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Antonio Albanese nel suo personaggio di Cetto La Qualunque, straordinaria parodia di certa politica italiana
Antonio Albanese nel suo personaggio di Cetto La Qualunque, straordinaria parodia di certa politica italiana

Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono

Vicenza – Dal movimento socialista per la liberazione del popolo russo nelle campagne oppresse dal burocratismo zarista e dal liberalismo capitalista nacque quel movimento che fu detto populista, narodnicestvo. Esportato in occidente, il termine divenne a poco a poco sinonimo di demagogia, cioè arte con cui si trascina il popolo con promesse false e vicine ai suoi desideri, legittimi o illegittimi che siano. Oggi il termine è inflazionato e lo si è accostato a quello di antipolitica, che si oppone cioè a politica, ovvero l’arte dell’ineludibile compromesso.

Più che da polis (città), o polùs (molteplice), è da pòlemos (guerra) l’etimologia più probabile della parola politica, un’etimologia che recita ancor oggi lo scontro delle parti, degli interessi delle parti, che sebbene trovino sempre un luogo a metà strada tra le posizioni originarie, il punto del compromesso è sempre lontano dagli interessi veri delle maggioranze popolari che si esauriscono come pretesto di uno scontro privato. Ora, nell’ultimo decennio, la parola antipolitica assomma una serie di valori passati per negativi senza processo, proprio mentre alcuni rappresentanti popolari cominciano ad opporsi alle reali demagogie contrapposte che in assenza di ogni residua idealità sono degradate a offerta politica, o meglio a offerte di bonus elettorali.

Dire oggi antipolitica è sinonimo di politica scadente, di incapacità di gestione dell’esistente, un dettato martellante su ogni fonte di informazione via etere e cartacea, che scopre la realtà degli interessi in gioco, svela la proprietà dello Stato e la sua capillare occupazione da parte privata. La reazione è feroce. La vera vacca da mungere è la credulità popolare, e si fa insopportabile la pur pallida coscienza che il popolo comincia ad avere delle realtà del sistema. La denigrazione è costante, ogni mezzo è lecito.

Nella sua prima intervista con Daria Bignardi, a Di Battista fu domandato se fosse omosessuale. Non si vorrà far credere che con la miriade di cose da chiedere all’unica novità nella scena politica di questo secolo, la domanda sull’omosessualità di un suo leader fosse lecita e non tendenziosamente ingiuriosa. E mi astengo dal lunghissimo elenco di altri casi in cui la maldicenza ha preso il posto di quella che si ostinano ancora a chiamare “politica”.

Fino ad arrivare a Vittorio Sgarbi, incredibile personaggio che crede di far passare quasi per una forma d’arte le sue indecenti provocazioni, nella disperata difesa delle sue prebende di casta e nella difesa dei suoi padroni pregiudicati e affossati dal voto popolare. Sgarbi, si è alzato dal water da dove ha condotto la sua campagna elettorale contro Luigi Di Maio e l’ha accusato di essere omosessuale, anche lui; e che il suo boy friend è Vincenzo Spadafora responsabile delle relazioni istituzionali.

Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono… diceva Gandhi, e insomma non è finita qui: senza regalare suggerimenti a fresconi di ogni risma è ormai il momento di far trovare nelle tasche dei rappresentanti del popolo qualche bustina di polvere bianca, infilare documenti compromettenti nelle cartelle dei portaborse, far trovare documenti d’identità dei nemici sui luoghi di un delitto, manomettere le notizie che decretano l’entità dello spread, transennare il Brennero, dispiegare la flotta Nato di fronte alle spiagge di Ostia… Ma poi vinci!

Giuseppe Di Maio

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