Artefici del rinnovamento e della democrazia

Vicenza – Oggi il consenso politico è in mano a forze che poco hanno a cuore la democrazia. Qualunquista sarebbe colui che irride la “serietà” della politica e l’onnipotenza del suo tramite, ossia Sua Maestà il Partito, ossia l’indiscussa e unica sovranità del “tiranno senza volto”, come lo storico Giuseppe Maranini aveva ribattezzato il sistema dei partiti da cui sarebbe sorta la partitocrazia incubata nel Cln che la tenne a battesimo. La protesta contro i partiti è una tentazione ricorrente in Italia, giacché si è fatta spesso l’esperienza dei malgoverni che hanno suscitato moti popolari repressi nel sangue. Il paese ha attraversato periodi in cui alle camarille politiche di fine Ottocento (Crispi, Giolitti), seguirono i governi della sciabola e infine la dittatura del manganello e dell’olio di ricino. Sono molte le analogie con l’oggi, perché i partiti possono cambiare nome ma restano gli stessi di sempre.

I partiti possono cambiare nome ma restano uguali, e larga parte dell’opinione pubblica è schifata da loro. Nel sistema dei partiti si trovano tutti i mali che sarebbero venuti a galla con la crisi del 1992, l’anno di Tangentopoli: nepotismo, clientelismo, corruzione, gli eterni vizi dell’animo italiano. Il solo collante che li tiene uniti: il culto dello Stato e del potere; l’autoritarismo strisciante che si manifesta con una scalcinata burocrazia, e un fisco che succhia il sangue del suddito. Ancora in questa campagna elettorale per le contrade beriche è risuonata l’accusa:  “è un fascista”, ma più per alibi e cattiva coscienza, perché se si insiste a dare del “fascista” agli altri, si può rischiare di essere riconosciuti per ex fascistoni veri. 

In questo giornale ci sono alcuni – oltre al sottoscritto – che perorano la causa della democrazia diretta, ivi compresa la possibilità di condividere le regole del gioco, perché è un lampante conflitto d’interessi che l’amministrazione pro tempore di questa città abbia la facoltà di deliberare autonomamente statuto e regolamenti. Vale a dire l’esproprio della sovranità popolare. E così non abbiamo solo il “Caimano di Arcore” che si fa le leggi ad personam, abbiamo anche i consiglieri regionali (di maggioranza) che redigono e approvano una legge elettorale che consente loro, tra l’altro, di candidarsi a piacere: Ciambetti docet.

Questo tipo di centralizzazione va di pari passo con il sottosviluppo. È impossibile che un governo cittadino continui ad  operare così. Al contrario, tutte le istituzioni che hanno la facoltà di condividere le “regole comuni” con la sovranità popolare, avrà il potere di imporre tasse e regolamentazioni concordati con i propri cittadini. Le piccole dimensioni spingono alla moderazione. La possibilità di farlo è consentita dalla corretta lettura del Decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Testo Unico Delle Leggi Sull’ordinamento Degli Enti Locali – Art. 8. Partecipazione popolare.  

Non è un caso – per esempio – che il Liechtenstein sia una comunità indipendente piccola e ricca che, addirittura (Orrore! Orrore!), prevede al suo interno il diritto di secessione. Come? Esiste una costituzione in cui è previsto il diritto di autodeterminarsi di altre comunità che fanno parte di uno Stato unitario? È esattamente così. Anche se il Liechtenstein (odiato paradiso fiscale secondo l’Unione Europea e l’Ocse) con lo “Stato nazione” classico ha ben poco da spartire, esso ha costituzionalizzato il diritto di secedere. Lo ha fatto con l’articolo 4 della sua “Magna Carta”, che recita:

  1. La modificazione dei confini del territorio dello Stato può avvenire soltanto in forza di una legge. Modificazioni dei confini tra Comuni, la creazione di nuovi Comuni e la fusione di Comuni esistenti richiedono inoltre una decisione a maggioranza dei cittadini ivi residenti aventi diritto di voto.
  2. Ai singoli Comuni spetta il diritto di recedere dall’Unione statale. Sull’avvio del procedimento di recesso decide la maggioranza dei cittadini ivi residenti aventi diritto di voto. La regolamentazione del recesso avviene per mezzo di una legge o, se è il caso, con un trattato internazionale. Nel caso di una regolamentazione con trattato internazionale, dopo la conclusione dei negoziati riguardanti il trattato si deve indire nel Comune una seconda votazione”.

