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Il leader della Lega Matteo Salvini - Foto: Fabio Visconti (CC BY-SA 3.0)
Il leader della Lega Matteo Salvini - Foto: Fabio Visconti (CC BY-SA 3.0)

Politica, analisi e destino del fenomeno leghista

Vicenza – L’avventura tardo giovanile nel Partito della Rifondazione Comunista, che mi vide attivo a Vicenza, in via Fontanelle, nei primi anni 90, mi fece conoscere la costituzione elementare della politicità cittadina. Erano gli anni in cui la Lega mieteva consensi nazionali, e in provincia raccoglieva i due terzi dell’elettorato. Per me, che avevo lasciato da poco i dibattiti intorno alle geometrie demitiane, respirare nell’aria la temperie leghista era una faccenda nuova, che facevo fatica ad intercettare senza l’allerta dei sensi irrazionali di un nativo.

Tuttavia, riuscii a mettere in guardia i miei “compagni” sull’illusione di considerare confinati tutti gli elementi leghisti nel partito della Lega Nord, giacché quegli elementi erano distribuiti a piene mani in ogni partito padano-veneto, il nostro compreso, naturalmente. Facevo persino fatica, fedele al commento dominante, e forse romano, a considerare la Lega un soggetto politico. “Te lo faccio vedere io, se non è un soggetto politico”, mi disse il segretario di federazione, il compianto Luciano Ceretta, annunciandomi le prime liste elettorali leghiste al comune e alla provincia.

Nonostante i confronti storici di Bossi e Miglio con De Mita e Franca Sinatti D’Amico, storica del diritto ed esperta in storia Longobarda, il popolo votò in massa la Lega e i pattuglioni di eletti riempirono tutte le amministrazioni in cui si erano presentati. Quando esibivo al popolo, compagni di lavoro, per lo più, le contraddizioni della politica leghista, mi si fece capire che l’importante era aver riposizionato, centrali nella politica italiana, le regioni del nord. In realtà il messaggio era molto più grezzo, ma mi sfuggiva, intento com’ero ad analizzare il voto e la sua genesi.

Le regioni del nord-est, con l’animo conservatore e con la Jugoslavia comunista alle porte, avevano tributato un plebiscito alla Dc nel dopoguerra; seguiva poi il non minore conservatorismo operaio, che dalla fine degli anni sessanta aveva fatto involvere le condizioni di lavoro preferendo gli aumenti salariali alla salvaguardia dei diritti. Ecco, questa era l’origine del popolo grasso e reazionario che aveva accumulato una discreta ricchezza e non voleva spartirla con nessuno. La Lega aveva contribuito ad innalzare il valore del padano-veneto medio e la malafede razzista si apprestava a distruggere la leale concorrenza, elemento fondante dei meriti economici e civili.

Difatti, con la costante demonizzazione degli impiegati “terroni”, divenne molto più difficile per un “foresto” accedere ad un lavoro pubblico; problemi si ebbero anche nell’impiego privato, furono manipolati i valori civili, alterato persino il mercato del coniugio. La storia successiva ci aggiornò sulla realtà della Lega, sul tenore delle sue ambizioni politiche, e sull’onestà dei suoi dirigenti. Ciononostante, la gente del nord ha continuato a pensarla come l’unico strumento nelle mani del popolo per reagire alle politiche di regime; ha continuato a farlo anche quando tutti i vertici leghisti avevano dimostrato di tradire il mandato popolare, e ha dato ancora fiducia al suo partito.

Quando la classe media è stata asciugata da 10 anni di crisi economica, le paure del popolo conservatore si sono concentrate sulla tirannia dell’euro e sulla politica di accoglienza del governo. A nulla è servita la denuncia della mistificazione leghista per aver firmato il regolamento di Dublino, a nulla la smaccata blandizie della presenza di Salvini nelle periferie “dell’invasione” straniera: da nord a sud il popolo fragile incolto impaurito conservatore e forse disperato ha premiato la Lega anche se questa ha nascosto la territorialità del simbolo solo nell’ultimo mese.

Ancora una volta la gente del nord si raccoglie intorno al suo localismo, protetto dal voto utile nella coalizione berlusconiana, ancora una volta la Lega è chiamata da 5 milioni e mezzo di elettori ad esprimere un programma di governo pur non avendo particolari idealità da esprimere. Ancora una volta la malafede leghista raggiunge vertici di raccapricciante ilarità come con l’elezione del senatore Toni Iwobi, di origine nigeriana, che grida dal pulpito “aiutiamoli a casa loro”, “la Lega non è razzista ma è realista”, e “se razzista significa aiutiamo prima gli italiani, allora io lo sono”.

Ora, dopo aver rubato i voti all’attuale rivoluzione popolare dei 5 Stelle, si appresta a comprometterla al vertice dello Stato. Ma qui la malafede vale poco, qui la propaganda ha bisogno di passaggi chiari e decisioni precise. Ce la faranno i parlamentari leghisti a votare il reddito di cittadinanza, a fare vere leggi contro il conflitto d’interessi e la corruzione, a cancellare i vitalizi vecchi e nuovi e a ridursi lo stipendio, ce la faranno a fare una legge elettorale in senso maggioritario e senza coalizioni? In ballo ci sono almeno tre milioni di voti che la lega ha soffiato al M5S, in ballo c’è l’egemonia della rivoluzione popolare.

Giuseppe Di Maio

Un commento

  1. Al di la dell’analisi storica sul “fenomeno” epocale rappresentato dal “Leghismo” come Movimento politico identitario del nord Italia, vorrei stigmatizzare, il giudizio espressonell’articolo, sulla supposta bassa caratura del voto dato alla Lega, in quanto frutto di un coacervo di pregiudizi a sfondo egoistico facenti parte del dna di “certo” popolo nordista, un giudizio per un certi versi, “alla Toscani”. Se mi consente sposterei l’analisi su un altro fronte. Chi e per quale alto e nobile fine si può ergere a giudice e sentenziare sulla bontà o meno, delle legittime volontà di un Popolo nel considerare la propria cultura come un retaggio da custodire e nutrire nel divenire della vita spirituale, socio economica e di approccio al resto del mondo. Un modello culturale estremamente aperto, ma non disposto a essere sommerso e annientato in nome di un erroneo concetto del “donare e del donarsi”.Il reiterarsi della volontà popolare sancita con il voto del 4 Marzo ribadisce una scelta di campo diametralmente opposta alla visione di quelle forze politiche paladine de “Il multiculturalismo è meglio” nonché ineluttabile e inarrestabile.

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