Breaking News

Il segreto delle terre dei perdenti contenti

Vicenza – A Vicenza, i candidati sindaco alle elezioni del 10 giugno si stanno contestando duramente, poiché tutti hanno rimedi “progressisti” per la soluzione dei molti problemi che gravano sulla città. Nessuno, tuttavia, promuove riforme tese a coinvolgere concretamente i cittadini elettori contribuenti. Propagandisticamente esaltano il bilancio partecipativo, instaurando così la “democrazia dei rimasugli” (postdemocrazia). Peggio ancora: sotto l’amministrazione del centrosinistra, alcuni volonterosi cooperatori alla fine sono arrivati a scrivere: «Nel febbraio 2016 è stata approvata l’ultima delibera che approva il regolamento degli Istituti di Partecipazione del Comune di Vicenza.

Si tratta della conclusione di un lungo percorso iniziato nel 2005 quando il “Comitato Più Democrazia” promosse il primo referendum consultivo della storia della città, svolto nel 2006 (sotto l’amministrazione di centrodestra retta da Enrico Hüllweck, che frappose molti ostacoli alla sua realizzazione, ndr), per chiedere l’introduzione dei referendum abrogativi, propositivi e abrogativi/propositivi senza quorum nell’istituzione cittadina.

Leggendo il nuovo statuto prima e il nuovo regolamento ci si può rendere conto come, quest’amministrazione (quella di Variati, di centrosinistra) abbia da una parte concesso l’eliminazione del quorum dai referendum e dall’altra riempito di paletti di ogni genere statuto e regolamento per impedire di fatto l’esercizio di questo diritto ai cittadini». Qui il nuovo regolamento e qui il nuovo statuto. Ma la cosa più singolare – che passa ovviamente sotto silenzio – è il reale conflitto d’interessi rappresentato dal Consiglio comunale che redige Statuto e Regolamenti a cui tutti debbono adeguarsi, ma che non vengono sottoposti all’approvazione dei cittadini che sono obbligati a  ubbidire. La chiamano democrazia rappresentativa.

Alcuni sostengono che un sistema referendario tende a bloccare ogni innovazione essenziale, perché la popolazione è incline a mantenere lo status quo. Altri affermano invece l’esatto contrario: ossia che degli attivisti entusiasti possono abusare dei referendum per impossessarsi della democrazia, poiché la “maggioranza silenziosa” di solito non va a votare.

Tuttavia, proprio ciò che è “innovazione”, e qualsiasi opinione che possa essere classificata precisamente “di sinistra” o “di destra”, è un giudizio politico che non dovrebbe essere lasciato ai tecnocrati. I Verdi, ad esempio, in Germania e in Olanda sono a favore di una forte integrazione europea, basandosi su ciò che loro considerano argomenti “progressisti”, mentre i partiti omologhi in Scandinavia e in Gran Bretagna, per le stesse ragioni “progressiste”, sono in realtà molto euro-scettici. Se i partiti “progressisti” tentano di bloccare il ridimensionamento della previdenza sociale – considerata come una “modernizzazione necessaria” dai conservatori al governo – questa è una risposta “progressista” o “conservatrice”?

Se, però, guardiamo il comportamento dei politici, vediamo che, in qualche caso, anche loro resistono ostinatamente alla modernizzazione. La democrazia diretta è di per sé un esempio, come lo è l’introduzione dei buoni scolastici che svincola il sistema scolastico dalle grinfie dello Stato. È facile dire che queste sono modernizzazioni in assenza delle quali una società può solo funzionare con difficoltà nel XXI Secolo. Una larga maggioranza della popolazione è stata conquistata da entrambe le cose, ma i politici le bloccano perché, in questo caso, sono loro stessi ad avere interesse a mantenere lo status quo.

In altri campi, i politici sono effettivamente “più  progressisti”, ma ciò può anche avere risvolti negativi. Ad esempio, abbiamo visto che gli uomini politici desiderano in genere un settore pubblico più grande che non i cittadini (anche fuori del loro stesso interesse, perché questo accresce il loro potere). Ne consegue che sistemi puramente rappresentativi portano a disavanzi pubblici più ampi che non sistemi di democrazia diretta.

Al contrario, uno sguardo alla prassi referendaria in Svizzera e negli Stati americani rivela che i gruppi conservatori e progressisti hanno un successo alterno nei referendum. Per parecchi anni in Svizzera l’iniziativa popolare è stata principalmente utilizzata da gruppi progressisti, mentre il referendum opzionale è stato lo strumento preferito dai conservatori; tuttavia, tale distinzione è andata attenuandosi negli ultimi anni.

In tale periodo i gruppi progressisti hanno avuto la maggioranza in iniziative che comprendevano quelle per la fornitura d’eroina ai tossicomani, la protezione dei dipendenti dagli effetti dell’economia «a 24 ore», l’adesione alle Nazioni Unite, il sostegno all’agricoltura rispettosa dell’ambiente, la disposizione del 1994 con cui i trasporti transalpini dovevano essere effettuati col treno con effetto dal 2004, l’inserimento d’un articolo nati-razzista nella Costituzione svizzera, un aumento della tassa sui carburanti, rendere il reato di stupro punibile all’interno del matrimonio, restrizioni sulle modificazioni genetiche degli organismi, creazione di un servizio civile in alternativa al servizio militare obbligatorio, moratoria sulla costruzione di centrali nucleari, parecchie tasse sull’uso di auto e camion e abolizione della pena di morte anche in tempo di guerra.

I conservatori hanno invece ottenuto l’approvazione per le misure seguenti: condanna all’ergastolo per i crimini sessuali considerati dagli esperti come pericolosi e incurabili, parecchie norme per ridurre i deficit di bilancio, cessazione di diversi contributi pubblici e inoltre il rigetto di diverse proposte progressiste provenienti dal governo o da iniziative popolari [D. Butler / A. Ranney (1994), «Referendums around the world. The growing use of direct democracy», Washington D.C.; Aei Press].

