi elementi.

Ciò vale anche, sebbene in una misura minore, per i sondaggi a scelta multipla, in cui i cittadini vengono incoraggiati a pensare a idee politiche alternative. Tale obiezione è assai meno valida per un risultato referendario. Il vantaggio di un dibattito pubblico, dovuto a un referendum, è che tutti i cittadini vengono messi di fronte a diversi argomenti per un periodo di tempo più lungo. La formazione delle opinioni dei cittadini in genere si è cristallizzata meglio dopo alcune settimane e muterà meno facilmente sotto l’influenza di nuove informazioni».

Il referendum risulta dunque essere l’innovazione amministrativa più popolare tra la gente. Nel 1998 l’Ufficio di pianificazione sociale e culturale olandese fece un sondaggio, nei Paesi Bassi, sul sostegno popolare riguardo a cinque innovazioni proposte. Il referendum, con un livello di sostegno del 80%, ha ottenuto la percentuale più elevata. Concludendo: la democrazia diretta è nell’interesse dei cittadini, mentre quella rappresentativa o dialogica è nell’interesse dei politici.

Enzo Trentin

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