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Giusy Laganà, a sinistra nella foto, con Valentina Pitzalis
Giusy Laganà, a sinistra nella foto, con Valentina Pitzalis

Violenza, “Nessuno può toglierti il sorriso”

Breganze – Come già riportato in un’altra pagina del giornale, ieri sera è stato dato il via ufficiale al progetto “Mai più”, un nuovo servizio di emergenza a disposizione delle vittime di violenza. Conclusa la presentazione, la serata è proseguita con la conferenza “Nessuno può toglierti il sorriso”, nel corso della quale Valentina Pitzalis ha raccontato la sua esperienza di violenza alla quale è miracolosamente sopravvissuta.

Un incubo, un inferno. È difficile far capire davvero cosa ha provato Valentina, giovane e bella ragazza sarda, la cui vita è stata drammaticamente stravolta dall’incontro e dal matrimonio con Manuel Piredda, un uomo che diceva di amarla e che lei amava. Un compagno che dopo mille vessazioni, racconta lei stessa, una sera di aprile di sei anni fa, l’avrebbe cosparsa di cherosene dandole fuoco. Nel rogo il marito è morto e lei è rimasta sfigurata, e ne porterà i segni per tutta la vita: sul suo corpo, trasformato e mutilato, ma anche nell’animo.

Il dovere di cronaca ci impone comunque di aggiungere che la famiglia Piredda ha sempre contestato questa ricostruzione dei fatti, ed ha presentato numerosi esposti. Sulla base dell’ultimo, nel quale si ipotizza che sia stata la donna ad uccidere il marito, la Procura di Cagliari, l’anno scorso, ha riaperto il caso e Valentina Pitzalis figura come indagata per omicidio, come atto dovuto.

“Non voglio essere un esempio – ha sottolineato la giovane appena presa la parola – quanto invece un monito. Vi esorto infatti a non comportarvi come ho fatto io: aprite gli occhi, riconoscete i campanelli d’allarme e salvatevi finché siete in tempo”. L’incubo di Valentina, una ragazza forte, emancipata e determinata, secondo il suo racconto è iniziato poco dopo essersi sposata con Manuel, nel 2006, al termine di un fidanzamento lampo, durato pochi mesi. “Con la firma sui documenti – ha raccontato – sono diventata una sua proprietà. E’ stata una cosa graduale, subdola, che purtroppo non ho saputo riconoscere subito”.

Manuel, nel racconto di Valentina, era un marito geloso. Niente a che vedere con il sentimento di insicurezza provato da un novello sposo nei confronti della giovane moglie. Si trattava di una gelosia malata, morbosa, che si è tramutata in un vera e propria violenza psicologica. “All’inizio mi diceva che non voleva che frequentassi i miei vecchi amici, poi mi controllava il cellulare e pretendeva di stare assieme 24 ore su 24. Ha cercato di distogliermi dai miei sogni, dai miei desideri ed io, come una scema, a volte presa per sfinimento, l’ho lasciato fare”.

“Mi rendevo conto che i suoi atteggiamenti non erano normali e ora mi vergogno di aver accettato certe cose, ma avevo fiducia in lui ed ero davvero convinta che assecondandolo, tutto sarebbe andato per il verso giusto, che sarebbe cambiato. È stato un errore gravissimo”.

Dopo circa due anni di privazioni e di paranoie sempre maggiori, anche legate all’abuso di psicofarmaci (“Di notte dovevo svegliarlo per farmi accompagnare in bagno, non ci potevo andare da sola”), Valentina si rende conto che da parte del marito non c’era alcuna volontà di mutare atteggiamento e così decide di chiudere la relazione. Non un taglio netto, in realtà, perché i due continuano a vedersi. In ogni caso la ragazza riprende in mano la sua vita, conclude gli studi e comincia a lavorare.

Dopo un nuovo allontanamento, Valentina viene a sapere che suo marito non sta bene, così si preoccupa e lo contatta. “Era in difficoltà e l’ho aiutato, ma lui ha ricominciato con le sue paranoie”. Poi il tragico epilogo, nella notte tra il 16 e 17 aprile 2011. E’ Giusy Laganà, dell’associazione “Fare x bene onlus“, a raccontare la brutale aggressione. Lo fa leggendo le pagine di “Nessuno può toglierti il sorriso”, il libro che narra l’incubo vissuto dalla 34enne Pitzalis, diventata oggi un simbolo della lotta contro la violenza sulle donne e un esempio di vita.

Ad ascoltare la cronaca di quegli istanti drammatici, Valentina si lascia andare alle emozioni e qualche lacrima le riga il viso. “Non mi piace reagire così – si scusa -, sono in imbarazzo, perché piangendo non mi sembra di trasmettervi tanta forza”. Dopo l’inferno, però, è arrivata la rinascita. “Ho passato sei mesi in ospedale: tanti interventi, tanta rabbia e tanta sofferenza. Nessuno aveva scommesso sulla mia sopravvivenza. Il percorso è stato ed è tutt’ora difficile. All’inizio scongiuravo i medici di lasciarmi morire, ma poi ho trovato la forza per reagire e trasformare questa disgrazia in qualcosa di positivo per gli altri. Testimoniare quanto ho subito è importante, perché possa non accadere più”.

Il messaggio che Valentina vuole lanciare alle donne è chiaro. “Dovete riconoscere i campanelli d’allarme, avere la consapevolezza di quello che state vivendo e non accettarlo. Nulla di ciò che è violento si può far passare per amore. Non provate vergogna e denunciate. A vergognarsi devono essere quelli che compiono questi atti. Sebbene non lasci segni visibili sul corpo, la la violenza psicologica è pericolosa e non va sottovalutata”.

Ilaria Martini

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