Durante gli ultimi decenni, i gruppi “progressisti” della California hanno utilizzato con successo referendum per proposte comprendenti una migliore legislazione ambientale, l’uso legale della marijuana a fini medici, l’innalzamento del salario minimo, la limitazione dell’influenza del finanziamento alle campagne elettorali, l’aumento della tassa sulle sigarette, la proibizione di diverse sostanze tossiche, parecchie misure in favore della protezione degli animali, l’istituzione di un minimo per i bilanci scolastici e l’introduzione di vari obblighi di comunicazione a beneficio di consumatori ed elettori.

I “conservatori” hanno ottenuto la maggioranza per ridurre, tra le altre cose, le imposte sul reddito e le tasse immobiliari, condanne più severe per i recidivi, la cessazione dell’istruzione bilingue, la cessazione della “discriminazione positiva”, la chiusura di alcuni servizi pubblici per gli immigrati illegali, la concessione di lavoro remunerato ai detenuti, e l’introduzione del referendum obbligatorio in caso di provvedimenti che aumentano le imposte e tariffe locali (Allsawang, 2000). Hajnal e Louch [Z. Hajnal / H. Louch (2001), «Are there winners and losers? Race, ethnicity and California’s initiative process», San Francisco: Public Policy Institute of California, p. VII] hanno concluso che negli anni ‘80, i sostenitori dei Democratici e dei Repubblicani hanno avuto entrambi esattamente la stessa probabilità (62%) di essere dalla parte vincente nella votazione popolare; negli anni ‘90, i sostenitori dei Repubblicani si sono trovati con più frequenza dalla parte vincente – solo il 2% in più – dei sostenitori Democratici. Così in pratica si tengono reciprocamente in equilibrio.

L’affermazione opposta, cioè che gli attivisti entusiasti possono “manipolare” la democrazia diretta per fare passare le loro posizioni estremiste, ha anch’essa poca consistenza. L’esperienza svizzera e Usa evidenzia chiaramente che gli elettori sono estremamente prudenti. Se gli attivisti volessero far adottare una proposta, dovrebbero usare l’iniziativa popolare. Abbiamo già visto che in Svizzera solo il 10% delle iniziative popolari viene approvato dagli elettori; in California il dato è al 40%, ma poiché molte iniziative vengono annullate successivamente dai Tribunali, il numero finale è attorno al 10%. Quando non sono sicuri, gli elettori tendono a votare contro l’iniziativa popolare.

Per certi aspetti, piccoli gruppi di entusiasti hanno in realtà maggiori opportunità nei sistemi strettamente rappresentativi. Dopo tutto, in quei sistemi devono solo persuadere un piccolo numero di politici. I sovra-nazionalisti europei sono un esempio tipico di un piccolo gruppo di attivisti che hanno avuto un’influenza molto più forte nello sviluppo anti-democratico dell’UE, mediante il sistema rappresentativo (ciò è evidenziato, ad esempio, nel progetto di Costituzione Europea) di quanto l’avrebbero potuta avere in una democrazia diretta. La sola ragione per cui la Costituzione Europea è stata provvisoriamente lasciata decadere è a causa dei referendum tenuti in Francia e Paesi Bassi. Da sottolineare che nell’intera Europa, a partire dalla rivoluzione francese del 1789,  più della metà di tutti i referendum hanno avuto luogo negli ultimi 35 anni. 

Ma torniamo ad analizzare la Svizzera per verificare come la semplice esistenza degli strumenti per l’esercizio della sovranità popolare non tolga affatto il potere ai “rappresentanti”, bensì ne limiti le devianze. Le autorità elvetiche hanno vita più difficile nei Cantoni e ancora di più nei Comuni, rispetto al livello federale, sebbene la Svizzera sia estremamente varia. Nei Grigioni, ad esempio, gli elettori seguono le raccomandazioni delle autorità nell’88% di tutti gli scrutini, ma in Friburgo è solo del 60%. La più grande differenza, generalmente, tra il livello nazionale e cantonale riguarda il tasso di successo per le iniziative popolari.

A livello nazionale solo il 9% di tutte le iniziative popolari hanno avuto successo, considerando che la proporzione nei Cantoni è del 23%. Le iniziative dei cittadini hanno particolare successo in Svizzera occidentale e in Ticino, dove il 40% delle  iniziative sono state accettate. Le differenze sono ancora maggiori a livello comunale, dove i risultati suggeriscono ai cittadini maggiori possibilità di utilizzare gli strumenti di democrazia diretta. 

L’introduzione della democrazia diretta rappresenta inequivocabilmente un progresso per la democrazia. Il numero di problemi che possono essere affrontati pubblicamente è maggiore. Il dibattito pubblico non permette compromessi per essere elaborato e concordato (per esempio, per mezzo di controproposte dirette o indirette). Il numero di chi può dare la propria voce nel processo politico è molto maggiore.

Questi sono tutti i vantaggi della democrazia diretta rispetto a quella puramente rappresentativa, indipendentemente dal punto di vista delle  probabilità d’ottenere una maggioranza con una particolare posizione politica. Questa è la visione necessaria – tracciata dall’esperienza – che contiene il segreto dei cittadini democratici delle terre dei… perdenti contenti! 

Insomma, la moderna democrazia diretta facilita la sovranità popolare nell’ambito di un sistema rappresentativo, dando a ogni cittadino il diritto di avviare nuove proposte. Nuove delibere comunali o regionali nel caso dell’Italia, nonché a prendere parte al processo decisionale finale.

Enzo Trentin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *