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Il referendum strumento di sovranità popolare

Vicenza – La parola referendum indica lo strumento attraverso cui il corpo elettorale viene coinvolto direttamente su temi specifici; esso è uno strumento deliberativo di democrazia diretta, consente cioè agli elettori di fornire – senza intermediari – le proprie decisioni su un tema oggetto di discussione. Sorprende – ma non tanto – che politicanti di ogni specie mantengano attivi negli Statuti di quasi tutte le Regioni, le Province ed i Comuni italiani il referendum “consultivo”.

Sulla validità di un referendum consultivo, che dunque non è vincolante, senza tanti giri di parole, riportiamo di seguito quanto ha deliberato la sentenza della Corte costituzionale n. 334/2004, che chiarisce benissimo in cosa consista: «…dal momento che il referendum ha carattere consultivo e non priva il legislatore nazionale della propria assoluta discrezionalità quanto all’approvazione della legge che…». Dunque, per analogia, anche i consigli comunali, provinciali o regionali sono liberi di non tener conto dell’esito. È quindi politicamente immorale mantenere, e continuare ad utilizzare, uno strumento che inquina la dialettica e confonde l’opinione pubblica. 

Per esempio, il mitologico referendum per fare uscire l’Italia dall’euro da poco rilanciato dal candidato premier del M5s, Luigi Di Maio. Egli ha detto che, se l’Europa non accogliesse le loro richieste, sarebbe inevitabile indire questo referendum, ed a quel punto lui voterebbe per l’uscita. Prendiamo anche a prestito le parole di Barbara Lezzi, senatrice pentastellata, così come consegnate al suo profilo Facebook: «Il referendum per uscire dall’Euro di cui ha parlato Di Maio sarebbe solo un referendum consultivo, come quello del 1989, ma ribadiamo che si tratta dell’ultima ratio nel caso in cui l’Europa continuasse a ignorare le richieste dell’Italia. Speriamo di non dover mai arrivare a tanto, ma in quel caso il M5s chiederebbe un mandato chiaro agli italiani». 

Insomma si tratta di un uso bassamente speculativo per ottenere il consenso dell’opinione pubblica, non già per deliberare attraverso l’esercizio della sovranità popolare, ma solo per un diverso sfruttamento della dialettica politica. E a proposito di “consultazione” per via referendaria, nel 1981 Costantino Mortati, uno dei padri dell’attuale Costituzione italiana, ebbe a scrivere: «La posizione di organo supremo rivestita dal popolo in regime democratico non può in nessun modo conciliarsi con l’esercizio di una funzione subordinata, come quella che si sostanzia nell’emissione di pareri

La forma democratica appropriata in questo contesto è un sistema parlamentare integrato con l’iniziativa popolare referendaria obbligatoria (democrazia diretta o sovranità popolare), perché solo un tale sistema prevede un collegamento diretto tra i singoli individui e gli organi legislativi ed esecutivi. Questo meccanismo allontana il rischio della corruzione e affievolirebbe la pressione delle lobbies, perché ha poco senso ottenere dal Parlamento, come dai Consigli regionali, provinciali e comunali, un risultato che potrebbe essere facilmente ribaltato dagli elettori.

E bene chiarire meglio cos’è la democrazia diretta. Una buona definizione e sintesi di questa forma di democrazia è data da Andreas Auer, professore di Diritto costituzionale all’Università di Zurigo e direttore del Centro di studi e di documentazione sulla democrazia diretta (C2d): «La democrazia diretta si caratterizza per il fatto che il popolo è un organo dello Stato che esercita, oltre alle competenze elettorali classiche, delle attribuzioni specifiche in materia costituzionale, convenzionale, legislativa o amministrativa. Essa è dipendente o ‘addomesticata’ quando l’esercizio di queste attribuzioni dipende dall’intervento o dalla volontà di un altro organo dello Stato. Parlamento o capo di Stato. È indipendente o ‘propria’ quando il momento ed il tema sul quale il popolo interviene non dipende che dalla volontà di quest’ultimo, o da un criterio oggettivo sul quale gli altri organi dello Stato non hanno influenza.1» Auer prosegue «Così definita, la democrazia diretta non si oppone, ma completa la democrazia rappresentativa.»

