L'aula del Senato
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In questa democrazia prevalgono i peggiori

Vicenza – Frédéric Bastiat (1801 – 1850) è stato un economista, filosofo della politica di ispirazione liberale. Viene considerato da molti come un precursore delle teorie della Scuola austriaca d’economia, e uno dei prosecutori della tradizione giusnaturalista nel diciannovesimo secolo. Una sua importante opera è “La legge”, pubblicata nel 1850, in cui esprime tutta la sua incondizionata e completa adesione al giusnaturalismo e ai diritti individuali, dove espone un giusto sistema di legge, e dove dimostra come una società libera agevoli la creazione del diritto.  Nel libro egli scrive tra l’altro:

Un risultato di questo deplorevole snaturamento della Legge, è quello di dare alle passioni e alle lotte politiche, e, in generale, alla politica propriamente detta, una preponderanza esagerata. Io potrei mostrare in mille modi la veridicità di questa affermazione. Mi limiterò, a mo’ di esempio, ad accostarla al tema che ha recentemente interessato l’animo di tutti: il suffragio universale. Checché ne pensino gli adepti della scuola di Rousseau (oggi il M5S si richiama all’intellettuale francese. N.d.r.), la quale si professa molto in anticipo sui tempi e che io stimo in ritardo di venti secoli, […] Essendo certo che, da una parte, noi tutti rivolgiamo allo Stato infinite richieste, e che, dall’altra parte, è assodato che lo Stato non può procurare il godimento agli uni senza accrescere il lavoro degli altri, in attesa di un’altra definizione dello Stato, mi ritengo autorizzato a fornire qui la mia. Chissà che essa non ottenga il primo premio? Eccola:

Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri.

Infatti, oggi come ieri, chi più chi meno, ognuno vorrebbe certamente trarre vantaggio dal lavoro degli altri. Questa inclinazione non si ha il coraggio di mostrarla apertamente, la si nasconde anche a sé stessi, e allora che cosa si fa? Ci si immagina un intermediario, ci si rivolge allo Stato, e ogni ceto, uno dopo l’altro, vorrebbe dirgli: “Voi che avete la facoltà di espropriare legalmente, onestamente, prendete dal pubblico, e noi ripartiremo il tutto”.

Io so la risposta che si può dare. Io so anche quello che si potrebbe replicare. Non è questo il luogo per affrontare una tale controversia. Ciò che voglio far notare, è il fatto che questa stessa controversia (così come la maggior parte delle questioni politiche) che agita, appassiona e sconvolge i popoli, perderebbe quasi tutta la sua importanza se la Legge fosse sempre stata quello che dovrebbe essere.

Alla luce di ciò, nel teatrino della politica post elezioni del 4 marzo, si alimenta il mito della democrazia come sistema, se non perfetto, almeno il più avanzato tra tutti quelli, passati, presenti e futuri. Un mito strampalato e assurdo che può reggere solamente per i seguenti due motivi:

  1. È alimentato da una macchina propagandistica gigantesca che da decenni martella il cervellino delle masse con il messaggio ”democrazia è bello”.
  2. È messo subdolamente in alternativa con il concetto di dittatura nel senso che, se una persona di buon senso afferma di essere contro la questa democrazia, allora, per non si sa quale logica mirabile, è implicitamente catalogato tra coloro che sono a favore della dittatura. Una specie di ricatto ideologico.

In presenza di questi due presupposti si possono fare le seguenti due considerazioni:

1 – Il martellamento di cui sopra a favore della democrazia, attraverso cui si arriva al dato di fatto che è politicamente corretto e indispensabile parlarne sempre e comunque bene, è molto simile al martellamento subito per 70 anni dai cittadini dell’ex-Unione Sovietica col messaggio-mito “il comunismo è bello”. Questo nonostante i massacri, le purghe, il dissesto morale, sociale ed economico, l’asservimento di intere popolazioni.

2 – Per quanto riguarda l’alternativa palesata (e per questo fasulla), democrazia o dittatura, già nell’Ottocento, Alexis de Tocqueville affermava che “le pouvoir de tout faire, que je refuse à un seul de mes semblables, je ne l’accorderai jamais à plusieurs”. Traduzione: “Il potere di fare e disfare che io rifiuto di accordare ad un singolo individuo [la dittatura] non lo concederei mai a parecchi individui [la democrazia]”. (La Démocratie en Amérique, 1835, vol. I, Deuxième partie, chapitre VII).

