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Quale democrazia se il popolo non governa? 

Politica, chi ha paura di Lega e 5 Stelle?

Vicenza – Chi vuole credere che la democrazia sia un sistema di governo definitivamente sedimentato nella popolazione europea e nord-americana, deve fare i conti con le sue continue derive e le sue corruzioni. Prima fra tutte con il degrado delle rappresentanze organizzate dalla forma partito, poi con lo scadere dei presupposti ideologici e il loro declinare in “narrazione”, in offerta politica. Ma ancor più legato alla sopravvivenza della democrazia è il suo sistema di deputazione, intimamente associato ad ogni aspetto della cittadinanza privata, agli interessi personali, all’interpretazione singolare del sentimento civico.

Fidarsi delle proprie rappresentanze significa rinunciare all’opera di controllo che la base elettiva deve esercitare a sostegno del sistema democratico. Questa rinuncia, così comune nelle democrazie cosiddette mature, ha portato guasti solo lontanamente previsti dai padri costituenti. Ha permesso l’asservimento assoluto della volontà popolare alle regole imposte da generazioni di delegazioni ad essa estranee, capaci ormai di autoriprodursi autonomamente, anche senza l’esplicita e pubblica designazione. Ciò che è stato riassunto come “il tradimento delle avanguardie”, è un processo interno al genoma democratico, che nel far funzionare i meccanismi selettivi della classe dirigente, perde di vista le ragioni della rappresentanza e si occupa solo degli apparati dell’autoriproduzione di casta.

Numerose sono state, dal varo della Costituzione in poi, le rivolte del radicalismo democratico avverso alle derive meccanicistiche. Purtroppo le stagioni del radicalismo sono destinate ad essere effimere proprio per la sua avversione alla forma partito, che è il maggior strumento privato per la formazione della classe dirigente e per il progetto politico. Ogni radicalismo nasce dal risveglio dello spirito civico, dall’incremento della padronalità individuale sulla dimensione pubblica.

E’ proprio questo sentimento di proprietà sullo Stato e sul territorio che è alla base della cittadinanza, una proprietà e un sentimento, ad esempio, tristemente affievoliti nelle nostre regioni meridionali, che forse patiscono il furto dello Stato a partire dall’occupazione del 1860. Qui la partecipazione politica è solo un mezzo d’ascensione sociale e di affermazione privata, che solo accidentalmente porta dei benefici pubblici. Al contrario, colui che, senza trarre alcun profitto personale, si mostra solerte nella difesa dei diritti, dello Stato e del territorio (il cittadino insomma), viene percepito come un incomprensibile provocatore.

A nord, l’estraneità dello Stato “romano” e l’avversione all’autorità nazionale, assunse la forma di rivoluzione negli anni ’80, anni in cui si affacciarono le contraddizioni che portarono con sé il declino dell’economia occidentale. Il sentimento di proprietà dello Stato e quello di cittadinanza ebbero un’impennata che si condensò nella vulgata di “padroni a casa nostra”. Il singolo individuo cominciò a esaminare l’operato della rappresentanza politica centrale, ma restò ancora troppo indulgente con quella locale, il più delle volte scadente e disonesta. Bisogna dire che col fenomeno leghista la classe dirigente fu estratta da vasti strati popolari fino ad allora lontani dalla partecipazione politica, ma non sempre dimostrò il buon livello e la qualità degli amministratori. Tuttavia è merito del popolo della Lega aver portato nuova linfa nelle schiere delle rappresentanze democratiche.

Ogni nuovo movimento politico, in specie quelli popolari, minaccia l’esistenza delle caste sedimentate. Per questo le nuove istanze democratiche vengono combattute dalle incrostazioni delle aristocrazie di regime ed emarginate assieme alle loro delegazioni. La rinascenza dello spirito italico e dell’idea di democrazia portata dal M5S, rinnova ancora una volta la passione civile, e la padronalità dell’individuo sullo Stato e sul territorio. Nuvole di attivisti collegati in rete, in chat, in gruppi di lavoro, spulciano tra i provvedimenti della pubblica amministrazione, nel lavoro e nei profitti dei privati, nelle sentenze e nei rinvii del sistema giudiziario, guardiani di una proprietà collettiva che li vede esposti in prima linea.

