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Il fatale tentativo di modellare la società

Vicenza – Un silenzio fragoroso ha accolto la presentazione alla stampa del Def (documento di programmazione economica e finanziaria) la scorsa settimana. Eppure, a Bruxelles, il 13 marzo, il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan al termine dell’Ecofin aveva dichiarato alla stampa: “In questi 2 giorni ho incontrato Dombrovskis, Moscovici e Centeno per informarli del lavoro che in Italia stiamo facendo sulla scrittura di un documento di quadro macro tendenziale e del fatto che implicitamente, finché non ci sarà un nuovo governo, la Commissione deve attendere l’invio del documento programmatico che è compito del nuovo governo redigere. La Commissione si è dimostrata aperta e paziente ad attendere questo passaggio ulteriore”.

Invece il Consiglio dei ministri, il 26 aprile scorso, ha approvato il Def. Paolo Gentiloni sottolinea che “fotografiamo con questo Def risultati molto rilevanti. Il prossimo Governo prosegua il cammino che abbiamo intrapreso. Questo è indispensabile”. C’era da aspettarsi che i leader delle parti interessate del nuovo Parlamento, i vari Salvini, Di Maio e Grillo, avrebbero messo a ferro e fuoco il presidente del consiglio dimissionario Paolo Gentiloni (Pd) e il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan (Pd), perché hanno volutamente cessato di astenersi come avevano fatto tutti i governi dalla crisi del debito sovrano del 2011 a oggi. Invece no!

Nel Def è introdotta per la prima volta, nella manovra di luglio del 2011 e più volte modificata, la clausola di salvaguardia, che è la norma che prevede l’aumento automatico dell’Iva nel caso lo Stato non riesca a reperire le risorse pianificate. In generale, è uno degli strumenti attraverso il quale il nostro governo cerca di “salvaguardare” non i nostri interessi nazionali, ma i vincoli di bilancio previsti nei trattati europei. Le misure espresse dalle clausole possono essere di vario tipo: contrazione della spesa pubblica (mai avvenuta) e/o aumento delle tasse e delle imposte.

In particolare, tra il 2019 e il 2021, se non interverrà una correzione dei conti pubblici, le aliquote Iva balzeranno dal 10 al 13% e dal 22 al 25,9%: un aumento generalizzato e anticiclico dei prezzi di beni e servizi capace di affossare la fragile ripresa dell’economia italiana. Possiamo dire che così facendo il governo uscente ha deliberatamente innescato la “doomsday bomb”, l’ordigno “fine del mondo”. Per disinnescarlo, le forze politiche dovranno coalizzarsi oppure accettare che il Paese sia travolto dall’immane esplosione.

In pratica, nel silenzio generale, si è creata una condizione che neanche la crisi serba del 1998 o quella, già citata, del 2011 con 400 miliardi di titoli in scadenza, possono pareggiare nel creare un clima da “governo di salvezza nazionale”. O da Repubblica di Weimar. Sorvoliamo sulla disinvoltura di questo (per dirla in veneziano arcaico) nobilhomo (anche se inconsciamente torna alla mente l’antico detto: “Meglio un morto in casa che un marchigiano alla porta”) ed ascoltiamo Friedrich A. Hayek (che è stato uno dei massimi esponenti della scuola austriaca e critico dell’intervento statale in economia. Nel 1974 fu insignito, insieme a Gunnar Myrdal, del Premio Nobel per l’economia “per il lavoro sulla teoria monetaria, sulle fluttuazioni economiche, e per le analisi sull’interdipendenza dei fenomeni economici”) laddove scrisse:

Il pericolo di cui voglio avvertire è precisamente la credenza che per avere un’affermazione da accettare come scientifica è necessario realizzare di più. Questo è ciarlatanismo o peggio. Agire sulla convinzione di avere la conoscenza ed il potere che ci permettono di modellare i processi della società interamente a nostro piacere, conoscenza che in realtà non possediamo, è probabile che ci porti ad arrecare molti danni.

Nelle scienze fisiche ci possono essere poche obiezioni alla ricerca di fare l’impossibile; si potrebbe persino pensare che non si debba scoraggiare il presuntuoso perché i suoi esperimenti possono dopo tutto produrre qualche nuova intuizione. Ma nel campo sociale, la convinzione errata che esercitare un certo potere avrebbe conseguenze favorevoli è probabile conduca ad un nuovo potere di costringere altri uomini una volta ottenuta una certa autorità. Anche se tale potere non è in sé cattivo, il suo esercizio è probabile impedisca il funzionamento di quelle forze d’ordine spontaneo da cui, senza capirle, l’uomo è in effetti così grandemente aiutato nell’inseguimento dei suoi obiettivi. Stiamo soltanto cominciando a capire quanto sottile sia il sistema di comunicazione su cui è basato il funzionamento di una società industriale avanzata. Un sistema di comunicazione che chiamiamo mercato e che risulta essere un meccanismo più efficiente per elaborare l’informazione dispersa di qualsiasi deliberatamente progettato dall’uomo.

Se l’uomo non deve fare più male che bene nei suoi sforzi per migliorare l’ordine sociale, dovrà imparare che in questo, come in tutti gli altri campi in cui la complessità essenziale di un genere organizzato prevale, non può acquisire la conoscenza completa che permetterebbe la padronanza degli eventi. Quindi dovrà usare la conoscenza che può ottenere, non per modellare i risultati come l’artigiano modella i suoi oggetti, ma piuttosto per coltivare una crescita fornendo l’ambiente adatto, così come fa il giardiniere per le sue piante.

C’è un pericolo nell’esuberante sensazione di sempre maggiore potere che il progresso delle scienze fisiche ha generato e che tenta l’uomo a provare, “ubriaco di successo,” per usare una frase caratteristica del primo comunismo, a soggiogare non solo il nostro ambiente naturale ma anche quello umano al controllo della volontà umana. Il riconoscimento dei limiti insormontabili alla sua conoscenza deve effettivamente insegnare allo studioso della società una lezione di umiltà che dovrebbe impedirgli di diventare un complice nel fatale tentativo degli uomini di controllare la società – un tentativo che lo rende non solo un tiranno dei suoi compagni, ma che può renderlo il distruttore di una civiltà che nessun cervello ha progettato ma che è nata dagli sforzi liberi di milioni di individui.

Luciano Spiazzi

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