Per non dare adito a dubbi nel non vedere alcuna differenza, se non di numero, tra dittatura e democrazia (essendo la democrazia la tirannia o la dittatura della maggioranza), Tocqueville affermava: “Quando vedo accordare il diritto e la facoltà di fare e disfare a una qualsiasi potenza, che si chiami il popolo o il re, la democrazia o l’aristocrazia, che la si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là esiste il germe della tirannia, e io cerco di andare a vivere sotto altre leggi”. (La Démocratie en Amérique, 1835, vol. I, Deuxième partie, chapitre VII)

In sostanza, detto con parole povere, non c’è distinzione teorica tra democrazia e dittatura (men che meno nella democrazia italiana), essendo entrambe forme di tirannia, esercitate in modo diverso, certo. Non era un caso che la Germania dell’Est, quella agli ordini di Mosca, quella che aveva costruito il muro di Berlino per intrappolare i suoi cittadini nel “paradiso” comunista, si chiamasse Deutsche Democratik Republik (Repubblica Democratica Tedesca).

Per quanto riguarda l’affermazione su quanto stupenda sia la democrazia, basta solo guardarsi intorno e rendersi conto che essa è davvero la lotta (non una finzione) di tutti contro tutti per accaparrarsi la cassa generale, per ottenere favori da parte di un gruppo a discapito di tutti gli altri. Le trattative di questi giorni, pilotate da Mattarella, sono una fresca conferma dello scontro fra interessi di bottega. Questo concetto, lo spiegò assai bene Frédéric Bastiat alla metà del diciannovesimo secolo. Non è un caso, insomma, che attraverso questa democrazia i peggiori, cioè quelli più affamati di potere, si fanno eleggere promettendo mari e monti ad un popolo di illusi e di imbranati che non vogliono prendersi cura di risolvere i propri problemi e sperano che una schiera di eletti faccia meglio di loro. In cambio si aspettano di ricevere quote delle ruberie dalla fazione che risulta vincente.

E così questa democrazia è la lotta all’ultimo coltello tra fazioni contrapposte per il bottino, seguendo la cosiddetta legge della giungla, se non fosse che nella giungla non avvengono le nefandezze e le porcherie che ci sono, in maniera costante e abominevole, sotto il regime della democrazia dello stivale. Dove quello che dice di fare il tuo bene e di curare gli interessi generali è lì solo per spennarti ben bene e curare i suoi propri (sporchi) interessi a danno di altri. Ricapitolando, la democrazia è la dittatura dei più forti e corrotti contro i più deboli e ingenui; è una lotta fra caste che si caratterizza per un contrasto permanente tra gruppi di parte (che per questo si chiamano partiti) che vogliono prevalere l’uno sull’altro perché solo prevalendo possono dominare tutti (questo è il dogma della democrazia italica) ed estorcere risorse da tutti.

Charles Bukowski, scrittore sui generis, usava dire quanto segue: “La differenza tra una democrazia ed una dittatura è che in una democrazia prima voti e poi prendi ordini. In una dittatura non devi perdere tempo a votare”. E che il voto sia una perdita di tempo, lo avete sotto i vostri occhi.

Luciano Spiazzi

2 Commenti

  1. Caro Spiazzi, si potrebbe brevemente argomentare, come antidoto alla farraginosità del “rex-pubblica” istituita a regime democratico, osservando attentamente come gli Svizzeri, ovvero, le componenti etniche insite nella Confederazione Svizzera hanno in parte risolto le problematiche insite nel dna di un comune sistema costituzionale democratico, dove l’etica diventa marginale. La Costituzione Helvetica risolve in maniera accettabile il contenzioso, scindendo il sistema legislativo in più competenze; la parte di interesse comune-generale, e la parte di interesse localizzata anche nella rappresentanza etnica minoritaria, con il sistema confederale, dove il potere esecutivo è sensibile in modo proporzionale alla consistenza etinico-culturale del tessuto sociale. Insomma, un breve inciso, attinente al livello di cultura democratica imperante in Svizzera viene dato dal recente referendum, dove si chiedeva all’elettore un si o un no al pagamento del canone TV pubblica. Udite..udite, il Popolo svizzero preferisce pagare, in onore alla pluralità dell’informazione.
    Un saluto a tutti.

    • Luciano Spiazzi

      Caro Antonio, concordo! La democrazia svizzera è l’unica accettabile, perché impostata sul metodo federale, democratico-diretto e con la presenza del Recall. Non a caso ho cercato di sottolineare che in QUESTA DEMOCRAZIA ITALIANA c’è gran poco di democratico e molto di tirannico.

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