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I politici pensano solo a estendere il loro potere
Palazzo Chigi, sede del Governo

Dello spoils system e di tanto altro ancora…

Vicenza – Lo spoils system (dall’inglese: sistema dei bottini) è la pratica politica, nata negli Stati Uniti tra il 1820 e il 1865, secondo cui gli alti dirigenti della pubblica amministrazione cambiano con il cambiare del governo. Lo spoils system all’italiana comporta che tutta la dirigenza – quella dell’amministrazione pubblica in senso proprio, e non solo – si precarizza in rapporto non ai risultati ma in ragione diretta della vicenda politica e degli assetti di maggioranza. Un concetto dell’amministrazione che si può solo definire proprietario: cambia il padrone (politico), cambia tutta la servitù.

Si mostrano dunque non prive di sostanza le questioni che di seguito solleveremo assumendo – ancora una volta – il ruolo degli agitatori di idee, per indicare una riforma statutaria del Comune di Vicenza a quel personale politico che il M5S vicentino ancora non ha, mentre dichiara di voler stimolare la partecipazione popolare. Auspicando che non pensino «Robaccia acerba!», come disse fra sé e sé la volpe (“La volpe e l’uva”, di Esopo). Alla stessa maniera in cui anche gli uomini, quando non riescono a raggiungere un obiettivo s’inventano una scusa.

Chi si chiede chi comanda, non dovrebbe avere dubbi nel rispondere: il dirigente o il burocrate più alto in grado. Talvolta la cosa si evince dai segni esteriori (ricordate la battuta sulla poltrona foderata di pelle umana?), talvolta no. Ma la sostanza è quella. Non ha rilievo il fatto che – formalmente – il capo sia qualcun altro. In una università, il vero potere di comando è del direttore amministrativo più che del rettore; in un comune, del segretario comunale più che del sindaco; in un ministero, del dirigente del livello più alto più che del ministro. Il dirigente esercita le sue funzioni in una condizione di stabilità rispetto a vertici politici, precari e transeunti. Carriera, poteri, responsabilità sono disciplinati dalla legge. Il burocrate può reggere la direzione di una struttura per un tempo anche assai lungo, e diventare così depositario di conoscenze, competenze raffinate, e magari segreti, di cui nessun altro può disporre.

Le nomine o designazioni di pubblici amministratori in aziende municipalizzate, società partecipate, fondazioni, Fiera, Ipab, Cciaa, e quant’altro affine da parte del Comune di Vicenza, sino a poco tempo fa erano all’incirca duecento. Oggi, grazie alla spending review e ad altri provvedimenti consimili, il numero è diminuito, ma rimane pur sempre nell’ordine di parecchie decine. Si veda qui alcune nomine  e qui per verificare alcuni compensi, mentre sull’operatività ed efficacia di alcuni di questi rappresentanti del Comune c’è chi a suo tempo ha avanzato alcune perplessità soprattutto in relazione al crac della Banca Popolare di Vicenza.

In alcuni ambienti si è abituati a misurare il successo dei politici nell’essere rieletti; e per ottenere la rielezione molti puntano su favori clientelari o voti di scambio. Pratiche disdicevoli ma a breve termine più efficaci dell’impegno volto a migliorare la qualità dell’amministrazione. E non siamo noi a dirlo. L’economista, sociologo, e storico tedesco Max Weber, nel 1919, scriveva: «Si selezionerà una classe di politici di professione… specializzati nell’aumentare il potere del partito stesso e non nell’elaborare strategie politiche utili alla società.» (da «La politica come professione» Ed. Comunità, Torino 2001)

Ogni forma di potere la si vorrà ricondotta al potere politico, tanto che in una intervista del 28 luglio 1981 Enrico Berlinguer argomentava: «In mancanza di regole precise, vincoli forti e freni etici si instaura una spirale perversa che induce i partiti politici a “lottizzare” qualsiasi aspetto della società. […] I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali. […] Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire».

Sin dall’antichità, invece, per molti incarichi politico-burocratici ci si affidava al sistema del sorteggio. A prima vista il ballottaggio o il sorteggio può sembrare complicato. Invece è straordinariamente semplice, elementare e rapido. È stato sicuramente utile e necessario ad assicurare secoli di continua stabilità dell’ordine politico della Repubblica di Venezia. La preveggenza dei veneziani, in questo campo, è sorprendente. La demarchia – la democrazia del sorteggio – va prendendo piede in tutto il mondo, quantomeno nelle esperienze di governo municipale. Anche in Italia: per esempio a Capannori, nella provincia di Lucca. Mentre a novembre in Svizzera un ventottenne ha conquistato il Parlamento grazie ai favori della sorte (aveva preso lo stesso numero di voti di un’altra candidata). E vale pur sempre la lezione di Aristotele: lui diceva che l’elezione è tipica delle aristocrazie, il sorteggio delle democrazie.

