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Freak, fighetti, politica e borghesia a 50 anni dal ’68

Vicenza – Con gli anni ’60 la lotta politica modificò certe mode espressive dell’appartenenza di ceto. Fina ad allora, in occidente, i gruppi sociali avevano delle connotazioni precise, e le abitudini, lo stile di classe, erano immediatamente individuabili. Ad un certo punto le dottrine di sinistra, il pensiero estremista e il pensiero operaista divennero egemoni, generando una considerevole corsa all’appartenenza formale alla classe sociale di cui si constatava il predominio. Anche chi apparteneva a minoranze agiate volle assomigliare nei modi e nel pensiero al soggetto motore della storia corrente. Il termine che coniò per costoro Tom Wolfe fu “radical chic”.

La storia del costume italiano testimonia che allora la provenienza politica e quella di classe persero ogni concordanza, e la rielaborazione delle manifestazioni di ceto fece la fortuna di due termini giovanili: freak e fighetto. Le due espressioni divennero contenitori in cui furono raccolti diversi mimetismi, ad esempio il termine freak assommava sia membri di classi abbienti con la mania del linguaggio e delle consuetudini operaie, sia all’opposto soggetti schiettamente plebei che, fingendo una missione radicale, nascondevano il gruppo sociale di provenienza.

Da allora abbiamo assistito alla polverizzazione delle classi tradizionali, abbiamo registrato dal ’68 in poi l’inesorabile decadenza della borghesia e, almeno nello stile, la vittoria delle classi subalterne. La tragedia della piccola borghesia, attaccata sia nei propri miti sia dalle crisi economiche, consiste appunto nell’esaurimento della propria qualità mimetica che la condanna inesorabilmente all’indifferenziato magma popolare predisposto in questi ultimi decenni dal Capitale.

La forbice, infatti, che si apre ora tra i ceti dominanti e quelli gregari schiaccia definitivamente la piccola borghesia tra le classi non abbienti e senza speranza di riscatto. Le uniche schiere in cui sopravvive furtivamente ogni aspetto della “fu” piccola borghesia sono le compagini medio-colte di certi gruppi sinistrorsi. Quelli che hanno superato 40 anni di storia tra alimenti bio, incensi e colori di Provenza, nascosti dietro le facce totemiche di Diane Keaton e Margherita Buy, che hanno occupato larghe porzioni del pubblico impiego e che godono di una discreta sicurezza economica: si raccolgono ancora intorno ai revivals anni 70, e sono attivi nelle battaglie civili tuttavia dimentichi di quelle sociali.

Proprio loro, gl’intrufolati nelle congerie in cui quasi mezzo secolo fa si rielaboravano le espressioni di ceto, quelli che hanno vinto la guerra mimetica ingaggiata allora, e quelli tra cui gli ingredienti radicali sopravvivono per nostalgia e per pretesto condiviso. Ecco, sono loro i veri conservatori! Sono loro quelli che 40 anni fa gridavano “lavoro e casa per tutti”, quelli che ora avversano le misure di sostegno al reddito e che si trovano nella zona di reddito che beneficerebbe di una flat tax. Sono loro le avanguardie di quella vasta area troppo presto bollata come ottusa, e che invece dimostra con chiarezza come il tradimento dell’ideologia operaia e proletaria non sia opera di un pugno di mistificatori professionisti, ma un evento inevitabile e prevedibile dell’asfittica storia di classe.

Giuseppe Di Maio

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