Quanto maggiore è la propensione dei cittadini verso le opinioni individuali e la perdita da parte dei partiti politici del loro monopolio, come punti di mobilitazione ideologica, tanto più elevata è la domanda di strumenti decisionali democratico-diretti. Infatti la maggioranza dei cittadini nei Paesi occidentali vuole che venga introdotto il referendum. Si veda qui. Questo fatto da solo dovrebbe essere decisivo anche per la sua effettiva attuazione.

I partiti si dimostrano democratici quando conviene loro, e vediamo che la maggior parte dei politici argomentano contro il referendum. Colpisce il fatto che più elevato è il livello di potere reale di cui dispongono, più vigorosamente molti politici fanno resistenza al referendum. Così facendo, essi adottano in pratica gli stessi argomenti che erano già stati utilizzati un tempo per opporsi al diritto di voto dei lavoratori e delle donne. Si può anche dimostrare che questi argomenti sono di valore molto scarso.

Da sondaggi d’opinione tenuti tra i politici in genere appare chiaro che la maggioranza di loro sono avversi all’esercizio della sovranità popolare. In Danimarca ai membri del Parlamento nazionale è stato chiesto il loro parere sull’affermazione: «Ci dovrebbero essere più referendum in Danimarca». La grande maggioranza dei membri del Parlamento era contraria a questo. In tre partiti: Socialdemocratici, Liberali di sinistra e Democratici di centro furono contrari al 100%; inoltre erano contro il 96% dei membri della Destra liberale e il 58% dei conservatori. Solo una (larga) maggioranza dei Socialisti e del Partito popolare danese erano a favore.2 

Nel 1993 Il professor Tops di Tilburg (uno scienziato politico) condusse un sondaggio di opinione nei Paesi Bassi tra i membri di consigli comunali. Meno di un quarto erano a favore dell’introduzione del referendum obbligatorio.3 Un altro sondaggio, condotto dall’Università di Leiden, trovò che il 36% di tutti i consiglieri comunali si pronunciarono a favore della introduzione del referendum facoltativo e il 52% era contro. Consiglieri del Vvd (Liberali di destra) e del Cda (Democratici cristiani) erano contro addirittura con una media del 70%. Solo i Verdi di sinistra ed il D66 (Liberali di sinistra) presentavano una maggioranza dei consiglieri a favore del referendum facoltativo.4 L’Instituut voor Plaatselijke Socialistische Actie (Istituto per l’azione socialista locale) condusse in Belgio un sondaggio d’opinione tra i politici socialdemocratici locali sul referendum comunale. Solo il 16,7% erano sostenitori incondizionati del referendum obbligatorio.5 

Le ricerche di Kaina (2002) hanno fornito un interessante quadro sulle dinamiche del sostegno delle élite. Esse hanno esaminato la volontà di varie élite tedesche di introdurre la democrazia diretta. Tra l’altro le ha suddivise in élite politiche, élite sindacali ed élite imprenditoriali. Sul totale delle élite il 50% espresse un grado «elevato» ovvero «molto elevato» di sostegno alla democrazia diretta (nel pubblico in generale questo dato è considerevolmente superiore: l’84%).