Il primo scopo del ballottaggio è quello di proteggere la società dagli incantatori. Il demagogo, ossia colui che guida il popolo, è privato fin da subito di un uditorio da affascinare. La fascinazione è la madre della tirannide. I politici ne sono maestri dicendoci quello che vogliamo sentirci dire. Essi ci portano verso “un’isola felice dove ogni pena troverà il proprio riscatto e la parte migliore di noi si realizzerà pienamente”. Ci infiammano, ci convincono e ci conducono per mano in questo luogo incantato perché essi hanno capito a fondo i nostri bisogni e le nostre necessità. Si chiamino di volta in volta: Mussolini, Bossi, Berlusconi, Renzi, Grillo. Al contrario il sorteggio è alla base di una nuova struttura che potrebbe portarci fuori dal pantano partitocratico. Non esiste un’aula o un uditorio per oratori che infiammano gli animi, e che sobillano le fazioni.

Se, dunque, sotto il profilo tecnico – ovvero autonomia statutaria – non ci sono ostacoli insormontabili, rimane da risolvere la questione relativa a chi sono le persone che possono accedere al ballottaggio. Una proposta vuole l’utilizzo dell’attuale struttura dell’ufficio elettorale comunale, alla quale tutti per diritto sono iscritti. Tuttavia, a differenza di oggi, l’iscrizione ad un preciso comparto deve essere volontaria. In tal modo le persone che non hanno tempo da dedicare alla cosa pubblica o si sentono inadeguate al ruolo di pubblico amministratore, verrebbero preventivamente autoescluse.

Le persone da includere nel ballottaggio dovrebbero, dunque, esprimere un preciso impegno, e per constatare la rispondenza all’incarico eventualmente loro assegnato, dovrebbero superare un apposito esame. L’istituzione di cariche limitate nel tempo, poi, impediscono il radicamento di una classe di politici-funzionari. Comunque, niente soci in affari sorteggiati insieme, niente dipendenti dello Stato fra i sorteggiati. Niente parenti e niente datori di lavoro sorteggiati assieme ad un dipendente. Queste alcune delle poche antiche regole da attuare. Lo scopo è quello di impedire agli imbroglioni l’accesso ai pubblici uffici, conservando alla funzione amministrativa i suoi tre requisiti fondamentali: l’efficacia della funzione, l’impossibilità per il funzionario di creare un potere personale o ereditario, l’evitare conflitti tra le funzioni.

A rafforzare – indirettamente – il buon senso della nostra proposta Primo Mastrantoni ha recentemente osservato: Un aspetto interessante, che nulla ha a che vedere con quanto sopra scritto (il sorteggio o ballottaggio), è il programma presentato da Davide Casaleggio, presidente di Casaleggio Associati, società specializzata nella definizione di strategie di rete innovative per i propri clienti, nel corso di un’intervista al Washington Post.

Casaleggio dichiara: «Immaginiamo anche un percorso meritocratico di selezione, attraverso la Rousseau Open Academy, che ci assicura di mettere in campo candidati di altissima qualità». Non possiamo che essere contenti dei candidati di altissima qualità, che innalzerebbero il livello della nostra classe politica, attraverso il “filtro di qualità” che, per le candidature, è già esercitato dal capo politico (oggi Di Maio), sentito il garante (Grillo), che esprime parere contrario e vincolante sulla base di condotte contrarie ai codici e ai dettami del movimento.

Attenzione, perché si parla di “condotte”, cioè comportamenti, atteggiamenti, abitudini, costumi e contegni; altro sono atti compiuti (es. reati commessi, etc.), che determina a priori l’esclusione. Un capo, il Di Maio, decide da solo (uno non vale uno), nel chiuso di una stanza, chi sono gli ammessi e chi no, sulla base di “condotte”. Casaleggio ci scuserà, ma questo ricorda le elezioni che avvengono in certi paesi dove le liste, o le persone, che si presentano alle elezioni sono “sanificate” da qualcuno che, nel “chiuso di una stanza”, decide chi ammettere e chi no e poi presentate al popolo.

Facciamo un esempio per tutti, l’Iran, dove candidati e liste sono esclusi sulla base di condotte contrarie ai codici e ai dettami della religione islamica. Una donna che non si copra la testa, in pubblico, può essere esclusa dalle liste elettorali (recentemente una ragazza, che si era scoperto il capo durante una manifestazione, è stata condannata a due anni di reclusione), oppure una lista che si rifà ai valori laici o cristiani, può essere esclusa dalla competizione elettorale. Chi decide è l’Ayatollah, attraverso un comitato di saggi, nel “chiuso di una stanza”. Casaleggio converrà che questi sono motivi che nulla hanno a che fare con la democrazia, digitale o meno che sia, anzi sono un pericolo o, se vogliamo usare un’espressione più forte, sono la corruzione della democrazia. Stentiamo a credere che una democrazia possa essere basata sui click a posteriori di quei grillini che sono solo arroventatori di tastiere su questioni secondarie.

Enzo Trentin

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