L’inesorabile declino del Bel Paese

Vicenza – Da quasi due mesi gli esponenti del M5S vanno ripetendo che non può esserci altro presidente del Consiglio al di fuori di Luigi Di Maio. Lo ripetono ininterrottamente, un po’ anche per via del fatto che i giornalisti ripetono continuamente le stesse domande. Ecco quanto ha affermato il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli: “Quanto conta un presidente del Consiglio in un tavolo europeo, se quel presidente del Consiglio non è stato scelto dai cittadini? Il M5S è stato votato da 11 milioni di elettori, con la chiara indicazione di Di Maio premier. Bisogna rispettare il voto popolare”.

Se il M5S avesse almeno il 50%+1 dei voti in entrambe le Camere, la forma potrebbe coincidere con la sostanza, nel senso che con ogni probabilità il presidente della Repubblica avrebbe subito conferito l’incarico a Di Maio. Considerando, però, che il M5S non ha abbastanza parlamentari, qualcun altro dovrà fornire loro supporto. Ecco la loro (non) soluzione: “Noi abbiamo sempre detto, sin dalla campagna elettorale, che se non avessimo avuto la maggioranza in Parlamento, avremmo fatto un appello a tutte le forze politiche sui temi concreti per cambiare questo Paese. Non abbiamo mai parlato di accordi, ma di un contratto serio e preciso su alcuni punti per migliorare la vita dei cittadini italiani”. Sul contratto del M5S abbiamo già ironizzato qui.

Il problema è che si tratta del classico contratto per adesione, in cui una parte fissa tutte le clausole e l’altra appone la firma in calce, fornendo i voti in cambio di nulla, se non del privilegio di prendere parte alla rivoluzione pentastellata. Invece, per il diritto il sinallagma costituisce il punto di equilibrio raggiunto dalle parti in sede di formazione di un “contratto” che abbia come obbiettivo la congiunta volontà contraenti di scambiarsi diritti e obbligazioni attraverso lo scambio di una prestazione con una controprestazione.

La rottura del “nesso di reciprocità” in politica avviene: ogni volta che si contraddice una legge di natura; che è violata la sovranità delle scelte politiche personali della maggioranza su fatti certi, conosciuti e votati; che è ignorata la condizione di uguaglianza nella libertà e nella diversità; che vengano violati i diritti naturali delle persone; che esiste una ingiustificata differenza fra ricchezza estrema e povertà estrema; che è impedita la pacifica manifestazione del pensiero; che si usa l’autorità per imporre comportamenti obbligatori non condivisi dalla maggioranza; che la quantità di ricchezza personale necessaria a organizzare il governo della comunità è superiore ai benefici che ognuno ricevere sotto forma di servizi e prestazioni.

Condizioni che in Italia sono di la’ da venire, e quando c’è la rottura del “nesso di reciprocità contrattuale” in politica, questo genera violenza nell’ordine sociale, e avvia il sistema al fallimento. Questo non sarebbe migliorare la vita dei cittadini. Per definizione ogni governo può migliorare la vita di qualcuno solo peggiorando quella di altri. Se aumenta il benessere dei consumatori di tasse, aumenta il malessere dei pagatori di tasse, e viceversa. Ovviamente non si tratta di opzioni eticamente equivalenti. Infine, venendo alla domanda iniziale di Toninelli, un presidente del Consiglio italiano in un tavolo europeo conta in base a quanto male è messa l’Italia, a prescindere da chi lo ha scelto. Francamente c’è da dubitare che Luigi Di Maio conterebbe più dei predecessori. Anzi.

Quando affermano che si ritroverà la via dell’abbondanza facendo aumentare i prezzi dei prodotti agricoli, è come se dicessero che l’abbondanza sta nel pagare più cari i viveri. Quando affermano che per accrescere la ricchezza nazionale è necessario moltiplicare le sovvenzioni governative, essi ci dicono in sostanza che per aumentare la ricchezza del Paese bisogna aumentare le tasse. Quando insistono perché il Paese aumenti ad ogni costo le esportazioni, pochi capiscono che, in fin dei conti, sollecitano l’aumento delle importazioni. E quando affermano che la via della salvezza sta soprattutto nell’aumento dei salari, che cosa dicono se non che la salvezza sta nell’aumento dei costi di produzione?

Come ogni moneta ha il suo dritto e il suo rovescio, cosi ognuna di queste proposizioni ha una sua parte di verità e di errore, e non è detto che se un rimedio ha qualche aspetto negativo, debba esser privo di vantaggi. Può accadere che dell’aumento dei propri debiti non si tenga conto, in vista di particolari risultati; che vi siano casi in cui un governo non possa evitare di concedere sovvenzioni per l’attuazione di un programma indispensabile; oppure casi in cui una industria possa permettersi di accrescere i suoi costi di produzione, e cosi via. Ma ogni volta bisogna considerare il dritto e il rovescio della medaglia, assicurarsi bene che siano stati attentamente pesati i vantaggi e gli svantaggi di una decisione, e che siano state valutate tutte le conseguenze in essa implicite. Purtroppo tutto ciò non si fa che raramente.

Non ci vuole molto per comprendere che siamo una società in decadenza. Chi più chi meno siamo tutti consci d’essere figli di una oppressione, come i nativi americani dei conquistadores. Esportiamo giovani e brillanti laureati (altrimenti non li vorrebbero), e importiamo diseredati e disperati dal terzo mondo. Ci sono tre modi per cui muoiono le città o gli Stati: quando le distrugge un nemico spietato (come Cartagine, che fu rasa al suolo da Roma nel 146 a. C.); quando un popolo straniero vi si insedia con la forza, scacciando gli autoctoni e i loro dèi (come Tenochtitlàn, la capitale degli Aztechi che i “conquistadores” spagnoli annientarono nel 1521 per poi costruire sulle sue rovine Città del Messico); o, infine, quando gli abitanti perdono la memoria di sé e senza nemmeno accorgersene diventano stranieri a se stessi, nemici di se stessi.

Questo fu il caso di Atene, che dopo la gloria della “polis” classica, dopo i marmi del Partenone, le sculture di Fidia e le vicende della cultura e della storia segnate da nomi come Eschilo, Sofocle, Euripide, Pericle, Demostene, Prassitele, perse prima l’indipendenza politica (sotto i Macedoni e poi sotto i Romani) e più tardi l’iniziativa culturale, ma finì col perdere anche ogni memoria di se stessa. Come accade a chi perde la memoria, anche le città e gli Stati quando sono colti da amnesia collettiva, tendono a dimenticare la propria dignità. Persino Atene giunse a dimenticare se stessa. Oggi l’oblio incombe sulla politica nazionale e locale italiana, ma perché il sipario avvolga ogni cosa in una notte indistinta, non c’è bisogno di complicità: basta continuare con questo andazzo.

Luciano Spiazzi

Un commento

  1. Giannantonio Zanolli

    Complimenti per l’ottimo articolo.

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