Quest’intromissione del popolo (fino ad ora mero destinatario delle politiche e dell’azione dello Stato, a sua volta espressione dell’interesse privato e motore della disuguaglianza di classe) viene avvertita come il vero e sommo pericolo nonostante la moderatezza intrinseca del messaggio pentastellato. Fin quando la violenza dei guadagni elettorali del Movimento non ha dirottato i favori dell’establishment persino sulla Lega, quale antagonista nello stesso strato popolare sensibile ai 5 stelle. La Lega è stata considerata ormai competitor domestico avendo già compiuto un’occupazione innocua e quasi trentennale delle istituzioni.

Ma tra l’elettorato l’equivoco resiste. Al sud, il messaggio grezzo e privo di qualsiasi esame approfondito, ha portato alla Lega un successo insperato dall’originaria formazione bossiana. Al nord, la spinta propulsiva dei 5 stelle si è esaurita, trasformandosi in generico rancore popolare contro le politiche del governo, ma senza il coinvolgimento degli elettori nel piano di partecipazione diretta alla politica. Sia al nord che al sud la lamentazione da osteria leghista vince sulla rifondazione democratica predicata dal Movimento.

Nelle regioni settentrionali, Lega e M5S si affermano in mezzo ad un elettorato somigliante, ma non del tutto sovrapponibile. La diffidenza dei piccoli imprenditori e il rancore delle casalinghe ha premiato la Lega, mentre la maggioranza dei lavoratori subordinati, precari e disoccupati dà totale fiducia ai 5 stelle, specie se nella fascia centrale della vita attiva. Il centro cittadino si affida ai partiti tradizionali, le campagne a quello di Salvini, i comuni delle cinture urbane votano il Movimento.

In questa rincorsa al consenso per il proprio simile, le torme, spesso appena amicali, della rinascita pentastellata, in assenza di precise linee ideologiche, interpretano la proprietà della democrazia secondo un verbo che a nord si confonde con quello leghista sulla proprietà del territorio. E la prassi, regina del M5S, in cui inevitabilmente primeggiano i nativi, quali veri padroni della regione, si sfrangia in mille rivoli nella speranza di far sorgere dalla denuncia politica automaticamente il consenso. Difatti, se si cancella il preambolo di onestà sbandierato ai quattro venti, i programmi presentati localmente dagli attivisti a 5 stelle sono in genere di una moderazione angosciosa.

Peggio ancora è la loro selezione della classe dirigente. Poiché, in assenza di preciso portato ideale e solo competendo su temi pratici, si stabiliscono feroci lotte intestine su questioni marginali che inibiscono la concreta partecipazione popolare, fomentano violente epurazioni, e azzerano la crescita di chi resta. In una simile rappresentazione avviene che i portavoce sono inevitabilmente selezionati tra coloro passati sottovento nelle diatribe, e che pur non rappresentando il meglio delle idee e della disponibilità popolare, vengono designati secondo regole assolutamente formali: curricula, certificati giudiziari, e referendum simpatia. Ma solo se confusi nell’impersonalità del sistema Rousseau. Quando invece le assemblee degli attivi devono produrre una partecipazione politica locale ed esplicita, le cruente contese a 5 stelle non consentono nemmeno il reperimento minimo di individualità per confezionare una lista di candidati.

La Lega Nord (nord nonostante abbia nascosto il simbolo territoriale) ha addirittura raddoppiato i consensi che aveva ricevuto nella felice tornata elettorale del 2008. Questo dimostra che, oltre all’esplicito voto conservatore (eredità di un berlusconismo in flessione), l’inevitabile rivolta antigovernativa è stata lucidamente convogliata dall’establishment tra le braccia di Salvini, e confondendo e accostando i messaggi politici ha impedito al M5S di accaparrarsi tutta la fluidità dell’elettorato dell’ultimo decennio. In città, senza essere esperti di flussi elettorali, è chiaro che il Movimento di Grillo ha perso consensi: un’emorragia di più di duemila voti (paragonabile a quella che ha avuto il Pd) che si sono dirottati sulla Lega.

Ma già l’attivismo dei 5 stelle vicentini era un agone sufficiente a dimostrare l’inevitabile vittoria leghista. L’esclusivismo intrusivo, votato a non includere e a non agevolare l’ingresso di tutte le energie politiche cittadine; il disdegno di temi teorici e/o organizzativi a favore di un radicalismo pratico e sgarbato; la gelosia che rinchiude in un recinto di obiettivi mediocri tutta la rivoluzione del Movimento; l’ossessione epurativa a garanzia della padronalità dell’azione politica, dimostrano che la temperie leghista qui a Vicenza è un fatto pervasivo da cui il M5S non è stato esonerato. E dimostrano che l’elettorato non ha bisogno di scegliere la copia quando c’è a disposizione l’originale.

Giuseppe Di Maio

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