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Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una sua visita a Vicenza, nel 2015
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una sua visita a Vicenza, nel 2015

Italia, storia di una democrazia ammalata

Vicenza“Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare, diceva Mark Twain”. Già, e pare proprio che tutta la democrazia sia uno straordinario apparato di controllo sociale, un sistema di consenso, universale e costante, con cui le masse ignare confermano la loro sudditanza alle élite al governo. L’ultima telecamera che due anni addietro filmò l’assemblea della Trilaterale riunita a Roma, fu quella che registrò l’elogio di Sergio Mattarella a David Rockefeller e alla sua felice intuizione. Il presidente della Repubblica Italiana stava benedicendo un club privato che avrebbe avuto di fatto la possibilità d’influire sulla vita delle democrazie occidentali e sulle loro economie, senza che in questo il popolo sovrano avesse parte alcuna.

Nei due anni successivi, tutte le forze politiche si sono sperticate in altrettanti elogi sulla saggezza del capo dello Stato, alcune di queste dimostrando più di altre di temere la sua disapprovazione istituzionale. Difatti, negli interstizi delle regole, nelle interpretazioni del dettato costituzionale, si spalanca la realtà del sistema democratico, che protegge gli interessi delle classi dominanti e sfavorisce le maggioranze, soffocate dalle illusioni delle sovrastrutture ideologiche. Si chiarisce come la democrazia non sia generata dalla volontà generale, ma dalle oligarchie economiche, tirannicamente gelose di spartire il loro dominio con un popolo generico e disinteressato.

I risultati del referendum sulla Brexit sono ancora cocenti per l’establishment europeo. Ed ecco che l’efficacia dell’articolo 1 della Costituzione italiana si scontra con la cattiva interpretazione dell’articolo 92, la sovranità del popolo contro la volontà di un singolo, espressione dei gruppi di potere privato. O forse i padri costituenti avevano pensato ad una figura di monarca assoluto che generava un governo servo (ministro, appunto) della sua volontà e non della volontà generale? Lo scollamento dell’azione politica dal popolo sovrano ha prodotto una classe politica di straordinari impresentabili, ma che declinano senza tentennamenti il verbo servile all’ordine economico.

Sergio Mattarella ha asperso il capo di Alfano, Lorenzin, Fedeli e Madia senza battere ciglio, ha firmato la riforma bocciata il 4 dicembre dai cittadini e l’attuale legge elettorale, ora però s’inventa un potere di veto assolutamente non previsto dalla Costituzione. E’ più che chiaro che l’articolo 92 parla di un controllo morale e giuridico sulla nomina dei ministri, e che in nessun caso il presidente della Repubblica può imporre indirizzi politici che stravolgano il risultato delle elezioni. La frequenza di scontri istituzionali in Italia dimostra che è assolutamente necessaria qualche correzione della Carta, e intanto ricordiamo che Mattarella è stato eletto da un parlamento composto con una legge dichiarata incostituzionale.

La difesa ad oltranza del sistema dominante contro l’emergente volontà popolare, ha proceduto senza pudore nella svalutazione dei leader vincitori prima e dopo le elezioni; ha tartassato le coscienze sulle loro supposte incapacità, sulla lentezza dei loro confronti politici, sulle qualifiche del premier incaricato; ha allarmato da due settimane gli italiani e i mercati sull’impennata dello spread, quando questo era appena più alto del minimo dei più vicini periodi considerati; si è trincerato dietro l’ultimo baluardo costituito da una figura istituzionale favoreggiatrice del suo interesse. Questa faccenda deve essere risolta subito. Andare al voto a che serve? A riportare una percentuale ancora più alta di malcontento popolare davanti all’arbitrio di uno solo?

Giuseppe Di Maio

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