Dado Moroni
Dado Moroni

C’è il pianoforte di scena a Vicenza Jazz

Vicenza – Pianoforte protagonista, domani sera, martedì 15 maggio, al festival New Conversations Vicenza Jazz. Al Teatro Olimpico, alle 21, si avvicenderanno infatti due grandi pianisti italiani. Dado Moroni, in duo col bassista Darryl Hall, renderà omaggio a Jimmy Blanton. A seguire, Enrico Pieranunzi guiderà un quartetto impreziosito dalla presenza del sassofonista Seamus Blake, oltre che di Luca Bulgarelli al contrabbasso e Jorge Rossy, già storico batterista del trio di Brad Mehldau. Una colonna portante del jazz afroamericano arriverà invece al Jazz Café Trivellato Bar Borsa, alle 22. E’ il sassofonista Bobby Watson, con il quartetto Made in America, con Stephen Scott al pianoforte, Curtis Lundy al contrabbasso ed Eric Kennedy alla batteria.

Dado Moroni, nato a Genova nel 1962, è probabilmente il pianista jazz italiano più esportato all’estero, a giudicare dal suo palmares di collaborazioni. A metterle assieme si compone un’enciclopedia del jazz moderno: Dizzy Gillespie, Chet Baker, Roy Hargrove, Wynton Marsalis, Clark Terry e moltissimi altri. Con i primi approcci al pianoforte all’età di quattro anni e i primi ingaggi professionali a quattordici, ci si rende conto di trovarsi di fronte a un ex enfant prodige del pianoforte che ha saputo, nel corso del tempo, trasformare la sua precocità in una magistrale maturità pianistica, sino a divenire, tra i jazzisti italiani, uno dei più apprezzati al di là dell’Atlantico.

Quanto a Darryl Hall, è originario di Philadelphia. Passato dal basso elettrico in ambito funk al contrabbasso jazz ha avuto le prime importanti esperienze in questa sua nuova veste nei gruppi di Geri Allen, Regina Carter, Ravi Coltrane, Mulgrew Miller. A confermarne la caratura arrivano poi gli ingaggi con Hank Jones, Tom Harrell, Robert Glasper, Cedar Walton, Jimmy Heath, Donald Byrd, Diane Reeves, Kirk Lightsey, Benny Golson.

Enrico Pieranunzi invece, nato a Roma nel 1949, è un pianista dagli ampi orizzonti, attratto dal jazz più puro, dalla musica classica, e dalla sovrapposizione di questi due generi. Ha frequentato anche la canzone popolare, rivista in chiave autoriale. Anche limitandoci al Pieranunzi jazzista, il ventaglio delle possibilità espressive pare sterminato: dall’improvvisazione più libera ed estemporanea al lavoro accurato sui temi. Pieranunzi ha dalla sua parte anche una tecnica strumentale, una palette timbrica e una lucidità creativa che lo distinguono immediatamente.

Londinese cresciuto in Canada, Seamus Blake invece vice a New York. Iniziati gli studi musicali con il violino a 9 anni, Blake si avvicina in seguito al sassofono nell’orchestra del suo liceo. E’ un musicista ricco di brillanti idee, aperto a molteplici influenze contemporanee ma con forti radici nella storia del jazz, in possesso di un’eccellente tecnica e di un suono carismatico. La sua classe di grande improvvisatore ha ottenuto un importante riconoscimento nel 2002, anno in cui Blake ha vinto il prestigioso Thelonious Monk Award come migliore sassofonista.

Bobby Watson infine, emerso dai Jazz Messengers di Art Blakey, ha sviluppato sul sax alto uno degli stili più personali dagli anni Ottanta a oggi. Nato nel 1953 nel Kansas, Watson ha assorbito l’influsso della grande scuola jazzistica di Kansas City. Dopo aver frequentato l’università di Miami (dove ebbe come colleghi di studio Pat Metheny e Jaco Pastorius) il sassofonista si trasferisce a New York. Nel 1977, inizia a mettersi in luce all’interno dei Jazz Messengers di Art Blakey, addirittura nel ruolo di direttore musicale. Il gruppo di Blakey è stata la più efficiente fucina di giovani talenti del jazz moderno, e infatti quando Watson esce dalla band, nel 1982, non gli mancano certo le proposte di collaborazioni di alto livello: Max Roach, Louis Hayes, George Coleman, Branford Marsalis, Sam Rivers, Wynton Marsalis…

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