Ci sono però grandi differenze fra le varie élite. Nell’élite sindacale l’86% espresse un grado ‘elevato’ o ‘molto elevato’ di sostegno, mentre nell’élite imprenditoriale questo grado fu solo del 36%. Tra l’élite politica vediamo una rappresentazione di estremi. Nei post-comunisti Pds e nei Verdi il sostegno ‘elevato-molto levato’ non era meno del 100%; nei socialdemocratici SPD era il 95% e nei Liberali della Fdp il 78%, ma nella Cdu/Csu Solamente il 34%. Infatti una maggioranza del Parlamento tedesco aveva già approvato un emendamento alla Costituzione introducendo un sistema abbastanza buono di democrazia diretta; purtroppo, essendo richiesta una maggioranza dei due terzi, furono in particolare i politici del Cdu/Csu che lo bloccarono. 

Se andiamo a vedere gli elettori di tutti i partiti, però, senza eccezione alcuna, hanno una larga maggioranza a sostegno della democrazia diretta. Per concludere: i politici della Cdu non rappresentano più il popolo riguardo a questo punto, e nemmeno i propri elettori, ma pare che si pieghino ai desideri dell’élite del business. Quello che molti politici pensano riguardo al se e in che misura i referendum siano auspicabili è molto legato alla loro propria vicinanza al potere politico. Più potere hanno acquisito in un sistema rappresentativo, più mostrano di opporsi all’esercizio della sovranità popolare. 

Ecco alcuni esempi: in Svezia nel corso del ventesimo secolo si sono tenuti solo cinque referendum in totale. Le posizioni dei più importanti partiti svedesi – il partito socialista e il partito conservatore – variavano a seconda se erano o no al potere in quel momento. Prima della Seconda Guerra Mondiale il partito conservatore svedese era rigorosamente contro il referendum; dopo la guerra, quando questo partito fu all’opposizione per decenni, è diventato un sostenitore dei referendum. 

Nel partito socialista svedese le cose si sono sviluppate esattamente nella direzione opposta: questo partito ha cominciato a rifiutare i referendum dal momento in cui guadagnò la maggioranza assoluta al ‘Rikstag’ svedese. O. Ruin6 riassume come segue: «I partiti che appartengono all’opposizione, oppure hanno una posizione subordinata, manifestano la tendenza a difendere il referendum. I partiti che siedono al governo o che hanno una posizione esecutiva tendono a mostrare un atteggiamento sprezzante.»

Molti demagoghi e populisti sostengono che la democrazia diretta o sovranità popolare violerebbe i diritti della minoranze. In realtà, i demagoghi hanno molte più opportunità in un sistema puramente rappresentativo, dove un piccolo gruppo di politici al vertice stabiliscono l’agenda e i cittadini vengono posti in secondo piano. Questo porta quasi sempre il malcontento tra la popolazione. La sola maniera in cui la gente può esprimere questa insoddisfazione è il voto a politici populisti che promettono che rimedieranno davvero al «caos» nel paese, se riceveranno abbastanza sostegno alle elezioni. Insomma, niente di nuovo, i politicanti reclamano sempre un maggior potere.

Al contrario in una democrazia diretta, ovvero con l’effettivo esercizio della sovranità popolare, i cittadini hanno solo un bisogno minimo di tali «leader forti», in quanto gli stessi cittadini possono proporre le loro soluzioni, e cercare di farle adottare attraverso iniziative popolari e referendum. È dunque il referendum uno degli strumenti principali per l’esercizio della sovranità popolare, sancita all’art. 1 della Costituzione della Repubblica Italiana. L’esito referendario è espressione di questa sovranità, ed è una fonte del diritto primaria che vincola i legislatori al rispetto della volontà del popolo.

Enzo Trentin

1 AA.VV., Justice Constitutionnelle et démocratie référendaire, Strasbourg, 23-24 juin 1995, Council of Europe, p. 168.

2 giornale «Jyllands Posten», 30 dicembre 1998. 

3 «NG Magazine», 31 dicembre 1993.

4 Binnenlands, Bestruur periodico del governo locale, 18 febbraio 1994.

5 giornale «De Morgen», 31 gennaio 1998.

6 «Sweden: the referendum as an instrument for defusing political issues», p. 171-184. 

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