La cerimonia del giuramento del Presidente della Repubblica
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Politica, i partiti sono necessari alla democrazia?

Vicenza – I partiti politici sono necessari alla democrazia? Tutti lo dicono, ma loro, sono democratici al loro interno? E soprattutto: loro sono interessati alla democrazia? Come ogni organismo vivente anche i partiti politici hanno alcune esigenze fondamentali, che sono obbligati a rispettare. Per poter restare in vita essi devono:

  1. Nutrirsi (con finanziamenti);
  2. Respirare (avendo accesso ai media);
  3. Riprodursi (mediante il potere di «collocare in posti»).

Chi di loro si organizzerà meglio nel procurarsi finanziamenti, accesso ai media, potere di “collocare in posti”, avrà maggiori possibilità di sopravvivere alla dura selezione naturale che caratterizza lo spietato mondo della politica. Dove trovare i mezzi per ottenere quanto sopra? Principalmente dalla ricchezza sociale e dal potere pubblico che sono chiamati a gestire, ma anche da «poteri forti» (economici, finanziari o altro) interessati a prestare servigi ed offrire servizi ai partiti, in cambio di favori. E così si distruggere la classe media, soprattutto quella borghese e produttiva, sostituendola con il Lumpenproletariat e nugoli di burocrati.

Alla lunga rimangono solo i politicanti purosangue, i maestri del parassitismo ed i loro famigli; cioè coloro che curano esclusivamente i propri interessi e quelli del proprio entourage. La conclusione inevitabile di una simile struttura di potere è di far accrescere in maniera abnorme il numero dei partecipanti alla greppia di Stato e portare quest’ultimo al fallimento, perché le risorse pubbliche non basteranno mai per placare i loro appetiti smisurati e la loro incompetenza che produrrà solo danni. Quindi non ci si deve stupire se siamo al fallimento, perché è l’inevitabile conseguenza del sistema adottato. La cosiddetta democrazia rappresentativa autoreferenziale ed autoconservativa.

Secondo il pensiero dell’autore bielorusso Moisei Ostrogorski “se un partito qualsiasi viene e trovarsi al potere e gestisce la ricchezza sociale, gli enti pubblici, i canali di comunicazione, il potere delle banche e della finanza, i legami con i poteri economici (non politici, o non ancora tali) e persino influenza la giustizia, al fine di rafforzare il potere del partito stesso, allora un altro partito dovrà fare altrettanto se non intende trovarsi in serie difficoltà nella competizione”. Nel 1919, l’economista, sociologo, e storico tedesco Max Weber scriveva: «Si selezionerà una classe di politici di professione… specializzati nell’aumentare il potere del partito stesso e non nell’elaborare strategie politiche utili alla società.» (da «La politica come professione» Ed. Comunità, Torino 2001)

Ogni forma di potere la si vorrà ricondotta al potere politico. Infatti, in un’intervista del 28-7-1981 Enrico Berlinguer argomentava: «In mancanza di regole precise, vincoli forti e freni etici si instaura una spirale perversa che induce i partiti politici a “lottizzare” qualsiasi aspetto della società… I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali… Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire».

Non a caso un altro autore ha osservato: «Prendiamo coscienza che siamo all’ultima generazione utile di produttori. Gente che possiede ancora un know-how. Taxpayer che non hanno ancora gettato la spugna o delocalizzato o venduto il loro know-how ad altri popoli e Paesi. Scomparsi questi, non solo non ci sarà più chi finanzierà il welfare o le pensioni. Verremo precipitati nella miseria del Terzo Mondo, che già sta invadendoci proprio perché nei loro Paesi non c’è una generazione di produttori». Ma ecco tosto che Luigi Cortinovis sulla rivista “Miglioverde” conferma che non solo gli italiani sono un popolo di ignoranti, ma che a governarli sono i peggiori, e a confermarlo sono proprio gli organi statali. Infatti, lo sentenzia il “Rapporto sulla conoscenza – Edizione 2018” dell’Istat. Vediamone alcuni:

  • Nel 2016, la quota di persone tra i 25 e i 64 anni con almeno un titolo di studio delle scuole medie superiori era del 60%, inferiore di 17 punti percentuali rispetto alla media europea. Nel Rapporto c’è un’infinità di dati interessanti.
  • In Italia la spesa per ricerca scientifica continua ad essere inferiore a quella delle altre maggiori economie europee (nel 2015, 1,3% del Pil contro una media dell’insieme dei paesi europei poco superiore al 2,0%).
  • Le condizioni familiari di partenza dei giovani studenti continuano a incidere sui percorsi e i risultati dell’istruzione, attribuendo maggiori chance a chi proviene da famiglie più istruite.

Il livello medio d’istruzione degli imprenditori delle piccole imprese (fino a 50 dipendenti) è relativamente modesto. Il livello d’istruzione di imprenditori e dipendenti è correlato alle prestazioni delle imprese: più è elevato, più la dinamica del valore aggiunto è favorevole, i salari sono più alti e, soprattutto, i tassi di sopravvivenza nel periodo di crisi sono elevati. In pratica, il sistema produttivo italiano già maltrattato da tasse e burocrazia, è comparativamente “ignorante” e con bassi livelli di produttività, è in affanno e trova difficoltà a competere ad armi pari nei mercati internazionali.

Eppure, Gentiloni è felice, per lui c’è la crescita e c’è l’orgoglio nazionale. In Italia. invece, non esistere la sovranità popolare (prevista dall’art. 1, comma 2 della Costituzione); esiste solo la sovranità dei partiti. Eppure nella Costituzione il termine partito è citato una sola volta in un solo articolo, il 49. Venti parole che citiamo integralmente: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.». Ebbene si tratta di:

  • Un solo articolo su 157
  • Due sole righe su 1185
  • 20 sole parole su 10548
  • 143 soli caratteri su 70.678

In fin dei conti è il due per mille del tutto.

In definitiva poche striminzite parole e solo per dire, quasi di malavoglia, che i cittadini hanno il diritto (possono, ma non è obbligatorio e forse neanche opportuno) di organizzarsi in partito. E i partiti concorrono a determinare la politica. Dunque non solo i soli soggetti che determinano la politica. Questi partiti italiani, che non hanno né valore costituzionale e neppure giuridico, pretendono invece che gli elettori firmino, con il loro voto, una cambiale in bianco, e si arrogano il monopolio dell’attività politica. Di più: questi partiti pretendono d’insegnare ai cittadini l’esercizio della democrazia.

Luciano Spiazzi

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