Insomma, ai Comuni del Liechtenstein (che sono 11, secondo l’articolo 1 della stessa Costituzione) “spetta il diritto di recedere dall’Unione Statale”. Fantastico, il “diritto di autodeterminarsi” non spetta più a Stati o Nazioni (per come lo intende la tentennante Organizzazione delle Nazioni Unite), ma scende giù sino ai Comuni. Ora, il diritto di autodeterminazione a livello comunale, può avvenire attraverso un’iniziativa comunale ed un successivo referendum locale. Una seconda votazione è prevista qualora le modalità di recesso dall’Unione siano state decise attraverso un trattato internazionale.

Citiamo direttamente il sovrano regnante del Liechtenstein, Hans Adam II: “Un modello di Stato che assicuri la pace, lo Stato di diritto, la democrazia e il benessere della popolazione, deve sottrarre allo Stato il monopolio sul territorio. Per sottrarre allo Stato il monopolio del territorio quest’ultimo deve essere diviso in piccole unità, affinché unità di popolazione quanto più possibile piccole abbiano la possibilità di ‘emigrare’. Questa secessione potenziale rafforza la pressione sullo Stato che funziona male, spingendolo a riformarsi per evitare di dissolversi”.

Siamo di fronte ad un classico esempio di “Principe illuminato” e di buon senso, che conosce i fondamentali del liberalismo classico, i quali prevedono certamente (come insegna la scuola della Pubblic Choice) una forte concorrenza istituzionale e fiscale: moltiplicazione dei governi per diminuire ingiustizie e i monopoli. Ma c’è di più: un monarca che sottoscrive una Costituzione dove i cittadini, a maggioranza, potrebbero anche destituirlo e dare vita ad una repubblica (vedi qui).

Al lato opposto, in Catalogna, stanno istruendo i tribunali spagnoli per arrestare Carl Puigdemont, recidivo nel non voler retrocedere dalle promesse di referendum fatte. Una qualche lezione di Hans Adam II a Rajoy su cosa sia un paese libero sarebbe davvero gradita. Per tornare alla dimensione berica, perché su sicurezza, ambiente, sviluppo e cultura, sociale e quartieri, dobbiamo sorbirci le “baruffe chiozzotte” dei vari candidati Sindaco, quando basterebbe riformare Statuto e Regolamenti; chiederne l’approvazione mediante apposito referendum agli elettori, e attraverso gli strumenti di partecipazione popolare correttamente interpretati e normati, governare per mezzo della vera democrazia? 

Che i candidati Sindaco a Vicenza non siano particolarmente lungimiranti lo si dovrebbe dedurre anche dal fatto che sembrano non accorgersi del fatto che in questi ultimi due anni, l’Occidente è stato investito dall’ondata “populista” (ovvero la tendenza o l’ispirazione popolare) che ha spinto l’Inghilterra fuori dall’Unione Europea (ponendo così fine alla carriera di David Cameron), l’euroscettico Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, e Matteo Renzi è stato travolto alle politiche dello scorso marzo. All’Eliseo si è invece insediato l’ex-Rothschild Emmanuel Macron che, curiosamente, ha sviluppato un strettissimo legame con Donald Trump, posizionando la Francia su posizioni rigorosamente atlantiche (si pensi al recente bombardamento tripartito della Siria).

Sono sopravvissuti, faticosamente, solo in due, gli ultimi custodi del vecchio ordine euro-atlantico in fase di profonda ristrutturazione: Angela Merkel e Mario Draghi. La cancelliera ed il governatore della Bce sono accomunati da una peculiarità: entrambi hanno legato il proprio nome alla sopravvivenza dell’euro. La prima, come si notò già durante la crisi greca del 2015, difendendo a spada tratta l’integrità dell’eurozona (e i greci ne sanno qualcosa); il secondo pronunciando il celebre “whatever it takes” (tutto il necessario) che, nel bene e nel male, ha garantito la sopravvivenza dell’eurozona per sei anni. 

Luciano Spiazzi

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