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Monica Piseddu (Foto di Marina Alessi)
Monica Piseddu

Prosa, “Accabadora” al Teatro Comunale di Vicenza

Vicenza – E’ un monologo incentrato sulla figura della madre il prossimo appuntamento con la prosa al Ridotto del Teatro Comunale di Vicenza. E’ lo spettacolo “Accabadora”, in scena venerdì 9 marzo alle 20.45, nuova produzione del Teatro Donizetti di Bergamo che ha debuttato nell’autunno scorso dopo un’anteprima estiva. Frutto dalla collaborazione tra la scrittrice Michela Murgia e la regista Veronica Cruciani, è interpretato da Monica Piseddu. Scene e costumi sono di Barbara Gessi, le luci di Gianni Staropoli.

“Accabadora” è dunque l’adattamento per le scene dell’omonimo romanzo della scrittrice sarda, pubblicato nel 2009 da Einaudi e vincitore del Premio Campiello 2010. La drammaturgia è stata affidata a Carlotta Corradi su richiesta della regista, che da subito ha pensato di farne un monologo partendo dal punto di vista di Maria, la figlia di Bonaria Urrai, l’accabadora di Soreni.  La loro proposta è stata immediatamente accolta dalla scrittrice sarda, la quale, per la prima volta, ha deciso di appoggiare e accompagnare la nascita di uno spettacolo nato dal suo romanzo.

Per la data di Vicenza, lo spettacolo è tutto esaurito; i biglietti saranno disponibili solo in caso di rinuncia dei possessori. L’Incontro a Teatro, che precede lo spettacolo, inizierà alle 19.30, nel foyer del Ridotto, e sarà condotto da Nicoletta Martelletto, responsabile delle pagine Cultura del Giornale di Vicenza. A discutere dei temi del romanzo e dell’intenso adattamento teatrale, ci sarà anche la protagonista Monica Piseddu.

Accabadora – si legge nella presentazione dello spettacolo – è una storia d’amore tra una figlia e una madre che non è la sua. I due grandi temi dell’eutanasia e della maternità surrogata si compenetrano armoniosamente nel testo, creando un’intensa riflessione in cui sono centrali l’affetto e la crescita, inevitabilmente legata al rapporto con la propria madre, naturale o adottiva. È una vicenda delicata, ambientata in un paesino immaginario della Sardegna, dove Maria, all’età di sei anni, viene data a Bonaria Urrai, una sarta che all’occasione fa l’accabadora, ossia aiuta le persone in fin di vita, a morire”.

“La parola, di tradizione sarda, prende origine dallo spagnolo acabar, che significa finire. Maria cresce nell’ammirazione di questa nuova madre, più colta e più attenta di quella biologica, fino al giorno in cui scopre la sua vera natura. È allora che fugge nel continente per cambiare vita e dimenticare il passato. Lo spettacolo teatrale inizia proprio nel momento in cui Maria rivede, dopo un silenzio durato anni, la sua madre adottiva, Bonaria, la quale, in punto di morte, le chiede di aiutarla a morire. Maria non sa cosa fare. Aveva giurato anni prima a Bonaria che lei mai e poi mai sarebbe stata capace di una cosa simile”.

“E Bonaria le aveva risposto: Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti ritrovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata. Il tema affrontato è tra i più controversi: il significato della maternità nelle sue varie sfaccettature e il rapporto tra madre e figlia, con tutti i risvolti positivi e negativi che da sempre implica, anche a livello psicanalitico. Altro tema del lavoro teatrale è la comparsa del doppio che, secondo il significato di un’antica credenza popolare, è la morte incombente”. Per ulteriori informazioni: www.tcvi.it.

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